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Suggestioni: il naufragio di Hirst e i suoi enigmi

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Con questo pezzo chiudiamo la serie dedicata alla mostra veneziana di Damien Hirst. Qui la prima parte e qui la seconda.

di Daniele Capuano

Queste note richiedono una giustificazione. Anzitutto per il loro carattere frammentario e casuale, di amplificazione immaginativa piuttosto che di recensione/commento, dovuto all’oroscopo del loro concepimento: sono state scritte da uno che prima conosceva solo il nome di Damien Hirst, e che ha dissipato appena un lembo della propria ignoranza ai margini di una splendida cena tra amici. Invece del dessert, cortesemente rifiutato a seguito di un pasto abbondante e felice, Adriano Ercolani mi ha portato, con ampi gesti cerimoniali, l’impressionante catalogo della mostra veneziana, che lui stesso e Chiara Babuin hanno già commentato in modo squisito e penetrante.

La fermentazione delle immagini è stata immediata: poche ore dopo ho sognato una rappresentazione della Tempesta di Shakespeare; nella calca del pubblico si raccoglieva un portafogli corroso ed esaltato da una formazione corallina, una voce attaccava il canto di Ariel, Full fathom five.

Al risveglio, un’impressione insistente: che il tema di Treasure from the Wreck of the Unbelievable fosse il tema dei temi, quello del Vedanta – Māyā, e l’Identità. Māyā, ovvero la potenza infinitamente illusiva dell’apparenza, che esiste (consiste) solo in una relazione di valutazione; e l’identità, ovvero chi realmente siamo, poiché tutto dipende da un atto, da un processo di identificazione – probabilmente da un errore di identificazione, cui cerchiamo continuamente, in modo più o meno oscuro, di porre rimedio. In questo senso, dunque, l’identificazione ha a che fare con la memoria: e il tema qui non è solo sapienziale, gnostico, vedantico, ma anche messianico.

Nella Tempesta Ariel inganna Ferdinando, dicendogli, anzi cantandogli, che suo padre Alonso è morto nel naufragio: sono versi famosi – nulla di lui scompare, but doth suffer a sea change/ into something rich and strange, ma subisce una metamorfosi marina in qualcosa di ricco e strano. Il mare, immagine sublime e necessaria del Tempo, quindi della memoria e dell’oblio, sottopone ogni cosa a una metamorfosi: non però in alcunché di determinato, ma nella metamorfosi stessa, in Proteo, dio delle acque, della potenzialità, del mutamento incessante. Gli oggetti che emergono dall’oblio e dalla memoria sono ricoperti dai sedimenti della memoria stessa – sedimenti che hanno una infinita leggibilità: questo è messianico, perché il tempo messianico ha un’immensa concentrazione in quanto tempo di fine e di ricapitolazione, di giudizio e compimento.

Il Messia viene paragonato dal Talmud a “un oggetto trovato”: non tanto, direi, l’objet trouvé, ma l’oggetto ri-trovato, che in qualche modo emerge dalle acque del tempo ricoperto di tutti i sedimenti che il tempo vi ha lasciato. Si pensi a certi santuari megalitici: le onde dei secoli li seppelliscono e li riportano alla luce, e le varie generazioni si interrogano sulla loro origine, sulla loro destinazione, annettono le rovine a un linguaggio, a una cultura, a un uso. Un’epoca dirà che lì si riunivano i Giganti per giocare a dadi; i cristiani chiameranno il luogo “Rifugio del Diavolo”: si tratteranno a volte le pietre come materiali di risulta per templi o fortezze. La storia di quel centro religioso arcaico si potrà mai dissociare da tutte le incrostazioni che il mare della memoria-oblio ha pazientemente plasmato sulla sua pietra, dalle sue mutilazioni, dalle sue deformità casuali e significative (caso e significato sono parallele che, nell’infinito del Mare-Tempo, si congiungono in nozze)?

C’è un grande racconto, forse il più grande delle Mille e una notte, che è affiorato dalle onde del mio ricordo dopo la contemplazione delle immagini di Hirst: la Storia della Città di Bronzo. Secondo una nota leggenda Salomone, il Re Profeta, aveva sottomesso i jinn, esseri elementari potentissimi, ambigui, amorali, costituiti d’aria e di fuoco, obbligandoli a costruire il Tempio di Gerusalemme, la Santa. Quanti si ribellavano venivano imprigionati in vasi di bronzo, che il sovrano israelita faceva sigillare e gettare nelle profondità del mare. Allorché un predestinato, a distanza di secoli, pescava uno dei vasi e ne rompeva il sigillo, assisteva a uno spettacolo grandioso e inconsueto: il jinn appariva gigantesco e, prima di dileguarsi, s’inchinava e chiedeva perdono al Comandante dei Credenti, ritenendo di trovarsi ancora e per sempre alla presenza del figlio di Davide.

