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Sul Jobs Act, ovvero fate ciao ciao con la manina ai diritti del lavoro

di Christian Raimo

Ieri il Senato ha approvato la legge delega sul lavoro, intitolato con un tracotante anglismo Jobs Act. Da settimane non si parlava d’altro, ma il voto di ieri ha cambiato e di molto le diverse analisi che si sono sviluppate in queste settimane, e ha dato la forma definitiva a una porcata – la peggiore del già mediocre governo Renzi – per diverse ragioni. Proviamo a metterle in fila.

La ragione istituzionale

Il governo Renzi ha voluto che questa legge delega si votasse attraverso un voto di fiducia. Ora, lo capisce pure un troglodita istituzionale che questa forzatura vuol dire estromettere del tutto il potere legislativo per appiattirlo su quello esecutivo. Il governo chiede la delega per legiferare nei prossimi mesi sul lavoro, rilasciando soltanto poche e terribili linee guida, di fatto quindi arrogandosi un potere d’arbitrio assoluto in materia. Qual è il luogo della discussione? Non la dialettica interna del partito di maggioranza annullata a colpi di scherno, non il parlamento ritenuto un impiccio, non il confronto con il sindacato relegato a un appuntamento di un’oretta prima di colazione tre giorni fa. Questo da parte di un governo che, ricordiamolo, fonda la sua legittimazione sul consenso delle Europee, e non su un voto a un programma per le elezioni politiche, e che non si attiene neanche al programma delle ultime primarie.
La decisione di ieri del senatore PD Walter Tocci di votare la fiducia, per fedeltà al partito, ma di rassegnare subito dopo le dimissioni è l’espressione tragica di questo disastro.

La ragione politica

Questa legge delega, vi invito a leggerla: qui. Pur nelle sue formulazioni vaghe e contradditorie, in una cosa è chiara: è un inno alla precarizzazione, all’esternalizzazione, alla dequalificazione. Di fatto elimina il principio costituzionale che l’Italia sia una Repubblica fondata sul lavoro. Introduce tanti e tali inviti alla cosiddetta flessibilità che distrugge lo stesso ideale di una tutela dei diritti dei lavoratori. Quando per esempio si dice: “rivedere i criteri di concessione ed utilizzo delle integrazioni salariali escludendo i casi di cessazione aziendale”, io leggo che di fatto si possono prevedere forme di ammortizzatori sociali spalmati a pioggia in maniera totalmente arbitraria. Tipo contratti di solidarietà anche per aziende sotto i 15 dipendenti, tipo contratti di solidarietà anche se non viene dichiarato lo stato di crisi. Mi sbaglio? In pratica, la traduzione di quello che Renzi è andato proclamando nelle infinite interviste nelle ultime settimane – “lo Stato si deve interessare di chi è senza lavoro, non di chi ha lavoro” – non è certo un progetto iperkeynesiano, ma la messa in pratica di un nuovo tipo di Repubblica, fondata sulle toppe, sugli ammortizzatori sociali pensati come benevolenza. Renzi immagina lo Stato come un elemosinatore compassionevole, uno Stato assistenzialista (ma senza soldi: la consistenza delle coperture, essendo tutto così vago, è l’unico dettaglio importante che invece manca), che si dice pronto a riparare a qualche eccesso di povertà o di disoccupazione, ma soprattutto prono alle esigenze delle aziende. Confindustria non si è spellata abbastanza le mani: il Jobs Act è un regalo esagerato per qualunque imprenditore, gli lascia mano libera su tutto. Può licenziare, riprendere, utilizzare dei voucher di prestazioni occasionali per un monte ore che non è definito. A leggerla, pagina dopo pagina, pensavo: ok, mi metto anche io a aprire un’azienda. Ho tante e tali possibilità di sfruttare il lavoro, senza che i lavoratori possano appellarsi a nulla. Nei casi di disperazione, lo Stato – forse – interviene.
L’idea stessa di un diritto legato al lavoro viene minata; per questo Renzi è sincero quando dice che quella sull’articolo 18 è una battaglia ideologica: rispecchia veramente l’immagine di un mondo che non esiste nella cultura politica del renzismo, che invece si presenta sempre di più come un craxismo di seconda generazione. Trent’anni dopo la battaglia sulla scala mobile che mise fine alle conquiste sul lavoro degli anni ’70, il modello renziano affronta la questione della società del post-lavoro, non assumendosi la responsabilità di redditi minimi di cittadinanza o similari, ma legando il reddito alle elargizioni di uno Stato impoverito, e il lavoro alle esigenze di imprenditori senza alcuna cultura industriale.

