Rothko

Sudismo e meridionalismo

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Questo pezzo è uscito sul Corriere del Mezzogiorno. (Immagine: Untitled, Mark Rothko)

Una cosa è il sudismo, altra cosa è il meridionalismo. Nel recente dibattito alimentato sulle pagine del “Corriere del Mezzogiorno” da vari fattori (l’uscita del libro di Emanuele Felice “Perché il Sud è rimasto indietro”, la scarsa attenzione mostrata verso la “questione meridionale” da parte del neopremier Renzi, il persistere di indicatori come quello sulla disoccupazione giovanile che inchiodano le regioni meridionali), la distinzione sembra essere evidente. Eppure su scala nazionale, nonché in molte parti del Sud, è andata smarrita.

È giusto sottolineare come compito delle coscienze critiche di questa parte del paese sia innanzitutto quello di individuare non le responsabilità “del” Sud, bensì quelle rintracciabili “nel” Sud. È stata questa la lezione del meridionalismo migliore, quello di Salvemini, Dorso, Sturzo, Manlio Rossi-Doria, Tommaso Fiore, teso a decostruire un realtà non monolitica e ad analizzare innanzitutto le colpe delle classi dirigenti locali, della “borghesia lazzarona”, dei tanti azzeccagarbugli annidati sotto lo status quo, della politica ingessata dal trasformismo dei cacicchi e dei viceré. Non perché le colpe siano solo “nel” Sud, ma per il semplice fatto che ogni critica dell’esistente deve sempre partire da sé, dalla necessaria anticamera dell’autocritica. È un fatto di onestà intellettuale, prima ancora che una strategia politica.

Il meridionalismo migliore ha sempre perseguito il rinnovamento di sé in un’ottica cosmopolita e illuminista. Ha sempre avversato il ripiegarsi su se stesso dell’identità, del mito delle radici. Ha sempre pensato che non bisognasse chiedere “per” il Sud, attivando la solita economia di scambio gestita dai sottopoteri, ma trasformare il Sud, seguendo la strada di un riformismo sostanziale.

Cosa rimane oggi di questo meridionalismo? Molto poco. È come se tra i rapporti allarmati sfornati anno dopo anno da Censis, Istat e Svimez sul disastro di molte parti del Sud e i governi che dovrebbero rimuovere le sue cause non ci sia più quella terra di mezzo in cui veniva elaborato un discorso cultural-politico volto alla trasformazione. La prateria è vuota. Da una parte c’è il sudismo, il piagnisteo neoborbonico di chi vagheggia il ritorno a un buon tempo andato che non è mai esistito, e vede i mali solo e sempre altrove (nel Nord, a Roma, a Bruxelles o a Francoforte), emendando di fatto le responsabilità delle élite meridionali. Dall’altra ci sono i “professionisti del Mezzogiorno”, i mediatori tra centro e periferie che provano a rinnovare – nel nuovo secolo – ciò che resta dello scambio novecentesco tra fondi pubblici e consenso.

E allora è inutile lamentarsi della scarsa presenza di meridionali nel nuovo governo o stare lì a contare quante volte Renzi nomina la parola Sud (conto che effettivamente si riduce alle dita di una sola mano). Dal momento che le cause della crisi “dei” Sud sono innanzitutto “nei” Sud, occorre rompere la tenaglia tra sudisti e “professionisti del Mezzogiorno”, recuperando quella “spinta meridionale” che Rossi-Doria vedeva in via d’esaurimento già negli anni settanta del secolo scorso: cioè quella tensione critica verso se stessi e il mondo che ci circonda, per comprenderlo e poi cambiarlo.

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
Commenti
3 Commenti a “Sudismo e meridionalismo”
  1. turi migliore scrive:

    Io penso che noi siciliani non siamo nelle condizioni di scegliere strategie miranti ad una proficua rappresentanza parlamentare. La nota si lamenta della scarsa rappresentanza nel parlamento, ma posso immaginare quali personaggi avrebbe scremato l’humus sociale siciliano! Ma ci informa soprattutto dell’esistenza di un “meridionalismo buono”; una terza via dai propositi condivisibili, ma pur sempre con la medesima idea di cercare di “contare” affidandoci a chi meglio può farci “contare”. Mi pare di individuare tracce di vecchio “milazzismo”, o sbaglio? Personalmente sono per una quarta strategia, quella di “contare” per effettiva stima, per competenza, per dirittura morale, ma ancor prima del ceto dirigente, dei siciliani tutti. Mentre scrivo, al tg sento che oggi hanno recapitato una testa di maiale sgozzata ad un giudice, e subito dopo una busta con proiettile a Crocetta….che dire? Se i siciliani si migliorassero, allora si che potrebbero sperare di “pescare” buoni rappresentanti, e inoltre ci tornerebbe un rispetto, una stima, un’ammirazione che si tradurrebbe nell’aumentare un potere contrattuale che oggi proprio non abbiamo. Mi rendo conto che il problema del lavoro rappresenta almeno il 50% del problema, ma guai a pensare che sia l’unico handicap da superare. Più che meridionalismi, suddismi ed altro, io do il mio contributo al colpo di reni effettivo, al miglioramento capillare dei siciliani, attraverso micro interventi che se solo si moltiplicassero…

