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Sul bisogno di autenticità: intervista alla cantautrice Nadia Reid

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Questa intervista è uscita sul numero di marzo del Mucchio Selvaggio, che ringraziamo.

Dovendo scegliere una cantautrice su cui puntare per il futuro, sceglieremmo la giovane neozelandese Nadia Reid, che con Preservation conferma quanto di buono aveva lasciato intuire con l’album d’esordio. Abbiamo fatto una chiacchierata per capire come sono nate le nuove canzoni.

Look da antidiva, espressione perennemente imbronciata, Nadia Reid, twenty-something proveniente dal sud della Nuova Zelanda, sembra uno di quegli artisti destinati a realizzare sempre un heartbreak record. E’ proprio con quei toni gravi, con il cuore ridotto a brandelli, che è stato scritto e registrato anche il nuovo disco, Preservation. Ma Nadia è un’artista che, a dispetto della malinconia di cui sono infuse le sue ballate e del gusto per la rimembranza evidente in molti dei suoi testi, non ama guardarsi troppo indietro. Del suo debutto uscito poco più di un anno fa, Listen To Formation, Look For The Signs, dice “mi sembra un po’ datato”. Certo, quello era un album scritto nell’arco di sette anni, il classico primo album di una ventenne che vi racchiude il meglio di un canzoniere accumulato durante quel faticoso viaggio dentro e fuori se stessi che è l’adolescenza. Si trattava, comunque, di un esordio notevole, uno dei migliori dischi folk del 2015.

“Le canzoni di Preservation sono venute fuori in maniera molto più naturale e rappresentano alla perfezione il momento che sto vivendo”, ci dice Nadia. Le differenze tra i due album sono sottili, ma ci sono. Mentre le canzoni del debutto erano legate alla Nuova Zelanda, “le nuove canzoni non hanno lo stesso legame con i posti in cui sono nata e cresciuta, e non solo perché negli ultimi mesi ho avuto modo di vedere molti altri posti in giro per il mondo; direi che la mia musica oggi è molto più focalizzata su me stessa che non su dei luoghi geografici”.

Ma la differenza fondamentale tra il primo e il secondo album è il tempo che è passato in mezzo. “Lo scorrere del tempo. Crescere. Diventare adulti. Aprirsi nuove prospettive. E’ successo tutto questo tra un album e l’altro. E’ come se avessi visto crescere la mia sete di conoscenza e il fatto di essere stata a lungo in giro in tour mi ha donato un nuovo senso di confidenza con me, con le cose, con gli altri. Comunque direi che i due album sono come due snapshot musicali che fotografano dei momenti ben precisi”.

Con quale spirito hai lavorato a Preservation?

“Avevo una sorta di fame nel fare questo nuovo disco, e avevo una fiducia del tutto nuova, sconosciuta quando registravo il primo disco. A dispetto di quanto faticoso e persino noioso possa essere registrare un disco, a me sembra il modo più naturale per segnare il tempo. Proprio come un pittore trova naturale farlo dipingendo un quadro.”

Il tuo primo album raccoglieva canzoni scritte nell’arco di molti anni, stavolta invece hai fatto tutto in fretta. E’ stato complicato per te scrivere le dieci canzoni del nuovo album in un arco di tempo molto breve?

“No. Considera che c’è comunque un tempo consistente che intercorre sempre tra la composizione di un pezzo, la sua registrazione e poi la sua pubblicazione. Per esempio, nel nuovo disco c’è una canzone, Hanson St Part 2, che ho escluso da Listen To Formation e che poi ho deciso di recuperare. Un mese dopo l’uscita di Listen To Formation è finita una storia d’amore molto importante per me e ho dovuto fare dei bei cambiamenti nella mia vita. Ripensandoci, i sei mesi successivi all’uscita del mio primo disco sono stati un periodo veramente triste. Registrare su un disco le canzoni scritte in quel periodo, devo ammettere, mi ha dato un gran sollievo. Per quanto mi riguarda questo è l’aspetto migliore del fare dischi: fissare un momento, un tempo della tua vita, e farlo durare per sempre.”

Hai detto che le nuove canzoni sono più centrate su te stessa che non sui luoghi geografici. Eppure mi sembra che le esperienze accumulate suonando in giro per il mondo negli ultimi mesi abbiano finito per influenzare quello che hai scritto. In che modo la tua creatività ha beneficiato dei continui viaggi?

