melilla

Sul confine (riflessioni sulla questione europea in forma narrativa)

di Marco Mantello

Oggi, giorno di sciopero numero centonove di polizia e esercito, Zac 10 è arrivato a Nador con una divisa di guardia civil addosso. Nador, Marocco, è la città dove Zac è nato cinquantatré anni fa, ma oggi é la prima volta che ci torna da che era minorenne, e partí da migrante, prima a Berlino e poi a Huelva, conseguendo se non proprio fortuna, quantomeno assicurazioni sanitarie, stabilità economica e figli. Oggi Zac 10, berbero di nascita, è un poliziotto spagnolo di stanza alla frontiera, e vive a Melilla in una caserma. Fisicamente é un uomo grosso, alto quasi due metri, porta capelli lisci e neri con una riga a destra, ha un naso definibile come regolare secondo i parametri di Man´s Health, labbra sottili e rosa che rendono il volto serio anche quando sorride, occhi fermi, e abituati a immettere profili umani in un sistema binario di “Si” e “No”. I controlli che Zac deve fare alla frontiera sono stati interrotti da due mesi a causa dello sciopero, e la panchina al piazzale dei bus di Nador é calda, la gente sfila come a una rassegna di moda fra palme dalle teste mozzate e boutique che smerciano traduzioni arabe del Mein Kampf: é un´ora che sta seduto lí, mentre gli stagionali passano, accanto ai padroni dei ristoranti in Spagna, alle figlie in tiro, alle targhe di auto di Almeria, agli ipad, e ai cartelli di case libere con piscina. “Il gabbiano spa“, “Immigrant & Sons“ “Maroccans of the World Inc.“, “Home is where the heart is Limited“, “The Nest! 55 61 78 90“. Nidi, centinaia di nidi in vendita, destinati a produrre una middle class xenofoba, e speculazioni sul cambio valuta: anche Zac 10 ne ha visti un paio in questi giorni di relativa calma, nidi di rondini attaccati alle maglie della frontiera. “Ma i piccoli erano giá via, erano vuoti“ ha pensato Zac, prima che il clacson della Ford lo ridestasse dai suoi robotici sguardi sui cartelloni pubblicitari. Ieri a Melilla, durante l´unica ronda della giornata che la guardia civil deve garantire in conformitá alle leggi spagnole sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali, un collega ebreo di origini marocchine gli aveva chiesto di partecipare ai funerali di uno sconosciuto. “Era mio fratello“ aveva detto il collega davanti alla rete numero 3, “non ci parlavo da anni per questioni ereditarie“. Aveva detto ieri a Zac del morto, mentre Zac staccava i nidi dalla barriera, e i migranti di ritorno dalle serre di Almeria passavano in direzione Africa, era arrivato oggi a Nador con una vecchia Ford, e portava occhiali neri, in borghese, con una giacca e una cravatta stirate di fresco per i funerali ebraici.
“Tieni devi tenerla in testa“ dice a Zac in auto, poi gli porge una kippah, accende il navigatore, la Ford accelera sulla statale Nador-Melilla. In auto parlano del culo di una maestra d´asilo dei figli, ma il discorso vira quasi subito sui costi dello sciopero, il collega di Zac é stato uno dei primi firmatari, dopo l´arrivo di una direttiva da Madrid, che notificava il mancato aumento salariale, e l´abolizione della storica giornata di festeggiamenti per il ventennale della barriera nota come ventaglio di ferro, e dell´annessa marcia dei miliziani lungo i 10 km di rete che separano l´Africa dall´Europa. 
