Sul concetto di volto nel figlio di Dio

Sul concetto di volto nel figlio di Dio è uno degli spettacoli più discussi di Romeo Castellucci, star del teatro italiano e internazionale. A Parigi, lo scorso ottobre, il teatro in cui è stato ospitato è stato preso d’assalto da un gruppo d’integralisti cattolici che ha cercato di interromperne la messa in scena. Questi eventi hanno scatenato in Francia un intenso dibattito e una strenua difesa di Castellucci da parte delle istituzioni culturali. La stessa situazione si sta verificando a Milano in questi giorni pre debutto al Teatro Franco Parenti. La direttrice del teatro, attaccata da integralisti cattolici locali, ha lanciato un appello alle istituzioni religiose e civili che sembra rimangano silenti. E’ in atto un acceso dibattito che vede coinvolto il regista, il mondo della cultura e quello religioso. E adesso è scoppiata anche la polemica (abbastanza paradossale, per chi conosce il percorso di Castellucci) col Vaticano.

Quest’articolo di Ilaria Mancia era uscito sul mensile “Il Mucchio” in occasione della prima italiana dello spettacolo Sul concetto di volto nel figlio di Dio.

di Ilaria Mancia

Romeo Castellucci ha presentato all’interno di RomaEuropa Festival Sul concetto di volto nel figlio di Dio. VOL.II che ribadisce come il suo teatro di immagini potenti, feroci, iconiche lascia un segno nello stomaco, nella mente e smuove ogni angolo oscuro e nascosto della nostra psiche, ridando ogni volta un senso all’azione teatrale come ricerca esistenziale.

E’ difficile parlare del lavoro di Castellucci quando, come nella performance vista a Roma, nulla credo si possa aggiungere a ciò che lui mostra in scena. La potenza totalizzante delle immagini che ci scorrono davanti agli occhi, la ricchezza di senso e semplicità rende difficile una descrizione che non sia traditrice e sminuente. L’unica cosa certa è che, per chi non l’avesse ancora fatto, il lavoro di Castellucci va vissuto, esperito e ricordato dall’incontro dal vivo.

L’incontro conturbante di Sul concetto di volto nel figlio di Dio. VOL.II è con il volto di Cristo. Domina il fondo della scena un’incombente riproduzione del volto di Cristo benedicente di Antonello da Messina. Un enorme pannello di circa sette metri per sette, che sembra rimandare ad un pannello pubblicitario, riproduce uno dei rari volti di Gesù con lo sguardo rivolto verso il pubblico; uno sguardo sospeso, impenetrabile e intenso, da cui ci sentiamo spogliati, che crea una corrente inaspettata fra noi e l’iconografia religiosa che si trasforma in un cortocircuito di sguardi fra gli uomini. E’ un Cristo umanizzato, è Dio che si fa uomo.

“Il volto, in questa epoca di riproduzione virtuale, è diventato problematico: non è più ciò che ci affaccia all’altro ma ciò che ci allontana dall’altro. Per questo volevo che il mio volto di Cristo guardasse dritto negli occhi lo spettatore. Questo Cristo ci guarda dritto negli occhi ma il suo pensiero è inafferrabile, nella sua grandezza ci schiaccia con il suo sguardo, a cui non si può sfuggire” spiega Castellucci.

Davanti al dipinto il piano orizzontale della scena è occupato da un salotto composto di mobili bianchi, freddi, privi di identità e da un letto candido in cui si svolge una scena di profonda e umana sofferenza. Un vecchio padre si aggira con lenti movimenti quotidiani nello spazio e con lui il figlio che amorevolmente lo accudisce. Il bianco, tela neutra e candida, viene segnato dalla sofferenza del padre incontinente a cui il figlio presta aiuto, affetto e devozione. Il segno delle feci, e i loro aumentare in maniera incontrollata, rende l’umiliazione del padre senza speranza e l’attenzione del figlio un naturale e faticoso atto d’amore.

