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Il Sudafrica nel giorno di Mandela

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Pubblichiamo un pezzo apparso sul Messaggero, che ringraziamo.

Cent’anni fa a Mvezo, un minuscolo villaggio sulle rive del fiume Mbashe, una terra splendida situata a oltre mille chilometri da Città del Capo, nacque Nelson Mandela, icona novecentesca di una storia collettiva e di un cammino verso la libertà e l’emancipazione che non è ancora concluso.

Il Sudafrica, e il mondo, hanno appena celebrato il centenario del primo presidente eletto democraticamente nel 1994 in un paese ancora lacerato dall’oppressione dell’apartheid. È viva la memoria dei 27 anni trascorsi in carcere da Mandela, insieme a tanti compagni di lotta, senza mai perdere la propria identità e il senso di un percorso che dopo aver scalato una montagna ne ha trovata sempre un’altra. La ricorrenza della nascita di Mandela è l’occasione per guardare anche dentro alle contraddizioni e alle disuguaglianze che tuttora segnano la società sudafricana.

Da poco è uscito in Italia Il reattivo (Pidgin edizioni, 189 pagine 12 euro), un libro che consente di compiere un viaggio nella memoria e nel presente caotico del paese, proiettandosi verso il futuro con il protagonista Lindanathi, positivo all’HIV, che immerge il lettore nella realtà di Città del Capo. L’autore Masande Ntshanga, classe 1986, fresco vincitore con questo romanzo del Betty Trask Award e in precedenza insignito del PEN International New Voices Award, nonché finalista del Caine Prize nel 2015, è una voce non solo letteraria molto interessante.

Ntshanga, quale punto di osservazione offre Il reattivo sulla vita a Città del Capo?

«È una città in molti modi ancora definita dalle divisioni di razza e classe del passato, sebbene sia moderna e globale di per sé. In Il reattivo ho tentato di includere ciò, sia in termini di tematiche sia di ambientazioni, ma la prospettiva che volevo offrire non viene spesso condivisa: quella dei giovani alienati e che esistono ai margini dello Stato. Quella di coloro che non sono divisi in base alla razza e che sono uniti da una sensibilità comune, una che include una sfiducia nel nazionalismo, nell’autorità dello stato e nel capitalismo globale».

Come si può descrivere l’equilibrio tra passato, presente e futuro per la generazione post 1994?

«La generazione affronta altre sfide. Naturalmente, nulla può essere comparato all’apartheid, un sistema che negava i diritti umani basilari alla maggioranza della popolazione, ma i giovani continuano ad avere difficoltà a trovare accesso all’educazione e al lavoro. In generale, c’è una crescente sfiducia nel governo, seguita da un aumento dell’attivismo e delle proteste studentesche, nonché una pressione per avere leader politici più giovani. Penso che, in un primo momento, il passato sia stato definito dall’ottimismo, che poi si è trasformato in disillusione. Ora il presente è definito da un aumento del coinvolgimento politico, con molti giovani uniti dall’imperativo culturare di costruire una società inclusiva ed equa».

La figura di Mandela riempie ancora l’immaginario dei giovani sudafricani in una società ancora così diseguale?

«Mandela è stato e resterà un gigante nella storia del Sudafrica: l’eroe della liberazione, che ci ha salvato dalla guerra civile e ci ha insegnato il perdono. Però esistono sentimenti contrastanti sulla funzione della sua eredità. Una visione sempre più diffusa è che i richiami alla sua figura alimentino artificiosamente una narrativa nostalgica di cui molti giovani africani sono stanchi e diffidenti, dati i problemi che affrontano ancora al giorno d’oggi, dalle tasse universitarie troppo costose alla disoccupazione».

Che cosa lascia il tramonto della stagione controversa dell’ex presidente Zuma?

«Da una parte c’è meno fiducia nell’African National Congress, il partito al governo, ma dall’altra i cittadini sono diventati più vigili politicamente, invece di riporre tutta la loro fiducia nei politici. La presidenza Zuma, all’interno del mio contesto, è spesso considerata disastrosa e qualcosa che la gente non vuole che si ripeta, ma il desiderio di resistenza a essa è diventata anche una spinta verso un maggiore coinvolgimento politico tra i giovani».

In che modo il paese si avvicina alle elezioni del prossimo anno?

«C’è molta speranza ritrovata attorno all’attuale presidente, Cyril Ramaphosa, che potrebbe ripristinare un po’ di fede nell’ANC. Tuttavia, il partito considerato come il più progressivo è l’EFF, che si è allineato di più con l’attivismo studentesco e la politica giovanile. Ma la stagione elettorale può essere un periodo segnato da pratiche manipolative da parte della maggior parte dei partiti volte a ottenere voti. Credo che molta gente sia curiosa di vedere se l’ANC perderà la presa o se acquisirà nuovamente la sua forza. La maggior parte delle persone spera in un governo equo e senza corruzione, che possa alleviare la povertà, fornire servizi e una buona qualità della vita a tutti».

Quale impatto culturale e sociale sta avendo la crescente urbanizzazione sul Sudafrica?

«È una coincidenza curiosa che mi si faccia questa domanda, perché mi stavo documentando a tale proposito per un romanzo. Anche se, a essere sinceri, non in termini di impatto culturale e sociale, ma piuttosto di impatto sull’ambiente. In Sudafrica, l’urbanizzazione è la causa principale dell’inquinamento dell’aria, per esempio, che può provocare malattie e morte prematura, attraverso malattie non trasmissibili. In termini sociali, d’altro canto, l’urbanizzazione ha avuto l’effetto di atomizzare la società, e condizioni dure di povertà urbana hanno alimentato la sfiducia sociale, diffondendo crimine e aggressività. Tuttavia, gli spazi sono anche molto progressisti, politicamente, socialmente e culturalmente, il che li rende focolai per alcuni dei pensatori e degli artisti più vitali. Permettono inoltre un’intersezione di tecnologia e diverse comunità che può dar vita a sottoculture interessanti e progressive».

Che cosa significa oggi vivere in Sudafrica con l’HIV e l’AIDS?

«C’è molta meno stigmatizzazione e un maggiore accesso ad assistenza sanitaria e farmaci, ma come la maggior parte delle cose nel paese dipende ancora dalle proprie condizioni socio-politiche, le quali, molto spesso, sono in linea con classificazioni razziali».

Ho letto che sta lavorando a un nuovo libro sul tema collasso dell’homeland system, può accennare qualcosa a proposito?

« Il mio romanzo, Triangulum, inizia da quell’epoca, dal 1981 al 1994, e poi si sposta agli anni 2010, 2030 e 2040. Uscirà il prossimo anno. Gli homeland, o Bantustans, erano strumenti del governo dell’apartheid. Erano concepiti per passare come aree di terra attribuite alla popolazione indigena, perché le governasse autonomamente, ma nei fatti non erano economicamente sostenibili e provocarono la caduta in povertà per migliaia di persone».

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
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