“Il tenente dice che a Madrid ci sono state delle dimostrazioni, il parlamento é spaccato, e questi di Frontex rompono il cazzo, guarda al massimo troviamo un´altra soluzione fino a che sei qui, mi faccio il tuo turno io, e pure le prove della parata“
“Ma si fa?“
“Certo che si fa! Martedi prossimo come da programma!“
“E tua moglie? È tanto che non la sentiamo“
“Niente, ha allestito le sue torte di cannella per la festa, ci sará anche uno stand di cimeli“
“Cimeli“ ripete Zac robotico “Che tipo di cimeli?“
Il collega si é voltato a guardarlo sul sedile accanto, un volto perfetto da incidere su una moneta: inodore, asettico, la faccia scolpita nel metallo, e l´aria che entra nell´abitacolo, mentre un tir li sorpassa a destra, sono poco fuori Nador e hanno appena incrociato un gruppo di subsahariani ai bordi della strada. Questi sono i migranti buoni e neri che scavallano il confine verso l´ Europa, ma oggi sono stati travolti dalla massa di migranti cattivi e beige di ritorno da Almeria, e restano in pausa a rilasciare interviste a free lance tedeschi, italiani, inglesi, finanziati da fondazioni con nomi di macchine da scrivere. Ci sono tende vicino alla strada, e qualche barbecue della notte prima invia nuvole di fumo in cielo: i primi segnali di resa allo svolgersi quotidiano delle cose. “Tutti pagati dall´Unione“ mormora il collega a Zac dall´auto “pagati per romperci il cazzo“. Dice che in patria stanno facendo una campagna mediatica martellante, e questi pronti a commuovere, a farsi fotografare con le due dita in su, a cavalcioni sulle reti, e poi sparire sul monte verde, dove le reali forze marocchine fanno pulizia due volte al mese. A Melilla i colleghi della caserma Francisco Franco ne parlano a battute e pugni sulle spalle, dei malcapitati poliziotti dell´altra sponda, quelli senza vincoli UE, Nato, Eurox, che alla fine devono farsi il lavoro sporco di deportazione dei subsahariani verso Orano. 
“Ma ora li pagano quasi come noi“ gli fa il collega indicando un paio di marocchini in divisa che osservano l´andamento delle interviste: “Ma che ore sono?“
“Le undici“ risponde Zac mentre l´auto frena davanti alle tende degli africani. “Ti servono altri finti ebrei per il funerale, ce li hai dei soldi da dare a loro per questo favore che gli devi chiedere?“
“Ecco appunto“ gli fa il collega, ora é sceso dall´auto a parlare con i migranti: “Soldi“ sospira “Ebrei e soldi, Europei e soldi, Africani e soldi: questa é un´epidemia, qui ci vuole una quarantena, sono tutti malati di denaro!“. E poi verso un paio di etiopi che stavano lí di fronte: “Allora ascolta un attimo me, qua me ne servono due“ dice in francese, sí esatto smagriti, sdentati, e con le ossa sufficientemente in fuori dalle canottiere: “C´é qualche volontario per oggi, ore 12.30, cioé fra un quarto d´ora circa? Volontari per fare da testimoni a un funerale?“. “Per esempio i due Pippi e Nilsson lá in fondo, vieni qua un attimo!“. Poi spinge gli altri indietro e si prende gli etiopi da una parte: “Come chi sono Pippi e Nillsson? Non conoscete il libro di Pippi Calzelunghe, la regina dell´isola di Cip Cip?“. Gli etiopi sorridono impersonali e magri: “Mia moglie lo legge sempre alle bambine prima di addormentarle“ dice il collega a Zac “e che Pippi é una grande amica di ebrei e neri, e anche di froci“. Quando ha mostrato ai due prescelti il tesserino della guardia civil, gli é scappata la promessa di portarseli dietro a Melilla, alla festa della barriera di martedì, in cambio del favore. “Troviamo un modo per farvi saltare“, ha detto agli etiopi, un´occasione unica per godervi lo stand delle torte di cannella che fa mia moglie, e mettere una firma anche voi per il nostro sciopero. Al loro cenno di assenso ha preso un paio di kippah da una borsa dell´adidas che stava nel portabagagli della Ford, tali e quali allo zuccotto che aveva dato a Zac. “Ma al salto penseremo dopo“ ha ripetuto “ora é importante che la tenete in testa, sempre sempre sempre, da quando entriamo a quando usciamo, i parenti ci tengono ok? E poi venite con noi a mangiare! Siete miei ospiti, ci sará un breve rinfresco dopo la sepoltura!“. Allora Pippi e Nilsson sono saliti in auto già inkippati da falascià, mentre il collega li istruiva sul da farsi. Sono arrivati al cimitero alle tredici, davanti a questa bara di legno chiusa, e fasciata da un drappo nero coi due candelabri sopra. Dalla camera ardente il rabbino scruta l´orologio attaccato al polso, é in attesa di recitare il Salmo della Fratellanza, rivolgersi ai figli del morto e ordinargli che hanno il dovere di non dimenticare quest´essere sigillato nel frassino; e poi tutti insieme in marcia, uno-due con la bara dietro, chiamare il maggiore dei fratelli, cioè il collega di Zac, immettere manciate di terra tre sulla bara calata in fossa con un´apposita paletta che l´aiutante cimiteriale passa di mano in mano, e infine sentire chiaro il rumore della terra che batte sul legno, la pace degli alberi e la natura. Il tutto in 45 minuti netti, dopo di che arriverà un altro sconosciuto, altri testimoni, spiega il rabbino coi suoi arrivederci anticipati di qualche attimo sulla tabella di marcia. Ecco, hanno finito di seppellirlo, e Zac é rimasto accanto al collega, zitto, e con gli occhi di uno scacchista in guerra, misurati, calmi, ma presenti a loro modo, e vivi. Lui é stato l´ultimo a gettare terra sulla cassa: fare la conoscenza di qualcuno da morto e giá chiuso in bara, pregare per lui in una lingua sconosciuta, che faccia aveva, pensa, e questa cosa non gli provoca nessun fastidio, nessuna emozione, nessuna pena, nulla.