Una linea retta inflessibile unisce le due parti che compongono l’azione e noi ne siamo parte, coinvolti senza scampo e in maniera terribilmente umana. I nostri sensi (in particolare la vista e l’olfatto) sono testimoni della triangolazione biblica fra un padre flagellato dalle proprie feci, il figlio amorevole e pietoso e lo sguardo di Dio.

“La corrente che unisce lo sguardo di Dio e lo spettatore è interrotta da questa storia di feci. Gesù viene incaricato di questa materia, che è materia primaria, è il contenuto dell’uomo. E’ una preghiera in un’epoca post-cristiana. I temi della religione vanno scarcerati da una serie di stereotipi di condiscendenza. Rappresento una storia d’amore di un figlio incredibilmente paziente nei confronti del vecchio padre. E’ una storia biblica che si fa storia politica: la morale dei padri, l’eredità dei padri come incontinenza storica e politica dei padri. La colpa dei padri ricadrà sui figli è l’anello di ferro che non si può spezzare che lega i padri ai figli”.

Questa parabola teatrale ci fa inevitabilmente confrontare con la vecchiaia, oggi allungata dal progresso scientifico, con la dolorosa responsabilità figliale ma soprattutto con “la merdosa eredità che stanno lasciando coloro che si pongono nella posizione di Padri”.

Castellucci accusa la distruzione di simboli e idee da parte di coloro che si nominano detentori di questi simboli e idee e che affermano di agire in loro nome annientandoli e privandoli di senso.

“La tragedia contemporanea è rappresentata oggi dalla religione che mostra la sua assenza perfetta. Non c’è più e ha lasciato posto solo ad un apparato retorico che cerca di lavorare il nostro cervello. Cristo è una figura totalmente assente, non solo nella nostra vita, ma anche nella rappresentazione. Sul volto di Cristo si può tracciare tutta la Storia dell’arte occidentale. Gesù è il modello in una considerazione storiografica. Questa immagine non c’è più. Potrebbe essere un auspicio: Non si parla più di Gesù. La chiesa potrebbe decidere ciò e sostituirlo con uno schermo bianco simbolo dell’attesa. Non trovo giusto che qualcuno abbia il diritto di parlare della religione ed altri no e non capisco la presenza di questi professionisti della religione che non rispondono più allo spirito del tempo”.

La conclusione vede un padre piangente, colmo di sofferenza e vergogna per la sua parossistica ed incontrollata produzione di escrementi e un figlio esausto che sembra cercare conforto appoggiandosi immobile all’immagine statica ed intensa dell’altro Padre, mostrandosi bisognoso di baciarne le labbra in una muta attesa del Verbo.
Il messaggio si rivela sotto la tela, la vera conclusione arriva da dietro l’immagine del Cristo, dal suo stesso interno. Movimenti di corpi aerei la deformano, le danno corpo per poi lacerarla e strapparla facendola scomparire. L’azione iconoclasta mostra il messaggio nascosto sotto la tela, il Verbum: a grandi lettere appare la scritta “I’m (not) your shepherd”, dove quel “not” appare e scompare allo sguardo. Il volto si è fatto parola, ma ci sospende nell’interrogativo: quel Cristo ormai lacerato è o non è il nostro Pastore?

Con questa immagine forte e perturbante Castellucci lascia a noi la scelta, sottolineando, con la forza del suo teatro esteticamente potente e pieno di senso, la necessità di una responsabilità etica individuale.
L’immagine di Cristo, che incuriosisce Castellucci per la sua totale assenza dalla creazione artistica contemporanea, sarà il centro del complesso progetto “J” (titolo provvisorio) che vedrà la luce l’anno prossimo in forma di spettacolo.
“In questi nostri laici tempi, in cui l’arte visiva non sa più ritrarre il volto di Cristo, dobbiamo farlo a teatro. Perché, rispetto a tutte le arti sorelle, il teatro è ancora ciò che somiglia di più alla vita.”

