showimg2

Sui giornali che chiudono

showimg2

Questo articolo è uscito su l’Unità. (Fonte immagine)

Ogni volta che, negli ultimi anni, un giornale ha rischiato di chiudere, o ha finito per farlo, mi è capitato di pensare istintivamente a un capitolo dell’Orologio di Carlo Levi in cui si racconta l’estrema fatica di fare un giornale – ogni giorno, quindi ogni notte – nella Roma dell’autunno del 1945, a pochi mesi dalla Liberazione.

Levi era allora direttore di “L’Italia libera”, organo del Partito d’azione, ma il racconto che fa della vita redazionale vale per tutti i giornali che nascevano dall’esperienza del Cln, o che si andavano rinnovando dopo gli anni di guerra. Non c’era niente, mancavano soldi, risorse, perfino la carta: gli ultimi articoli si scrivevano in fretta e furia in un bugigattolo ricavato in tipografia, la luce andava via a singhiozzo interrompendo il processo di stampa per molte ore. Ma alla fine i giornali uscivano. In poche pagine, ma uscivano. Come ricordato da Emanuele Macaluso, in una recente intervista sul “Venerdì”, pur su una “Unità” di poche pagine, Alfonso Gatto poté seguire il Giro d’Italia del ’46, tappa dopo tappa, realizzando il sogno di ogni scrittore (quantomeno quello maturato nell’infanzia di molti di noi, e dello stesso Gatto): raccontare il paese, le sue cento province, la sua pelle dalle infinite sfumature, attraverso la sua corsa più importante.

Sono anni ormai che riflettiamo, raccontiamo, analizziamo la crisi dei giornali, la perdita del loro ruolo, la fine di molte testate (non una fine indistinta: ma proprio la fine di “quella” testata o di “quell’altra”, con un bagaglio di esperienze e di racconto che va in malora). Intorno c’è un panorama di macerie. E la crisi dell’“Unità” si è generata all’interno di questo panorama di macerie.

Cosa c’è di diverso rispetto al passato, a parte la Crisi Economica che in questo frangente sembra essere diventata la Causa Prima di ogni cosa, tanto che non ci sforza più di analizzare le altre cause? C’è che ogni volta che un giornale rischia di chiudere, o chiude definitivamente, si assiste a una risposta scissa. Da una parte una comunità (che non coincide unicamente con la comunità dei lettori o dei lavoratori di quella testata) si stringe intorno a quella esperienza, rivendica l’importanza del pluralismo dell’informazione, ricorda tutto quello che è stato fatto e sottolinea tutto quello che si potrebbe ancora fare. Dall’altra, monta un fastidio sordo (in alcuni casi, un odio malcelato) verso la carta stampata tutta.

Si dice: se quel giornale chiude, in fondo se lo merita… Ma questo tic mentale, che denota uno spicciolo darwinismo tipografico-sociale, in realtà svela un odio contro la stampa tutta, contro ogni giornalista come sottoprodotto della casta. Tanto che viene da chiedersi: cosa ci dice dell’Italia di questi anni questo modo di pensare ormai largamente diffuso, al di là delle piccole comunità resistenti e degli indifferenti a cui comunque non fregherebbe niente? Che l’odio verso i giornali (frammisto alla loro effettiva crisi) è un po’ il frutto di quella voglia di abbattimento di ogni corpo intermedio, di ogni interrelazione complessa, di ogni racconto che superi il grado zero di un selfie, che oggi dilaga nel paese.

Cosa fare contro lo spicciolo darwinismo tipografico-sociale e contro l’astio generalizzato? Come aggirarsi tra le macerie? Non c’è forse altra soluzione che provare a essere imprevedibili, aprire nuovi fronti, suscitare nuovi punti di vista, molto più di quanto non lo si sia fatto in passato.

La crisi dell’“Unità”, questa volta, è un po’ come tutte le altre, ma allo stesso tempo molto diversa. Diversa non solo per i novant’anni che il giornale ha alle spalle, per la montagna di pagine accumulate in archivio, per Gramsci Togliatti Berlinguer Calvino Pasolini Vittorini eccetera, per le firme che ha ospitato, per le generazioni che si sono avvicendate, per tutti coloro che a migliaia l’hanno distribuita nei decenni passati. Il punto mi pare un altro, come sottolineato da Paolo Di Paolo: abbiamo un enorme bisogno di aprire cantieri – di racconto e riflessione – all’interno di quella che ostinatamente, in molti, continuiamo a chiamare “sinistra”, e di tenere in piedi quelli ancora esistenti. Non è una sfida di retroguardia.