“Hai delle foto? Hai una foto di tuo fratello?“ chiede al collega a fine rito. Pippi e Nilsson si tolgono la kippah mentre il collega porge una foto di suo fratello a Zac, il collega continua a fissare di traverso i loro crani scoperti davanti a dio, e gli etiopi guardano altrove, in basso, la terra e non il cielo. “Qui aveva quattordici anni, e quella vicino é la ragazza che aveva messo incinta, bella fica eh? La madre del suo primo figlio, zia com´é che si chiamava?“. Sono finiti a tavola adesso, in una saletta dentro al cimitero, e il pasto é consumato insieme: cibo ripieno in cesti di paglia, involtini cotti al forno, pastelle di forma tonda, allungata, ovale, mentre il senso di liberazione dalla morte prende allo stomaco.
“Zac“ gli fa il collega “A che ora vuoi tornare a Melilla Zac?“. 
L´hanno messo a sedere tra Pippi e Nilsson, mentre scruta la foto del morto e mangia pane azzimo: “Non lo so, anche questo é tornare“. 
“Ecco lo vedi zia?“ sbraita il collega “Te l´avevo detto o no? Zac 10 é un malinconico! Dietro quel fisico di acciaio batte un cuore grande!“. Ora lo indica agli altri parenti come se fosse lui, il fratello col lutto al braccio: “E del resto l´avete mai vista una guardia di confine che passa il tempo libero in biblioteca?“
“Was lesen Sie?“ si sente in sala, e dopo la stessa voce anziana, dandosi una schiarita con un rapido colpo di tosse, nel suo flemmatico giudeo-tedesco: “Che cosa legge? Che tipo di testi?“
“Zac sta scrivendo un trattato: Della pace internazionale“
“Fra esseri umani“ lo corregge Zac “Della pace internazionale fra esseri umani“
“Ve l´ho detto, é un genio, Zac é sprecato qui, dovrebbe chiedere il pass e trasferirsi nel continente non é vero zia?“
Le parole scorrono nella sala rinfreschi, i parenti del collega blaterano di tutto tranne che del morto, i calici si alzano al cielo con un liquido rosso che pare sangue, e oscilla nelle sottili coppe di vetro, ma é giá da un po´ che Zac 10 non é piú lí assieme a tutti gli altri: solo il corpo é seduto a tavola con degli estranei, il corpo del robot che guarda gli umani. Ora ha gli occhi fissi sulle labbra intarsiate di rossetto della zia del collega, la donna non smette di parlare un attimo del ramo deutsch della famiglia: “Anche lei é stato in Germania? Noi avevamo un ristorante a Dresda nel 71“ dice da quella bocca aperta in due come un´alba, mentre il cervello di Zac ripete tutta la litania funebre. Da un po´ i volti in sala hanno cambiato aspetto, anche la sala rinfresco non é piú una sala rinfresco, ora la sala si é trasformata in un set cinematografico; un luogo familiare, dove Zac ha lavorato da giovane per una serie di spaghetti western e film storici girati tutti in Almeria. Zac ha raccontato ai parenti del morto che all´epoca della sua prima migrazione era un diciannovenne con due occhi sufficientemente gelidi per partecipare a provini e casting. Meglio che nelle serre, ha detto a tavola, allora in Almeria di serre ce n´erano la metá della metá di oggi, e c´era meno lavoro, ma di occhi da duello western, bé quella era merce rara, e non gli fu difficile arruolarsi nella Hollywood europea, anche se solo come comparsa.