La ragione giuridica

A pagina 31 del disegno di legge, c’è scritto: “razionalizzazione e semplificazione delle procedure e degli adempimenti, anche mediante abrogazione di norme, connessi con la costituzione e la gestione del rapporto di lavoro, con l’obiettivo di dimezzare il numero di atti di gestione, del medesimo rapporto, di carattere amministrativo”. Tutta la discussione sull’articolo 18 finisce qua. Nella più totale indefinizione. Il governo si arroga la possibilità di poter legiferare in seguito, attraverso i decreti attuativi, anche qui in maniera indefinita e arbitraria. Questo porterà a un busillis di non poco conto, che è il risultato del monstrum istituzionale di cui sopra. Perché per fortuna la Costituzione agli articoli 76 e 77 limita il ricorso alle leggi delega, giusto per dividere appunto potere legislativo e potere esecutivo. Lo sintetizza bene Civati in un post di ieri quando scrive

“Prima di presentare emendamenti (che non emendano granché) e di mettere la fiducia su una legge delega vaga e imprecisa, varrebbe la pena di rileggersi l’articolo 76 della Costituzione (e magari anche l’articolo 77): perché la furbizia di non mettere in delega alcun riferimento all’articolo 18 per ottenere la fiducia comporta una banale conseguenza. Che in base a questa delega il governo non potrà legittimamente modificare l’articolo 18. E, se lo farà, chiunque potrà ricorrere alla Corte costituzionale e avere ragione, come dimostra una vasta giurisprudenza in questo senso. Ma tanto non è importante essere, importante è sembrare.”

Di fronte a questo non capisco se Poletti e Renzi confondano il senso delle istituzioni con il senso del ridicolo.

Ragione comunicativa

Un paio di miei oggi, mentre discutevamo del Jobs Act, mi chiedevano: ma insomma non c’è scritto niente sull’articolo 18?
Cioè tutta questa rottura di coglioni di mesi, e poi sulla carta non c’è niente di esplicito? Un altro mio amico, dopo aver letto il testo, era abbacinato: ci sono una serie di misure di non si è discusso per niente in queste settimane di dibattito invadente. Qualcuno di voi ha sentito parlare dell’estensione dei voucher per le prestazioni occasionale? Già. La comunicazione renziana, pervasiva, martellante, enfatica, non ha nemmeno il pregio di essere informativa e trasparente. Le leggi non soltanto non passano al vaglio parlamentare, ma nemmeno possono essere emendate dall’opinione pubblica.

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
13 Commenti a “Sul Jobs Act, ovvero fate ciao ciao con la manina ai diritti del lavoro”
  1. spago scrive:

    La comunicazione renziana non è informativa e trasparente? ma chi ha deciso di cosa discutere in queste settimane? coloro che aprivano la bocca o prendevano la penna, no? chi ha deciso le dichiarazioni dei sindacati? chi ha scritto gli articoli di giornale? Renzi? no. I singoli autori, i singoli coinvolti nelle discussioni.. e che non si sono letti diecimila interventi di gente che si lamentava che la discussione fosse solo sull’articolo 18? io almeno diecimila li ho letti. Per tutte queste settimane c’è stata gente che ha detto “ma perchè vi siete fissati su sto articolo 18? quando la riforma è ben altro! che senso ha di fronte a un progetto complesso ed esteso come quello presentato questa monomania sull’articolo 18?” Ma poi viene fuori che la fissazione di tutti su sto articolo è colpa della comunicazione renziana.. eh già.. perchè pesava il c..o a chi discuteva accanitamente doversi pure informare (le informazioni c’erano e io della questione dei vaucher avevo pure sentito parlare).. già spendono tutte le energie nella discussione sulla riforma, non gli restano il tempo e la forza di informarsi.. deve essere così! Non è colpa loro che pavlovianamente quando vedono che è coinvolto l’articolo 18 non capiscono più niente e non sentono più niente altro eh no! è colpa di renz che non gli ha citofonato porta a porta uno per uno!

  2. spago scrive:

    Questo lo ho scritto per commentare il pezzo di Manconi il 26 settembre su Minima, sostanzialmente, civilmente e “umilmente” : ) suggerivo che fissarsi solo su quello non fosse la cosa migliore:

    Se di fronte, per dire, a una proposta come quella Ichino che prevederebbe la sostituzione di tutti i contratti precari con un contratto unico, diritti minimi per tutti fin dall’inizio e a crescere, la riscrittura semplificata del codice del lavoro, tre anni di sussidi, un nuovo sistema di collocamento, una serie di incentivi all’assuzione e disincentivi al licenziamento di tipo economico ed insomma una complessa e totale rivoluzione..uno ripete come un ossesso e l’articolo 18? e l’articolo 18? in effetti non è “ideologico”, che per esserlo ci vuole un cervello, è semplicemente “demente”. E non mi sto riferendo a Manconi. E so che Renzi non ha proposto davvero la riforma Ichino. Ma quello che ho descritto è stato l’atteggiamento normale di chi si considera più di sinistra e della CGIL. E lo è tuttora.