Commenti
13 Commenti a “Sul concetto di volto nel figlio di Dio”
  1. maria smintello scrive:

    Così la mia nazione è ritornata al punto
    di partenza, nel ricorso dell’empietà.
    E, chi non crede in nulla, ne ha coscienza,

    e la governa. Non ha certo rimorso,
    chi non crede in nulla, ed è cattolico,
    a saper d’essere spietatamente in torto.

    Usando nei ricatti e i disonori
    quotidiani sicari provinciali,
    volgari fin nel più profondo del cuore,

    vuole uccidere ogni forma di religione,
    nell’irreligioso pretesto di difenderla:
    vuole, in nome d’un Dio morto, essere padrone.

    P.P.P.

  2. Ilaria Mancia scrive:

    Testo del regista Romeo Castellucci.

    Sul concetto di volto nel Figlio di Dio nasce come un getto diretto delle e dalle Sacre Scritture. La Teodicea del Libro di Giobbe, il salmo 22, il salmo 23, i Vangeli. Il libro della Tragedia appoggiato su quello della Bibbia. L’azione teatrale vuole essere una riflessione sulla difficoltà del 4° comandamento se preso alla lettera. Onora il padre e la madre. Un figlio, nonostante
    tutto, si prende cura del proprio padre, del suo crollo fisico e morale. Crede in questo comandamento e fino in fondo sopporta quella che sembra essere l’unica eredità del proprio padre. Le sue feci. E così come il padre anche il figlio sembra svuotarsi del proprio essere e della propria dignità.

    Questo spettacolo è una riflessione sul decadimento della bellezza, sul mistero della fine. Gli escrementi di cui si sporca il vecchio padre incontinente non sono altro che la metafora del martirio umano come condizione ultima e reale. Non c’è niente di provocatorio, ma tutto quello che si vede, si sente e si prova arriva dall’osservazione diretta della realtà. Per questo ho scelto il dipinto di Antonello: a causa dello sguardo di Gesù che è in grado di fissare direttamente negli occhi ciascuno spettatore con una dolcezza indicibile. Lo spettatore guarda lo svolgersi della scena ma è a sua volta continuamente guardato dal volto. Il Figlio dell’uomo, messo a nudo dagli uomini, mette a nudo noi, ora.

    Quando le condizioni tecniche lo rendono possibile, è previsto l’ingresso di un gruppo di bambini che svuotano i loro zainetti del loro contenuto: si tratta di granate giocattolo. Uno ad uno lanciano queste bombe sul ritratto. È un gesto innocente portato da innocenti. L’intenzione è quella del bambino che vuole tutta per sé l’attenzione del genitore distratto. È possibile pensare alla frase del salmo 88: “Dio non nascondermi il tuo Volto”. Solo in questa azione nasce la musica, tutto il resto è in silenzio.

    A Milano non è stato possibile includere questa scena non certo per un’autocensura: non c’erano le possibilità logistiche per poterlo fare. Decisione presa un anno fa, prima delle polemiche. Questa scena è regolarmente presente in tutte le città, là dove la si potrà attuare. Le immagini dure e spiacevoli del lavoro appartengono alla vita, non sono una mia invenzione sadica. Certe volte il teatro utilizza, come nella tragedia greca, una tecnica antifrastica, omeopatica; una tecnica cioè che utilizza gli elementi estranei per significare l’opposto. E così, per esempio, un gesto violento vuole significare la fragilità umana e il bisogno di amore. Anche le cose spiacevoli possono misteriosamente veicolare un senso di bellezza profondo che, scavalcando l’ordine del grazioso, possono parlarci in modo ancora più profondo e vero.

    Questo spettacolo mostra, nel suo finale, dell’inchiostro nero di china che emana dal ritratto del Cristo come da una sorgente. E tutto l’inchiostro delle Sacre Scritture qui pare sciogliersi di colpo, rivelando un’icona ulteriore: un luogo vuoto fatto per noi, che ci interroga come una domanda. Devo denunciare qui le intollerabili menzogne circa il fatto che si getterebbero feci sul ritratto di Gesù. Che idea. Niente di più falso, di cattivo, di tendenzioso. Chi afferma queste cose gravissime risponderà alla propria coscienza di avere offeso – lui sì – con questa immagine rivoltante il volto di Gesù.