“Ha conosciuto Charlton Heston?“ chiede la zia “Depardieu? Mastroianni?“ mentre i suoi occhi mutano forma e spessore, rendendola simile alla Maddalena del “Re dei Re“, film dove Zac perse il ruolo di Gesú Cristo, degradando a centurione nella scena di Pilato e Barabba.
“Il problema é che non li avevo azzurri“ spiega alla zia “è per quello che non mi hanno preso come protagonista, ma una volta ho fatto l´impiccato, e un´altra mi hanno calato in una croce, diciamo che ho una certa esperienza su come si muore in occidente, anche se solo su un set di cinema“
Intanto il rabbino si era messo a fare discorsi colti a proposito del film “Il Re dei Re“, e l´idea che nell´immaginario cinematografico una vittima per trionfare sulla morte deve assumere sembianze divine. 
“Cosa intende?“ chiede la zia quasi spaventata
E il rabbino: “Dapprima si fa uomo, ma è già il figlio di dio in carica quando risorge, la resurrezione non sarebbe possibile se fosse solo un uomo“
“Come una macchina“ conferma robotico Zac “Era cosí che mi sentivo su quel set, quando mi hanno messo in croce per finta. Forse il film vuole dire che deve esserci qualcosa di inumano in questo genere di vittorie“
E il rabbino: “Quindi é d´accordo con me: con la resurrezione di Gesú Cristo siamo di fronte a un liberazione simbolica dell´umanità“
“Intende dire?“ chiede la zia del collega 
E il rabbino: “La vittima che trionfa sulla morte non é di questo mondo“
“Sono solo discorsi astratti“ gli fa la zia del collega “un uomo é morto tanti millenni fa, poi uno lo vede come vuole, profeta, figlio di dio, Gesù era una brava persona“
“Sí ma come regola“ le fa il rabbino “come regola accade l´esatto contrario, é come se i cristiani dicessero che da uomo non potrai mai risorgere, quindi rimani sotto, obbedisci al potere, non violare mai le sue leggi, é un messaggio conservatore se uno ci pensa bene“
Così ripeteva il rabbino a proposito di quel film, e della grande scena finale girata agli studios di Tabernas, mentre tutti mangiavano a tavola.
“E lei caro Zac cosa ne pensa?“ gli fa la zia
“Che é anche un messaggio pacificatore, di assenza di guerra, e che sono d´accordo con il potere“.
“Lei é cristiano? Cattolico o ortodosso?“
“Zia per favore!“ sbianca il collega: “Zac era un caro amico di Rav“
“Certo tutti amici di Rav, gli volevate tutti bene!“ affonda la zia, puntuale come un coltello “del resto non ci venivi molto qui da noi a Nador, quando Rav era ancora vivo!“
“Se è per questo Rav, cara zia, non e mai venuto a Melilla, non ha mai visto i miei figli, non ha mai conosciuto mia moglie, e abitava a otto kilometri dalla caserma!“
E il rabbino interrompendo la serie di sguardi ostili fra i due parenti: “Insomma per riprendere il discorso, c´é pace e pace a questo mondo, c´é una pace dei vinti e c´é una pace dei vincitori, ci sono crimini contro l´umanitá e crimini commessi in nome dell´umanitá, non dobbiamo farci ingannare dal cinema, dobbiamo evitare ogni tipo di criminalizzazione dei nostri nemici…“
“Ecco, ecco la soluzione del problema!“ ripete il collega a quelle ultime parole del rabbino in sala, che a Zac erano sembrate simili a certi discorsi che sentiva fare in Germania da alcuni bancari nazi, quando lavorava da guardia giurata negli anni ´80 alla filiale dell´Algerian Credit.
“Lei rabbino ha per caso delle bare libere?“. Poi come illuminato da una goliardica visione del cimitero, il collega di Zac si prende Pippi e Nilsson da una parte e comincia a misurarli con il palmo della mano.
“Bare“ chiede il rabbino fissando gli etiopi finti ebrei.
“Bare, rabbino, bare! Due belle casse da morto per questi ragazzi, e che siano vuote, e confortevoli per questi fratelli che sono venuti qui col caldo a fare la loro parte“.
Dice che prima, durante le esequie, ha visto un paio di casse vuote, quando hanno inumato il corpo di Rav, ora il collega di Zac parla al rabbino come se fosse tutto uno scherzo, anche l´idea di mettere gli etiopi nelle bare e trasportarli per il confine sigillati martedì prossimo.
