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Sul caso Borri: guardare il dito e non la luna

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Qualche giorno fa il pezzo di Francesca Borri ha dato il via a un acceso dibattito in rete. Pubblichiamo un commento di Ilaria Maria Sala, giornalista freelance socia dell’agenzia di giornalisti indipendente “Lettera22”.

di Ilaria Maria Sala

Dico anch’io la mia sulle questioni sollevate dall’articolo di Francesca Borri. Con alcune premesse: non la conosco, non l’avevo mai letta prima e non amo il suo stile, sono freelance da tutta la vita ma non ho mai fatto la giornalista di guerra.

Dopo l’iniziale sgomento dato da una denuncia così accorata, ecco che molti hanno cominciato a chiederle ma tu a che ora eri e dove? In Bosnia? Quando la guerra era finita? E come hai fatto a vedere del sangue? E ad Aleppo? Ma guarda che non c’eri solo tu. Etc. I problemi che solleva – secondo me reali e gravi – è bene discuterli.

La ragazza – magari antipaticissima – è in Siria, che non sembra certo il migliore posto in cui essere, ma si discute della sua scelta e non: chi è il fetentone che ti pubblica per una miseria, che forse delle responsabilità le ha? Invece: ma questo ginocchio come sarebbe che ti hanno sparato e non lo sapevamo? E non si è sfracellato? Perché disquisire di menischi e di proiettili, ma non del fatto che pagare 70 dollari a pezzo è causa, non sintomo, di una stampa scadente?

Io credo che l’informazione italiana sia così in crisi anche perché facciamo un prodotto che soffre delle cose che denuncia Borri. Magari è una wannabe? Magari drammatizza perché le piace il dramma? Che importa? Certo la stampa è in crisi nel mondo intero. Ma sarebbe bello essere “in crisi” come il New York Times, Bloomberg o il Wall Street Journal. Alcuni dei problemi non sono solo congiunturali, ma tutti nostri.

Perché a chi è mai capitato, in Italia, che nei momenti in cui le cose andavano meglio (e ci sono stati) qualcuno dicesse alè, invece di aumentare all’assunto di turno a cui già pago ferie e contributi, aumento a te che sì sei al pezzo, ma colori il giornale di cose vere, viste, e uniche?

In questo discutere dei freelance come feccia disposta a prendere una pedata in pagamento ci si dimentica un particolare: i freelance ricoprono un ruolo molto importante. In Italia sono trattati da sfigati, disposti a scrivere ma rimpiazzabili. Si tace il fatto che i giornali sanno che senza i freelance avrebbero un prodotto molto più povero, e che se noi abbiamo bisogno di loro per maggiore visibilità e un volano più “autorevole” di un blog per cose che consideriamo importanti, loro hanno bisogno di noi per avere originalità, persone sul posto e uno sguardo spesso competente. Perché le conoscenze e la passione di un bravo freelance, che è in loco da tempo e parla di frequente varie lingue, è difficile che siano a disposizione di un inviato, o di chi da anni fatica dal desk. Infatti, i freelance non solo continuano ad esistere, ma ad essere cercati dai giornali. (E di freelance raccapriccianti ne ho visti tanti, prima che qualcuno dica che santifico la categoria intera. Ma di freelance bravi davvero ce ne sono molti, non assunti per motivi che andrebbero analizzati oltre “la crisi”).

Un inciso su come si lavora con giornali esteri: quelli anglosassoni, che amiamo criticare ma poi sono quelli che tutti in Italia (e altrove) si traducono e scopiazzano, trattano con rispetto i freelance. Prima di farti lavorare, dicono quanto pagano e quanto ci vuole affinché il pagamento sia trasmesso. Poi, dopo che il pezzo è stampato ti arriva una mail della segretaria di redazione con il pdf del tuo articolo e il ringraziamento.

In Italia, molti colleghi in questi giorni hanno invece detto che siamo noi che “roviniamo la piazza”. Il fango versato su Baldoni, morto in guerra mentre lavorava per Diario, è allucinante. In tanti a esclamare “un freelance! Cosa ci faceva li! È roba da professionisti, quella!”. I freelance sono dei professionisti. Di nuovo: i freelance sono dei professionisti. Alcuni, come in tutte le professioni, sono dei professionisti molto bravi. Nel mondo anglosassone lo sanno. In Italia, sembra di no.