    Alla fine dello spettacolo la tela del dipinto si lacera come una membrana. Un campo vuoto e nero in cui campeggia luminosa una scritta di luce, scavata nelle tavole del supporto del ritratto: “Tu sei il mio pastore”. È la celebre frase del salmo 23. La scrittura della Bibbia perde il suo inchiostro per esprimersi qui in forma luminosa. Ma ecco che si può intravedere un’altra piccola parola che si insinua tra le altre, dipinta e quasi inintelligibile: un non, in modo tale che l’intera frase si possa leggere nel seguente modo: Tu non sei il mio pastore. La frase di Davide si trasforma così per un attimo nel dubbio. Tu sei o non sei il mio Pastore? Il dubbio di Gesù sulla croce – “Dio perché mi hai abbandonato?” – espresso dalle parole stesse del salmo 22 del Re Davide. Questa sospensione, questa intermittenza della frase, racchiude il nucleo della fede come dubbio, come luce, come l’incerta condizione umana.

    L’ultima considerazione vorrei riservarla a coloro che hanno giudicato lo spettacolo: dove lo hanno visto? Che cosa hanno visto? Perché hanno creduto alle caricature mostruose apparse nei blog semplicistici dei nuovi fustigatori della società? Come e cosa hanno potuto giudicare? Le cose allucinanti e oscene di cui leggo non sono il mio spettacolo, che ho invece concepito come un de profundis. E poi perché non leggere gli articoli di stampa – in primis quello del compianto Franco Quadri sulle pagine di Repubblica e di centinaia di articoli del mondo intero – che hanno recensito lo spettacolo più di un anno fa? Invito pacatamente tutte le autorità di questa città a prendere informazioni da fonti attendibili e serie prima di esprimere pareri che avranno certamente un peso abnorme nel clima culturale già devastato di questo Paese.
    (17 gennaio 2012)

  3. Rita scrive:

    Purtroppo non ho avuto modo di vedere lo spettacolo, ma già da quello che leggo, dell’articolo di Ilaria Mancia e della spiegazione del regista stesso, mi sembra bellissimo e pieno di significato.

    Che la chiesa, il vaticano e i cattolici oltranzisti l’abbiano frainteso, osteggiato, criticato ecc., non mi stupisce nemmeno un po’. O meglio, non mi stupisco più.

  4. secondo l’incommensurabile de dominicis, nella notte dei tempi, ci fu una censura od un errore di traduzione dall’antico testamento: l’uomo non nasce dal fango, ma dalla merda di dio.

  5. Ilaria Mancia scrive:

    Lo spettacolo è andato in scena a Milano senza grossi problemi. Numerosi poliziotti fuori dal teatro hanno bloccato una manifestazione non autorizzata di una ventina di militanti di Forza nuova e Militia Christi. Uno stato d’assedio che è risultato un po’ ridicolo. All’interno tutto si è svolto in grande normalità e lo spettacolo è stato accolto con curiosità. Buona la prima!
    Bisognerebbe, però, interrogarsi su cosa rappresentano oggi questi movimenti e affrontare la questione di cosa può oggi dire essere cattolici. Il “caso Castellucci” rischia di rimanere legato semplicemente a un fatto contingente mentre dovrebbe stimolare l’analisi generale su un cattolicesimo in crisi e un’ingerenza orami senza fondamento di chi si professa, in maniera spesso superficiale e dogmatica, cattolico. In Italia siamo prontissimi ad analizzare il fatto in sè (come sta succedendo per la Costa Concordia) ma meno disponibili ad affrontare un’analisi più utile e profonda dei meccanismi che governano in maniera più ampia ciò che accade. Come sempre “the show must go on” e siamo pronti tutti a passare oltre.