“Allora é deciso!“ dice il collega di Zac “Martedi c´é la festa della barriera giú a Melilla, li mettiamo in un carro, assieme alla salma di Rav, poi gli faccio il visto turistico e vanno dritti a Malaga in nave!“
“Anche Rav?“ sbianca la zia “perché lo vuoi seppellire in Spagna, e proprio nel giorno della festività!“
E poi qualche parente anziano dietro di lei, che forse aveva capito l´antifona: “Per forza li devono portare in Spagna, qui a Nador non abbiamo posto, nemmeno una zolla libera, é stata anche pagata una ditta di proprietà dell’Eunel per i rilievi in situ…“
“Forza allora! Vittime!“ strilla il collega battendo le mani verso gli etiopi “Venite qua, voglio fare una prova!“.
Il rabbino sospira: “Sindrome da Olocausto come categoria ermeneutica universale, una volta ho visto un documentario su dei massacri in Indonesia e pure lí sono riusciti a tirare fuori la Shoah e i western: per immedesimarsi in una vittima dobbiamo trasformarla in qualcosa di simile a noi stessi, in un nostro dolore collettivo“
E la zia: “Come dice scusi? Parlava di Rav per caso?“
“No“ risponde lui “parlavo dell´Occidente, di questa convinzione di avere giá affrontato e sconfitto il male, di esserci giá passati“, e fissa l´orologio piantato nel polso ossuto, le facce di Zac e del collega che si alzano da tavola insieme a lui e agli etiopi: “Andiamo a vedere queste bare“ dice agli uomini “che poi ne ho un altro alle sedici“ e con un cenno del capo inumato di rughe scorta gli uomini fuori dalla saletta. Sono usciti per il cimitero lasciando i rimasugli di una discussione su Schindler´s List in tavola, anche Zac 10 é andato con il rabbino, per la pace perpetua dei vialetti alberati e della grande fontana centrale. Le indicazioni e le frecce che conducono nei diversi settori e loculi vanno verso la spianata, e verso le bare vuote, che effettivamente ci sono, ne abbiamo centinaia libere, dice il rabbino mostrando al collega di Zac il lato est del cimitero. Ora i cinque uomini si sono fermati davanti a una fila di lapidi bianche e stelle di David in rilievo, file e file di morti osservano la scena da sottoterra, e i passi dei vivi verso un enorme cumulo di casse aperte, ammucchiate nell´erba ai loro piedi.
“Pippi! Nilsson! Dentro!“ ordina il collega di Zac “Qui peró ci vorrebbe un trapano! Rabbino hai trapani? Chiodi? Qualcosa che buca il legno per cortesia, altrimenti come respirano quando li sigillo?“.
Poi si prende Pippi e Nilsson e con un paio di paterni ceffoni, come per riapprorpiarsi di un immaginario collettivo, li spinge nelle bare vuote fino a vederli stesi in orizzontale; il rabbino ha portato anche il trapano, e il collega di Zac ha chiuso le casse al minimo, e per ora senza chiodi, e ha segnato sui coperchi un paio di punti adatti alle perforazioni.
“A pennello! E i fori li facciamo di lato“ ha detto con un mezzo sorriso a Zac: “Belli nascosti dove non si notano, come la vedi Zac? Che hai deciso di fare, da che parte stai?“
“Mah“ mormora Zac fissando le bare chiuse alla maleppeggio. Di tanto in tanto le mani degli etiopi affiorano da sotto i coperchi malfissati, come in quella scena di Zombi Holocuast dove Zac recitó la parte di un non morto in posizioni simili, nel ´79, sul solito set in Almeria.
“E dai ridi un po´! Non mi guardare cosí, non facciamo nulla di irreparabile!“ gli fa il collega “È solo per divertirci“
E Zac: “Ma poi in nave dove li metti scusa?“.
E il collega, sempre piú eccitato all´idea: “Pensa che scena! Martedi, mentre tutti marciano davanti alla rete e via! Trasporto bare!“
“Si ma se non funziona?“ gli chiede Zac robotico
Il collega sospira, e fissa le centinaia di casse vuote che occupano il lato est del cimitero: “Qui ci sarebbe da fare un ragionamento in grande“ dice a Zac “Ce ne sono veramente tante, é uno spreco non usarle“. E poi verso gli etiopi, con quei due occhi che brillavano davanti allo spettacolo: “Take it easy, ridi Nilsson, ridi! E preparati al meglio per la nostra festa! Vedrai che martedi prossimo sarete tutti in Europa!“

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