Solo che poi ad essere plagiata è la stampa anglosassone, non quella italiana. Un motivo ci sarà? Altro confronto: inventa un’intervista, in una pubblicazione inglese mainstream, e sei fuori. La chiamano “firing offence”: crimine che ti rende licenziabile. Hai fatto un plagio? Non scrivi più. Venitemi a spulciare l’eccezione sul tabloid inglese straccione, e di nuovo non volete capire quello che cerco di dire.

Torniamo a noi: fatto sconcertante ritrovato in certe redazioni italiane, la certezza che il lettore sia un deficiente che vede solo il suo ombelico. Per cui ben vengano le tante valanghe di pezzi approssimativi, scritti con un bel rimpastone di agenzie misturato a pezzi dall’inglese (che le lingue altre non le sappiamo e anche quella insomma) o solo delle belle traduzioni firmate in fretta come roba nostra, prima che copi qualcuno altro. Tanto il lettore non se ne accorge, è idiota. Poi ci lamentiamo che il lettore, che abbiamo appena insultato, smetta di comprarci. Sarà che tanto scemo non è? Ora molti blog riprendono queste nefandezze e ne fanno dei bei post con scritto parola per parola il pezzo copiato e quello originale, ma il problema nelle redazioni è ignorato. A volte per motivi veri: sotto organico, non si viene mandati più nemmeno a coprire qualcosa che avviene nella porta accanto, quindi bisognerà informarsi leggendo online. Ma informarsi da altri e scopiazzarli non dovrebbe essere equiparato.

Altro difetto frequente, non solo italiano, che stride con la denuncia di crisi: mentre ti dicono di non poterti pagare decentemente perché non hanno soldi, paracadutano quello dall’Italia perché la storia si fa grossa, e non può essere lasciata a te che la conosci. Non a collaborare con te, che per una storia grossa ci vorrebbe, ma perché ci vuole il pezzo da cinquanta dalla redazione. Che costa un’ira, ma sai com’è.

Ci sono quelli che ricevono e accettano premi per pezzi copiati, tradotti dall’inglese.

Ma in tutta questa desolazione, facciamo i raggi x all’antipatica Francesca Borri.  Se fosse perché è nostra abitudine fare i raggi x, allora beh, bisogna aspettarselo, è solo giusto. Invece no! Il giornalismo italiano non ha paura di copiare, inventare, e mentire. Ma quello fa lo stesso. Il trattamento sdegnato dei raggi x è solo per una freelance animata da ………. (riempite con l’insulto preferito) e da una reale curiosità per quello che succede nel mondo e alla gente che lo popola, trattata in modo vergognoso. E che magari ha l’ego debordante.

E poi, un’altra cosa vera la ragazza la dice: i soldi per coprire le cavolate di Berlusconi non mancano mai. Gli inviati al royal baby, alle olimpiadi, alle nozze dell’ultimo imbecille di moda con l’ultima scemetta che si è vista in tv – quelli ci sono sempre, magari un po’ più poveri ma ci sono.

Forse il ginocchio se l’è solo sbucciato, ma davvero è l’unica cosa che notate in quel pezzo? E ‘sta fame di verità quando ce la siamo scoperti?  C’è il caso di Antonio Talia, di Agi China, che ha denunciato molto pubblicamente di plagio Visetti, ma la redazione di Repubblica tace, tace, tace. Prima di lui a quel quotidiano ce ne sono stati molti, denunciati apertamente o solo noti agli addetti – ma si vede che questo per Repubblica fa lo stesso: anni fa, vicino Bologna dove risiede, cenai da Ronald Dore, esperto di Giappone fintamente intervistato da Repubblica. Lui chiese che l’intervista fosse ritratta, pubblicarono solo che il Professore non si riconosceva più nelle dichiarazioni riportate. Ripeté che non andava bene, che proprio lui con quel giornalista non aveva parlato mai, era in Giappone quando quello gli lasciò il messaggio in segreteria (era negli anni Novanta, prima dei cellulari). E gli risposero chiedendo perché lui volesse rovinare la carriera di un giornalista promettente. È questo, il giornalismo promettente?