“Viaggiare mi ispira in modo particolare. Forse non nell’immediato, ma è come se durante un viaggio io immagazzinassi un bel po’ di ispirazione per quando ne ho bisogno. La cosa più bella che è successa viaggiando e suonando all’estero è stata la sorpresa di scoprire fino a che punto la musica mi faccia bene. E’ pazzesco che queste canzoni mi abbiano permesso di viaggiare in tutta Europa. Il fatto che la musica abbia un suo proprio linguaggio, indipendente da chi la compone, mi sconcerta. Mi sono accorta di aver toccato persone che non avevo mai incontrato fisicamente e non smetterò mai di essere grata per questo. Sono ancora totalmente in soggezione davanti al potere della musica!”

Puoi descrivere il tuo processo di scrittura?

“Solitamente scrivo in un diario. Ma scrivo anche sul mio telefonino, se sono in giro e ho un’idea improvvisa. Passo gran parte del mio tempo suonando la chitarra e canticchiando per conto mio. Per me la scrittura è una faccenda privata. La maggior parte delle volte dalla solitudine viene fuori tutto in maniera abbastanza naturale, ma ci sono anche le volte in cui non viene fuori nulla. La solitudine da cui sono venute fuori le canzoni spesso è stata quella di Wellington, la città dove sono state scritte molte di esse, una città ventosa in modo terribile, brutale direi. Ma muovendomi parecchio, ho finito per mettere dentro le canzoni anche le solitudini di posti come Port Chalmers, Auckland, una stanza d’albergo a Sydney, la giungla a Kuala Lumpur.”

Sei d’accordo se dico che uno degli elementi chiave della tua musica è l’intensità?

“Sì, sono d’accordo, ma non scrivo intenzionalmente in modo intenso. Dico semplicemente la mia verità, scrivo del mio modo di stare al mondo, di una certa situazione o di una certa persona. Mi aiuta a dare un senso a quello che mi accade.”

E non ti capita mai di avere paura di mostrare le tue emozioni così direttamente, di fare in modo che passino a chi ascolta quasi senza filtro? Non ti è mai sembrato imprudente?

“Devo dirti di no. E’ il mio modo naturale di esprimermi. Mi fa sentire viva. Credo che le persone trovino in qualche modo confortevole quando qualcuno è sufficientemente coraggioso da condividere le proprie verità. Se edulcorassi le mie canzoni, non le ascolterebbe nessuno. La gente vuole autenticità. Beh, perlomeno io la voglio.”

Sembri effettivamente a tuo agio con l’intensità, mi sembra però che tu lo sia meno con l’ironia, nelle tue canzoni non ce n’è molta…

“Un pizzico d’ironia c’è, dai. Non sono sempre così tremendamente seriosa.”

Ascoltando Listen To Formation e Preservation non si può non pensare alle similitudini tra la tua voce e il tuo modo di cantare e quelli di Mimi Parker. La musica dei Low, e la voce di Mimi in particolare, sono un riferimento importante per te?
“Beh, non posso definirlo un riferimento, ma per il semplice fatto che mi sono avvicinata alla loro musica soltanto di recente. Ma devo ammettere che adesso li amo!”

Quali sono allora i tuoi principali riferimenti?

“Amo i primi album di Jolie Holland, amo Gillian Welch, Rufus Wainwright e Martha Wainwright.”

Cosa hai ascoltato maggiormente mentre lavoravi a Preservation?

“Vediamo… i Big Thief e Joni Mitchell, in particolare il suo album Heijra.”

Dicci qualcosa sulle tue passioni extra-musicali. Per cosa vai matta?

“Adoro leggere e la mia scrittrice preferita è Janet Frame, l’autrice neozelandese di Un angelo alla mia tavola, che oltre ai romanzi ha scritto anche grandi poesie. Amo il cibo messicano. Mi piacciono i cani. E pratico yoga.”

Pierluigi Lucadei, marchigiano, è nato a San Benedetto del Tronto nel 1976. Giornalista, critico musicale e scrittore, collabora con «Il Mucchio Selvaggio», ilmascalzone.it e «Rivista Undici». Suoi racconti sono apparsi sulle riviste «Cadillac» e «Achab». Ha pubblicato «Ascolti d’autore» (Galaad, 2014) e «Letture d’autore» (Galaad, 2016).
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