Nel racconto arabo il califfo ʻAbd al-Malik intende recuperare i vasi e depositarli nel suo personale tesoro, quindi tesaurizzarli come fanno tutti i collezionisti, che trasferiscono in un luogo sacro e intoccabile gli oggetti riemersi dal mare letterale e metaforico. Il califfo affida questa impresa all’emiro Mūsā, ovvero Mosè, che nel corso del viaggio avvista e attraversa la famosa città di bronzo: una necropoli in senso proprio, una vera città dei morti ove tutto è fissato in un sonno perpetuo; e le iscrizioni che l’emiro incontra e trascrive hanno il carattere paradossale della nostra conoscenza del passato: in esse i morti parlano in prima persona, anche se non certo loro le hanno personalmente incise. Si tratta fra l’altro di un luogo carico di meraviglie e ricchezze, come l’Ade, la città di Plutone, che è il dio insieme della ricchezza e della morte: dal seno della morte sorgono, o risorgono, i doni della memoria straniata, i tesori. Infine la spedizione, intimamente arricchita da questa saggezza della caducità (verrebbe da dire, di nuovo scespirianamente, arricchita dalla quintessenza della polvere), giunge ad una costa dell’Africa profonda, dove un popolo estremamente arcaico trae la propria sussistenza quotidiana da un mare sul cui fondale abbondano i misteriosi vasi di bronzo. Se per il califfo i vasi sono oggetto di curiosità, ma soprattutto sembrano contenere il segreto della regalità (li aveva fabbricati Salomone per imprigionarvi esseri magici, poteri magici), per gli africani si tratta di presenze abituali: a volte, secondo una redazione del racconto, vengono utilizzati come utensili ordinari. Così ha sempre fatto la saggezza di ogni epoca.

Il titolo di Hirst suggerisce che lo sguardo incredulo della nostra veglia culturalmente condizionata (unbelievable, unbelief), una volta naufragato nelle acque della memoria, grazie all’artificio dello straniamento (opere presentate come reperti vecchi di due millenni) coglie le forme del contemporaneo cariche dell’aura del relitto, concrezione di memoria e oblio; ma coglie insieme le forme del passato, già a noi note attraverso altri ritrovamenti e altri naufragi (spesso letterali, simbolici sempre), incrostate delle proiezioni oniriche che la nostra epoca presta loro. La finzione del wreck restituisce così il fermento della metamorfosi, e un’aura parodica, all’epoca che ha ormai consolidato il muro invisibile della segregazione tra museo e industria (una segregazione che ovviamente vela e rivela una profondissima solidarietà tra le due forme).

Alla fine del racconto arabo ci attende un tocco di humour che forse non è privo di nessi con lo strano humour di Hirst. Gli africani donano all’emiro delle meravigliose creature marine, evidentemente delle donne-pesci, delle sirene, che forse piaceranno al califfo ancor più dei vasi salomonici. La sirena è l’essere metamorfico per eccellenza: non è ancora uscita dal mare originario, con metà del suo corpo appartiene ancora all’archè, alla sua immemoriale sapienza, alle sue minacce che ci attirano al naufragio. Le creaturine favolose vengono poste in vaschette colme d’acqua marina ma, a differenza dei vasi di bronzo, vive e delicate quali sono, non sopportano il caldo del viaggio di ritorno e arrivano morte al cospetto del califfo: la metamorfosi può varcare le soglie del tesoro, e del Museo, solo nella forma della morte.

Hirst ha avuto l’intuitiva saggezza di rappresentare questo elemento metamorfico, sia nelle sue sculture incrostate di finti coralli più veri del vero, sia negli intarsi di citazioni ammiccanti dove  amoreggiano e confliggono – in profondi partouze – le mostruosità del pop e quelle dell’arte egizia o mesoamericana: anzitutto la saggezza di restituire la metamorfosi nella forma del relitto. In tale forma l’aura della metamorfosi può in qualche misura conservarsi, sebbene attraverso una doppia parodia, per cui abbiamo una finzione che è una chiave per leggere tutte le altre finzioni: un naufragio e un recupero che ci parlano, con lo straniamento necessario ad ogni autoconoscenza, del disconoscimento e del riconoscimento con cui salutiamo le opere “realmente” riesumate dalla terra o ripescate dal mare: bronzi di Riace, bronzi salomonici, enigmi della città di bronzo, della morte, in cui è celato il segreto della vita e del tempo, affidato al giudizio messianico del Re dei Re. La sirena di Hirst è conservata, né morta, né viva, nel sale di questa saggezza da farceur profondo, da commediante allegorico.

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