suburbicon1_jpg_1003x0_crop_q85-01

Suburbicon. L’America noir di George Clooney

suburbicon1_jpg_1003x0_crop_q85-01

Suburbicon è una città immaginaria, che riconosciamo da subito come molto familiare. Ci sono le villette a schiera, le strade simmetriche, i giardini ben curati, i porticati. Siamo negli anni ’50 e la comunità che vi abita, a prima vista perfetta, nasconde risvolti loschi, pieghe marcie, una morale grottescamente “rattoppata”, come gli occhiali del protagonista del film, Gardner (Matt Damon).

La traccia narrativa principale racconta l’infanzia di Nicky (Noah Jupe), a partire da un traumatico episodio di sopraffazione che colpisce lui e la sua famiglia – il padre Gardner, la madre Nancy (Julianne Moore) e la zia Margaret, sorella gemella della madre (sempre la Moore) – all’interno delle mura domestiche. Vengono sequestrati e narcotizzati da due malviventi… ci scapperà un morto.

La traccia narrativa secondaria segue i malumori della comunità, scossa per l’arrivo di una famiglia di colore, i Meyers. L’unica colpa che hanno i Meyers è dovuta al colore della loro pelle, ma questo per i bianchi benestanti di Suburbicon è un valido motivo per insorgere, protestare, per innalzare barriere contro i subentrati.

George Clooney ci invita innanzitutto a guardare le crepe sotto la superficie ingannevole dell’apparenza. Quel prefisso “sub”, “sotto”, inoltre, non può che alludere al principio di prevaricazione e raggiro che regola i rapporti tra i personaggi: una “subalternità” che si compie innanzitutto nel privato, per mano di chi dovrebbe proteggerci e educarci.

Infine, l’evidente sottotesto: la dark comedy è innervata di storture, le storture dell’America degli anni ’50, e di oggi, generate da un fallimentare, mal riposto modello sociale. Dunque, gli intenti del regista delle Idi di marzo e Good Night, and Good Luck, in concorso a Venezia 74 con il suo sesto film, sono ancora una volta politici.

Suburbicon è uno spietatissimo noir dai colori pastello, una satira efficace, solida nel farsi catalogo di molti registri tonali. Celebrazione del grande cinema americano di un tempo (da Billy Wilder ad Alfred Hitchcock) e saetta morale scagliata nel presente, dritto nel cuore a stelle e strisce.

Tutto nasce da uno script di Joel e Ethan Coen del 1985: a tratti, vedendo il film, ci si domanda dove finisca la mano dei Fratelli e cominci quella di Clooney, ma il punto non è neanche tanto quello. Il punto è la coerenza nel portare avanti un discorso e il Cinema. La limpidezza e la sincerità dei propositi di Clooney in Suburbicon confermano l’uno e rafforzano l’altro.

Antonia Conti è nata a Livorno nel 1980. Si è laureata in Storia e critica del cinema all’Università di Pisa con una tesi sull’adattamento cinematografico di opere letterarie. Dal 2010 vive a Roma, dove lavora in ambito editoriale.
Aggiungi un commento