  2. Condivido la lucida analisi e la conclusione ineccepibile che auspica un nuovo approccio più consapevole tra sudisti e “professionisti del mezzogiorno”. A tale proposito vorrei qui sottolineare la lezione del Meridionalismo migliore e in particolare il contributo, ancora molto attuale, che ci ha lasciato Tommaso Fiore.
    Afferma Gaetano Arfè, storico e uomo politico: «i maestri del meridionalismo […] ancora non sono superati, i giovani e meno giovani agitatori degli anni duri hanno qualcosa da dire, gli uomini che hanno qualità e volontà di combattenti non possono ancora essere smobilitati. Fino a quando le male piante del trasformismo, della corruzione, delle rinascenti camorre continueranno a prosperare, la battaglia sarà ancora dura, e i libri, come quelli di Fiore, non saranno soltanto documenti storici, ma stimoli a pensare, ad amare a studiare, a combattere. […] Gli anni prossimi ci dimostreranno che ancora una volta la democrazia italiana sarà quel che sarà il Mezzogiorno».
    Tuttavia al riconoscimento di tanta capacità di analisi – da parte di Fiore- corrispose nella società italiana una sorta di congiura del silenzio. É probabile che questo oscuramento dipenda dal fatto che egli con le sue opere, come afferma Leo Valiani «aveva anticipato la visuale di un socialismo meridionalista non ortodosso, sino dalla sua collaborazione con Salvemini prima con Gobetti e Rosselli poi. Come Guido Dorso, Fiore auspicava una rivoluzione meridionale che avrebbe dovuto dirigersi non soltanto contro lo sfruttamento del Sud da parte del Nord, ma altresì contro le oligarchie e camorra indigene del Mezzogiorno».
    Egli, come afferma F. Martina, «fu certo uno degli ultimi meridionalisti, di quanti pensavano che la “questione” del mezzogiorno non fosse solo un problema di risorse, di modernizzazione produttiva, di razionalizzazione economica, ma avesse un risvolto morale non trascurabile, riguardasse la difesa di un tessuto etico minacciato, là dove era presente, dal sormontare di vecchi e nuovi ceti dirigenti, tanto rapaci quanto insensibili al pubblico interesse». E alla difesa del tessuto etico minacciato Fiore accompagnava una denuncia aperta contro la corruzione già allora dilagante poiché «in un paese corrottissimo come l’Italia, e più corrotto è il Mezzogiorno, la denuncia non può essere che spietata». A questa Fiore univa l’appello alla responsabilità di promuovere sostenere, da parte dei partiti politici, la formazione culturale dei cittadini come condizione propedeutica alla libertà e all’affermazione di una democrazia consapevole e liberamente scelta.
    Non c’è scampo per chi vuole cambiare la realtà senza infingimenti «la “questione meridionale” non si risolve con grandi visioni intellettuali e neanche con le sole riforme, ma con il rinnovamento della coscienza individuale. Ciò richiede un lavoro lungo, tenace, graduale, molecolare: tale da coinvolgere i singoli, perché deve partire dall’interno di ognuno e non può essere calato dall’alto».

  3. felice scrive:

    C’e un piccolo dettaglio : che quel “sudismo, il piagnisteo neoborbonico di chi vagheggia il ritorno a un buon tempo andato che non è mai esistito, e vede i mali solo e sempre altrove (nel Nord, a Roma, a Bruxelles o a Francoforte), emendando di fatto le responsabilità delle élite meridionali ” ecc ecc ecc
    come abbondantemente dimostrato anche attraverso una trasmissione di RAI 3 era finanziato da Bossi
    Il Sudista Lombardo , sempre affiancato da Aprile , riceveva finanziamenti che gli permetteva di fare convegni ” sudisti ” in cui Aprile non mancava mai – In quel tipo di sudismo si parlava di tutto meno che del problema dei problemi del meridione : Le Mafie

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