    Non si tratta di ideologia si tratta di demenza. Non c’è altra spiegazione. Se ti propongo un’automobile al posto della tua vecchia carrozza ci sta che tu mi chieda come hanno fatto a starci i cavalli nel cofano… ma se per anni te ne spiego il funzionamento e tu con tutto ciò sei ancora a chiedermi come fanno a starci i cavalli nel cofano.. la soluzione non è dibattere, scrivere libri, produrre analisi, etc.. è abbracciarti forte, volerti bene anche se sei “speciale” e lasciar stare di spiegarti le cose.

  3. jk scrive:

    Spago, miserabile petulante influencer renziano, almeno imparassi a scrivere decentemente…

  4. S.G.F. scrive:

    La comunicazione di Renzi richiama quello d’uno sbruffone violento inconsapevolmente ridicolo. Basterebbe una lettura fisiognomica, potrebbe aiutare in tal senso il togliere l’audio alla tivù durante le esibizioni pubbliche di Renzi. Una tale capacità di lettura ci avrebbe aiutato a comprendere molto velocemente, e in anticipo, al di là delle parole, le intenzioni dei recenti leader politici italiani: il sorriso immobile, funebre, di Berlusconi, il ghigno con bava rappresa agli angoli della bocca di Bossi, il rapimento da dio biblico adirato sul volto di Grillo, ecc.
    E a proposito dell’abolizione dell’articolo 18, è evidente che la cosiddetta opinione pubblica ha scarsa conoscenza di quel che quotidianamente accade in realtà tra i lavoratori, soprattutto nel Sud Italia: condizioni ricattatorie al limite della violenza esplicita, paghe da fame, soprusi svariati, sfruttamento, orari di lavoro quasi schiavistici, possibilità esigue di garanzie per malattia, licenziamenti che già se ne sbattono altamente dell’articolo 18. Della serie: i soldi non fanno la felicità, figuriamoci senza. L’abolizione dell’articolo 18, saranno pure parole desuete ma vale la pena spolverare l’anticaglia, sancisce un’ulteriore fondamentale vittoria dei padroni.

  5. S.G.F. scrive:

    quello = quella

  6. Lucia Vergano scrive:

    Concordo: la democrazia minacciata mortificando il legislativo, con l’avallo implicito della cittadinanza indifferente. Coerentemente con la storia patria.

  7. edgardo scrive:

    Mi fa male vedere persone che per altri versi apprezzo, finire così intossicate dal livore. Avere Travaglio come mentore non paga.

  8. Fabrizio scrive:

    L’analisi e’ su Renzi; o sulla legislazione che regola i contratti di lavoro? Problema: E’ sul lavoro, e non su Renzi, o sui contratti che si concentra la fine di tutto. Grandi aziende in Italia, particamente non ce ne sono piu’. Il sistema della contrattazione legalizzata e dei diritti dei lavoratori era dedicato primariamente ad un modello scomparso. Le trasformazioni della legge sono adattamenti che rincorrono un panorama produttivo mutato gia’ due o tre volte ed ora in piena crisi.
    Il post lavoro significa che non esiste piu’ il lavoro (almeno per i giovani fino a 35 anni) nelle grandi imprese e impiego statale, assicurato, perche’ il sistema intero del -lavoro in Italia- sta crollando.
    Cosa sta veramente facendo il governo attuale?
    Cerca di richiamare a casa gli imprenditori, scappati e delocalizzati in estremo oriente (ci vivo) che non torneranno mai piu’ perche’ qui tutto e’ perfetto.
    Commesse continue ad alto valore aggiunto; diritti del lavoratore garantiti (siamo in Cina e ricordiamoci che e’ un paese comunista e tutela i lavoratori molto piu’ di quello che raccontano in Italia) ma garantiti senza protezionismi (l’assenteismo e’ punito) infrastrutture fantascientifiche, spazio e risorse. In breve: il luogo perfetto dove attecchire la grande, media, piccola e piccolissima impresa perche’ lavorano tutti. Lavorano ma non stralavorano (nel senso che lavorano senza ansia e senza pungolo, come facevano gli operai italiani negli anni ’70). Ovviamente ci sono sacche di schiavitu’ (anche nel Sud e nel Nord Italia daltronde) ma lavorano tutti e sono un miliardoemezzo. Quindi? Non e’ Renzi (a me Renzi non piace e il suo governo demagogico pure di meno). Non e’ l’Italia (che non mi piaceva neanche prima; sono fuori dal 2005).
    E’ il lavoro.
    Non c’e’ piu’ e basta.
    Foste qui a vedere lo capireste.
    Il Made in Italy? Lo facciamo qui. E perche’ non li? Perche’ il Made in Italy in Italia costa troppo e gli italiani lo sanno fare ovunque, mica solo in Italia.
    Ora poi il Made in Italy viene benesolo se e’ fortemente fuori dall’Italia!
    Perche l’Italia e’ troppo stretta, troppo montuosa, troppo piena di sindaci che vogliono qualcosa, di tasse che usurpano i salari e di Progranni Integrati di Sviluppo Urbano che non urbanizzano niente e forse lo faranno quando saremo tutti nonni, ma intanto l’Italia e’ troppo scarsa di infrastrutture, di organizzazione, di liberta.
    Concludendo: E’ una questione di dimensione e volonta’.
    La Cina e’ un colosso e vuole lavorare.
    L’italia e’ piccolina e ha smesso di lavorare tanti anni fa….