E che dire dell’ira funesta di Tiziano Terzani nei confronti di chi s’inventò un’intervista a Pol Pot, sul Manifesto? Non è servita a nulla, il signore in questione continua a fare il giornalista – anche se poi di interviste finte ne ha fatte altre, ma si scaglia contro i falsi altrui.

Tutta roba successa prima, molto prima della “crisi” e che per questo seleziono come aneddoti credo importanti per capire perché siamo arrivati qui. In giornali che, a modo diverso, si erigono a metro morale altrui. Per dire che questo è un modo di fare nostro, italiano, di noi che fra l’altro siamo fra i pochi paesi che ancora hanno l’Ordine dei giornalisti! Che non si sa perché: se ne è espulsi solo se non si paga la retta – invece ogni tipo di copiatura, cialtronaggine, menzogna, stortura, forzatura, falsità che altrove ti renderebbe impubblicabile, fa lo stesso. Nel paese dei Minzolini, di Libero e del Giornale, dove le notizie esistono solo per essere snaturate, che deontologia crediamo che garantisca l’Ordine dei Giornalisti, che non ha idea dei tempi – e infatti difende gli stipendiati, non i freelance – però decide che la formazione obbligatoria è una bella cosa, anche se chi non ha stipendio se la dovrà pagare da sé? Il fatto è che i freelance si formano, obbligatoriamente, ogni giorno, da anni, imparando cose nuove, intervistando, muovendosi, riproponendosi come consulenti o altro se necessario.

Ma il problema temo sia culturale, in Italia: il modo in cui chi è assunto continua a guardare chi non lo è, senza rendersi conto che la barca affonda per tutti. e che chi è all’esterno non è certo il nemico o l’idiota da sfruttare, il nemico, semmai, è la situazione in cui siamo tutti. E dalla quale secondo me si potrebbe uscire, ma ci vuole un impegno anche da parte di chi è “dentro”.

È una casta, quella dei giornalisti assunti, è vero. Odio la parola e l’uso che ne viene fatto di recente, ma bisogna ammettere che di questo si tratta. Cieca ai suoi privilegi, ti dice “ah, beata te che te ne stai fuori di qui!”, e da brava casta però spara su chi è fuori, dicendo: eh ma questa, con quel ginocchio ferito? E quand’è che è successo? E in Bosnia, che la guerra non c’era più, come lo avrebbe visto, il sangue? Pazzesca, questa Borri.

 

Bolognese, laureata in Cinese e Studi religiosi a Londra, Ilaria Maria Sala negli ultimi vent’anni è vissuta tra Pechino, Tokyo e Hong Kong. Socia dell’agenzia di giornalisti indipendente “Lettera22”, già collaboratrice del Diario e Il Sole 24 Ore, oggi scrive principalmente per La Stampa e il Wall Street Journal. Ha curato e tradotto per Manifestolibri il testo “Rivoluzione e democrazia”, di Wei Jingsheng (1996), e pubblicato “Il dio dell’Asia. Religione e politica in Oriente. Un reportage”, Il Saggiatore, 2006; nel 2007, assieme a Cecilia Brighi e Irene Panozzo, ha curato il volume “Safari Cinese, la Cina alla conquista dell’Africa”, Edizioni O barra O; il suo ultimo libro è “Lettera dalla Cina”, edizioni Una Città, con prefazione di Gianni Sofri. Attualmente vive a Hong Kong. Twitter: @IlariaMariaSala

 

Commenti
5 Commenti a “Sul caso Borri: guardare il dito e non la luna”
  1. SoloUnaTraccia scrive:

    Precisamente chi lo dovrebbe abolire l’ordine dei giornalisti?

  2. Lucia scrive:

    Se l’articolo di Francesca Borri ha fatto molto parlare di Francesca Borri e poco di giornalismo, forse è perché l’argomento principe di quell’articolo era Francesca Borri, e non il giornalismo.

    In questa questione, dita e lune mi sembrano un po’ intrecciate, sovrapposte.

    Quando opti per lo stile emotivo e non per i fatti o l’analisi, allora se era o no la Bosnia, se era o no il ginocchio, sono importanti: e non mi pare molto diverso da una scopiazzatura maltradotta senza citare la fonte.