Semmai nasce dalla necessità di provare a tenere insieme lezioni del passato (con relative batoste), caos del presente, intuizioni sul futuro. In fondo, la forza dell’“Unità” è sempre stata quella di non essere il bollettino del più grande partito della sinistra, tanto che così è stata voluta fin dalle sue origini. Di un giornale che, giorno dopo giorno, mantenga questo rapporto critico, di scambio critico, che sia sempre più imprevedibile (come è stato in alcuni dei suoi momenti migliori), c’è ancora un gran bisogno. Mi pare questa la principale ragione per cui “l’Unità” debba continuare a vivere. Ciò riguarda non solo i suoi lettori o chi ci lavora al suo interno. Ma TUTTI.

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
Commenti
6 Commenti a “Sui giornali che chiudono”
  1. Mikez scrive:

    Quindi le crisi per i giornali ci sono sempre state solo che stavolta i lettori sono pieni di astio, affetti da “spicciolo darwinismo tipografico-sociale”. Wow, ottima analisi, prevedo per l’Unità un futuro radioso.
    Noto comunque che l’unico esempio di giornalismo citato è quello sul Giro d’Italia. Del 1946.
    Se l’obiettivo è raccontare il paese, i giornali chiudendo lo raccontano come meglio non si potrebbe.

  2. ilic scrive:

    Giornale di partito, dipartito.
    Gli illustri citati si fermano al ’70 quaranta anni fa, un po troppi.
    Riassumendo alcuni nomi illustri degli ultimi anni, D’Alema, Veltroni, Digregorio.
    Come si fa a non sperare nell’estinzione del genere umano?

  3. SoloUnaTraccia scrive:

    L’acqua sul pavimento si asciuga benissimo anche con Repubblica (anche se il top rimane il Corriere nel vecchio formato).

  4. Carlo (@carloebasta) scrive:

    Prima pensavo che l’informazione dovesse essere libera, dagli editori e dal mercato. Poi la stessa informazione mi ha persuaso del contrario, che c’è una legge superiore a comandarla. Servirebbe una vera riforma in grado di preservare l’informazione come “bene comune”, beni di cui sempre più si parla, al di là della proprietà pubblica o privata. Ma c’è da aggiungere che gli stessi operatori della informazione hanno fatto a gara per schierarsi dalla parte dell’editore, spingendo verso partigianerie politiche ed economiche, sposando appieno le regole del mercato , con articoli ed interventi molto persuasivi quando altri lavoratori ne subivano le dure conseguenze. Ora siamo all’anno zero, tutti sullo stesso piano inclinato verso tragedie aziendali e personali. Adesso sarebbe ingiusto sollevare la bandiera delle pur fondate ragioni particolari e delicate della informazione solo per salvare i lavoratori dell’editoria. Sarebbe ingiusto nei confronti degli altri e sono tantissimi che hanno perso o rischiano di perdere il lavoro. Ora è il momento della solidarietà e della revisione delle regole del mercato, imprimendovi il marchio della dignità umana. E se le regole del mercato sono ingiuste o se altri valori devono prevalere , lo si dica per tutti e si ricominci a scrivere nuove regole. Vorrei leggerle negli articoli di fondo, nelle terze pagine. Vorrei leggere non la difesa della informazione ma della dignità umana in tutte le sue forme.

  5. Waldo scrive:

    Mi permetto di sottolineare un aspetto probabilmente secondario ma non ininfluente del problema: finché si continuerà a definire, cito testualmente, «spicciolo darwinismo tipografico-sociale» e «astio generalizzato» la legittima preoccupazione di chi intravede dietro ai cori di prefiche (tutto molto già visto, peraltro: parola di uno che ha comprato più di qualche numero a “prezzo speciale”) uno sperimentato polverone per chiedere a un governo amico l’elargizione di fondi a sufficienza per tirare avanti qualche altro anno, sarà molto, molto difficile che qualcuno all’infuori degli addetti ai lavori o degli uffici stampa si strappi le vesti in difesa dell’ennesimo giornale senza lettori. È una questione di linguaggio, di tono, di autocoscienza: mi dispiace, ma non fate altro che alienarvi la simpatia (e il denaro) del vostro target di lettori.

Aggiungi un commento