  6. lalie du ciel scrive:

    il volto di Cristo non è un quadro, ma è il volto di ogni uomo e ogni donna che abbiamo incontrato nella nostra vita, è il volto di chi ci ama, di chi ci offende, di chi ci guida e di chi ci segue. E’ il volto di chi abbiamo tradito, di chi abbiamo rinnegato. E’ il volto di chi ci chiede aiuto. Anche il nostro volto sarà per il nostro prossimo il volto di Cristo. Se lo accetteremo, se ne proveremo compassione, se con pazienza e amore ci rivolgeremo a Lui troveremo il senso profondo della Sua nascita e del Suo ritorno.
    Cattolico significa universale e questa universalità è difficile da applicare, ma è il fondamento del messaggio di Gesù:
    chi ha il coraggio di calpestare il proprio orgoglio e pregare per il bene dei propri nemici?
    chi oggi ha il coraggio di dimenticarsi di se stesso e perdonare le offese?
    chi oggi ha il coraggio di non giudicare l’incompetenza, la stupidità, la disonestà?
    chi oggi ha il coraggio di porgere l’altra guancia, di offrire un’ alternativa di perdono e crescita alla punizione?
    chi oggi si mette nei panni degli altri?
    Gesù mostra il suo volto più volte durante la vita, e lo mostra a tutta l’umanità, per la salvezza di tutti.
    Ma non è facile per tutti accettarlo.

  7. FLORIANA scrive:

    Caro regista Romeo Castellucci. Capisco che farsi notare nel mondo dell’arte e’ cosa assai difficile … ma onestamente di arte non ne ho vista nel suo lavoro… il suo spettacolo e’ un orrore di volgarita’ della peggior specie. Che cosa trova di arte nel suo spettacolo? questa e’ arte?! Pensi un giorno quando Dio la dovra’ giudicare per aver imbrattato di merda il Volto Santo del Suo Divin Figlio, Pensi che persino i musulmani ( che venenrano Gesu’ come un profeta)si sono risentiti perche’ e’ assurdo trattare cosi’ il volto di Gesu’. Si vergogni!! Un giorno lo capira’ e spero che non sia troppo tardi

  8. PATRIZIA scrive:

    Sono appena tornata da teatro. Era sicuramente accecato dal pregiudizio chi ha visto, come la signora Floriana, imbrattato di merda il Volto Santo del Suo Divin Figlio. Non c’è nulla di tutto questo sulla scena. C’è invece la riproposizione di una ricerca di senso, la riproposizione della domanda sulle tracce della presenza di Dio, incarnato nel Figlio, in una umanità così drammaticamente devastata dal male e dal dolore. Sei o non sei il mio pastore? Un atto di fede o una rinuncia sconsolata sono ugualmente posssibili.

  9. L’essenza di Dio
    L ‘”essenza di Dio” è composto da ” SPAZIO FISICOU DI UNIVERSO ” occupato da una “intelligenza” il più alto grado di perfezione, per dare origine nel tempo e nello spazio, tutte le forme di “ENERGIA”, jogging, dall’atomo, con le sue dimensioni strutture infinitesimali, fino a che tutti i corpi celesti che compongono il cosmo, e in perfetta armonia ed equilibrio nei loro movimenti, e la purezza dei loro sentimenti di “amore” che consiste di “misericordia”, “giustizia” e “MISERICORDIA”, ci dà l’esistenza della vita

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  1. […] [3] Romeo Castellucci citato da Ilaria Mancia in un contributo pubblicato, dapprima neIl Mucchio, poi su Minima e Moralia. […]

  2. […] guardando questa immagine, magari vi ricorderete dello scandalo innescato dall’opera teatrale Sul concetto di volto nel figlio di Dio anni fa. Forse no, ma allora se ne era parlato molto, in quanto la tematica e la modalità di […]

  3. […] Bene, è vero, così è stato detto (se ne parla nel dettaglio dell’allestimento anche su Minima et moralia)…Ma almeno allora esisteva, forse, una classe di intellettuali in grado di farsi […]



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