    Se la luna sono i 70 euro (!), allora è degno di nota che se ne discetti e ci si accalori su siti che il pezzo di Francesca Borri non l’hanno pagato, che non si sarebbero mai sognati di farlo, e non hanno nemmeno considerato l’ironia della cosa.

    Se la luna è la frattura fra garantiti e non (fra chi ha una posizione di rendita, o almeno di una relativa sicurezza, e chi non ce l’ha), allora, apriti cielo. Perché: parliamo pure di giornalisti (mi chiedo quanti giornalisti mancati ci siano fra i lettori dei siti che hanno discusso il pezzo di Francesca Borri), parliamo di giornalisti: ma non credo che siano tanto diversi, né tanto rappresentativi, di tutti i settori – tendenzialmente: tutti – che presentano la stessa frattura fra garantiti e non (fra chi avrà una pensione e chi no, fra chi ha i buoni pasto e chi no, fra chi ha un capo che lo scongiura di prendersi le ferie e chi deve contrattare per strappare qualche giorno, fra chi deve lavorare poco anche se volesse perché sennò i colleghi gli dicono Statte carmo, e chi lavora 16 ore al giorno, e chi adesso con la Connessione Perpetua lavora pure quando è malato o sta per partorire, e chi non ha speranza di trovarlo mai, un lavoro vero…).

  3. Mariateresa scrive:

    O chi, come dice per prima cosa nel suo bel pezzo Francesca Borri, se vuole lavorare là deve stare, cioè in quel manicomio che è oggi la Siria…immaginavo che il pezzo di Francesca Borri risultasse alla fine un sasso lanciatonello stagno: perché tutto continua come prima, perché su Repubblica i pezzi da Aleppo sono firmati da una sconosciuta free lance, mentre la Rai riporta sulla Siria ciò che dice Giovanna Botteri (unica inviata su tutti i fronti) che sta a New York, rassegna stampa al cubo, perché in fondo a me lettrice o spettatrice non importa poi molto di una capa jaidista che viene chiamata mamma dalle altre guerrigliere se, da donne, si mettono a far la guerra proprio come gli uomini e io vorrei vederle boicottate tutte le guerre, da lettori, inviati e compagmia brutta…Ma poi Borri ha ragione: il lettore oggi ha altre fonti, ma insomma il caso Assange non ci dice niente? Non ci fidiamo dell’informazione mediata (dai direttori di giornale che fanno quella cosa odiosa che li porta a firmare un pezzo con il nome del grande inviato e si ricordano delle varie e benemerite Ilaria Alpi, Maria Grazia Cutuli solo post mortem, per favore Francesca ritirati prima!), mediata dai direttori, dagli stati maggiori (i famosi giornalisti embedded), da coloro che riportano solo una parte delle parti in campo; con Internet tutta l’informazione va ripensata, va abolito l’ordine, va spiegato all’Ordine e alle sue scuole che le migliaia di giornalisti che sfornano ogni anno non troveranno posto, va spiegato anche che, garantito e ben pagato e di casta finché si vuole ma un lavoro che ti tiene in redazione 12 ore al giorno (metà giornata!) vale solo a queste condizioni, cioè pagato, riconosciuto, ecc. perché altrimenti si fa altro! Che sono stufa di sentire giornaliste/i Rai che avranno pure fatto le scuole dell’obbligo usare tanto spesso l’espressione di bossiana coniatura: “Troviamo la quadra” quando in italiano si dice: “Troviamo una soluzione”….è una professione che va ripensata, su cui vigilare. ma sapete giorni fa nel telegironale Rai della Puglia che cosa è successo? E’ andata in onda alle 14, in fascia protetta, una marchetta su un locale di Mesagne “che abbiamo la fortuna di avere in Puglia”, testuali parole!!! dove si pratica lo scambio di coppie….ma insomma, poi dice che uno manda tutto a farsi friggere. E una bella inchiesta su come restano senza lavoro e senza soldi tanti cinuqantenni come la sottoscritta, mai? Riflettiamoci, non c’è bisogno di andare al fronte, il fornte è qui!!!!

  4. SoloUnaTraccia scrive:

    Questa cosa che il fronte è qui è una vera e propria lama di verità.

  5. giulia caruso scrive:

    Vero, il fronte è qui…. Il resto sono solo miserabili chiacchiere….

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