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Sufjan Stevens e la sua era di assurdità

di Roberto Manassero

Solo e ritroso come ci ha abituati a pensarlo, Sufjan Stevens è tornato nel 2010 con due lavori a meno di due mesi di distanza: l’EP All Delighted People, uscito all’improvviso a fine agosto, dopo cinque silenziosi anni di collaborazioni, cover e progetti strumentali, e The Age of Adz, l’album vero e proprio, il sesto della sua carriera da genio eccessivo, album atteso, sperato, mai annunciato se non all’ultimo e arrivato a inizio ottobre. Il primo è un addio che contiene i segni di una dispersione già avvenuta, il secondo un approdo in un mondo nuovo di cui ancora non si sa nulla. Ed è soprattutto di questo nuovo mondo che Sufjan Stevens ha voluto parlare, raccogliendo lavori più o meno recenti in un EP tanto bello quanto estemporaneo, ed entrando poi con tutto se stesso in un pianeta del dolore ancora senza nome ma collocato in una parallela era di Adz, da leggersi «Ods» e perciò piena di stranezze, assurdità, cose incomprensibili.
Si è perduto, Sufjan Stevens, e non sa ancora di potersi ritrovare. Nel progetto di mappare l’America con la sua musica, non ha saputo avvolgerla stato per stato e ora è approdato in una landa desolata che per lui solo è forse comprensibile e per tutti gli altri una terra di nessuno. The Age of Adz travolge e tramortisce, abbandona il banjo e sceglie ancora la melodia pop-rock, ma mescola stili, voci, basi, distorsioni e cori come se procedesse a tentoni nel regno imperscrutabile della soggettività assoluta. Si apre con una traccia acustica che rimanda a un’idea condivisa dell’autore (quasi a chiedere scusa per i futile devices che seguiranno) e si chiude nella consapevolezza di aver fatto «such a mess together», solo un gran casino cioè, ma sapendo di non poter fare altrimenti, essendo la soggettività l’unica arma da opporre allo sguardo d’acciaio dell’industria discografica.
Quello che si ascolta in The Age of Adz è il mondo interiore di Sufjan, perché il viaggio nelle terre del Michigan e dell’Illinois a cui ci aveva invitato è diventato un tragitto solitario. «Sufjan follow the path», gli dice a gran voce il coro di Vesuvius, ma il sentiero nei verdi campi della repubblica, quel sentiero cantato con la stessa voce potente e sussurrata di Fitzgerald e Sherwood Anderson, con la medesima capacità di elevare a universalità l’episodica narrazione di ogni angolo della nazione, con le varie Flint, Holland, Redford, Springfield, Jacksonville pronte a diventare nuove Winesburg, Ohio, quel sentiero ha fatalmente virato verso il cuore del suo ideatore e lasciato senza guida gli altri suoi frequentatori.
La geografia c’è ancora, ma è solo mentale, corporea anzi, con la vita personale del musicista e la malattia che lo ha colpito nell’ultimo anno (raccontata nel mantra delirante I Want to Be Well) che si pongono come spazi privilegiati di un attraversamento drammatico. Sufjan c’è, in The Age of Adz, con il suo corpo e la sua mente, con tutto ciò che ha voluto conservare dei cinque anni di elogi, esaltazioni e fughe seguiti a Come on Feel the Illinoise. Ora che è tornato ha intasato l’indie rock con uno atto di esistenza che ribalta l’intimità folk a cui ci aveva abituati e libera la creatività in un torrente fuori controllo di suoni, parole e rumori.
Sufjan Stevens è sempre stato un massimalista: i vari tasselli della sua opera-mondo si alimentavano di una pluralità di voci e ritratti da grande letteratura, degni di Dos Passos e di Bellow (a cui dedicò una canzone in Avalanche). Solo che ora quella pluralità è tutta interiore e schizofrenica, è dolore filtrato dall’autotuner, è ancora folk ma soffocato dal cazzeggio elettronico, dai rimandi al musical, a Broadway, a Frank Zappa, agli Animal Collective, al dub sync; è un delirio che fa pensare alle distopie torrenziali di Pynchon, o all’inesauribile, spaventosa genialità di Foster Wallace, con centinaia di futile devices che testimoniano la sofferenza dell’unica lotta che l’autore ha voglia di combattere: quella per la propria serenità, contro la seduzione del suicidio come alternativa alla creatività.
Nel folk appassionante e malinconico dei suoi capolavori, Sufjan Stevens non aveva nulla da spiegare: la sua musica era immediata, riconoscibile, innovava in modo inatteso ed esaltante una linea melodica derivata da Dylan e Nick Drake. Ora, invece, deve rispiegare tutto, come in un romanzo pieno di note, affastellando informazioni su informazioni per far comprendere un mondo che nemmeno lui conosce. L’infinito spazio della sua soggettività riguarda però l’intero destino della musica pop, con il solo genio popolare dell’indie rock che diventa icona improbabile, schizofrenica e continuamente negata.
Non è caso che la canzone più famosa di Sufjan Stevens, Chicago, fosse presente in un film come Little Miss Sunshine ad accompagnare lungo le strade d’America il viaggio di una famiglia straordinaria perché diversa, sconfitta perché orgogliosamente unica. Chicago potrebbe sì essere l’inno di una generazione, ma non come You Can’t Always Get What You Want lo fu per gli idealisti reduci degli anni ’60 raccontati dal Grande freddo, bensì come lamento vitalistico di chi generazione non è mai stato e nel grande freddo ci è nato.
La musica, in fondo, ha perduto la capacità di creare mitologia dello spazio e del tempo: Sufjan ci ha provato a rinnovarla, ci è riuscito e si è messo al pari con i grandissimi, ma a un certo punto si è stancato, ha deciso di fermarsi e ora, coi piedi ancora in bilico nella nuova era delle assurdità, dice di aver perso la voglia di lottare e di non essere fatto per la vita. Se non si è ancora ucciso, diversamente da altre icone ben più consapevoli, è perché trova ancora nelle profondità disperate della sua musica un motivo per scendere in strada e dare il meglio di sé. It’s not so impossibile.

Commenti
3 Commenti a “Sufjan Stevens e la sua era di assurdità”
  1. Ekalix scrive:

    Grazie.
    Ascolterollo.
    Se non si è fatti per la vita, per corrispondenza biunivoca, non si è fatti per la morte, essendo la prima un preparasi a, una forma celebrativa di, fatta di giorni. O no?

  2. Nicola Lagioia scrive:

    Caro Giorgio, caro Manassero: grazie.
    Non conoscevo Sufjan Stevens. Ora ascolto “Come on! Feel the Illinoise!” a palla…

  3. Temeka Billman scrive:

    That appears to be very good nonetheless i’m still not so certain that I favor it. Anyway will look even more into it and choose for myself! :)

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