  9. Andrea scrive:

    Dopo aver sposato la tesi di edgardo aggiungo un piccolo spunto di riflessione chi intende cazzeggiare a lungo su riforma del lavoro si o riforma del lavoro no: in Croazia (per dirne una) un dipendente costa mediamente 700 Euro al mese e le zone industriali del triveneto di stanno desertificando. Mentre si sta discutendo se togliere o meno un punto e virgola dal testo dell’art. 18 l’offerta di lavoro se ne sta già andando altrove. Buon lavoro ops volevo dire buona discussione!

  10. david scrive:

    @Fabrizio il fatto è che proprio dal contenuto del Suo post si capisce che il problema dei mancati investimenti sono molti e diversi dai (pochi rimasti) diritti dei lavoratori
    @Andrea normalmente un costo del lavoro inferiore è collegato a tutele sociali molto inferiori, io in italia non voglio sia così
    @tutti guardate che ormai non si parla già più di diritto del lavoro ma solo di diritto del mercato del lavoro, tale atteggiamento dimostra un approccio assolutamente ideologico (e non di sinistra) che tende a riportare il diritto del lavoro nell’alveo del diritto comune privato/commerciale.
    Naturalmente è un processo legittimamente perseguibile e perseguito, solo non si dica che è un processo di sinistra e che aumenta le tutele dei lavoratori.

  11. Nachtigall scrive:

    David non posso che concordare: quella di renzi è una politica reazionaria di stampo liberista mutuata dalla scuola di Chicago, quella cui si ispirò anche il Cile di Pinochet.

  12. jacopo scrive:

    Non sono competente in economia politica. Se lo fossi non sarei tormentato dal seguente problema: posto che lo schieramento dei renziani (col “Sole 24 ore ” in testa) non fa che ripetere in tutti i modi e le maniere che l’art.18 ormai riguarda una minoranza, che l’art. 18 è di fatto inoperante, che l’art. 18 non salvaguarda che poche ombre del passato, che l’art. 18 è ridotto a una cosa così insignificante, ALLORA perché ci tengono così tanto a cancellarlo?

  13. Fabrizio scrive:

    Rispondo a David e forse rispondo anche a Jacopo.
    Hai ragione a desiderare un’Italia che abbia tutele sociali. Dovrebbe essere cosi.
    Il problema non e’ nella volonta’ di uno Stato di diritto piu’ civile (non dico giusto perche’ la giustizia e’ astratta, infatti e’ bendata).
    Il Problema (quello con la P) e’ che da molto tempo ormai, diciamo dal 1945; ma piu’ che mai dal 1989, noi siamo -di fatto- in una agone globale.
    Non siamo in Politica Interna o Economia Politica; siamo immersi nella Geopolitica. Cio’ che dico e’ cio’ che vedo, vivo. Non e’ un valore. Il mio o il tu o il vostro.
    Non e’ la mia cultura, di destra, liberista, di sinistra statal socialista. Non e’ piu’ neanche una questione di cultura.
    L’Italia ha (mi spiace profondamente scriverlo perche’ sento che e’ ancora piu’ vero di come lo so) di fatto; perso la Guerra Geoeconomica, che i grandi blocchi e le grandi potenze, riformatesi dopo il crollo del muro di Berlino.
    U.S.A.; Cina; India; Blocco Russo (altro che federazione, vai a Mosca e poi vedi). E attenzione, ragazzi!!!…(perche’ leggo tra le righe che siete piu’ giovani di me. Ed e’ un pregio che siate giovani) Berlino e’ in Germania. Chi controlla l’euro; previa Banca Centrale Europea; e’ la Germania (l’Euro, se usciamo tutti dall’Europa, torna ad essere il Marco, e non crolla, resta li dov’e’). Sapete che i tedeschi sono fortissimi in Cina?
    Il 60% delle auto qui in Cina sono tedesche? Anche le Lamborghini, che sfrecciano a Shanghai, Guangzhou, Han Zhou Chong Qing, sono tedesche ormai.
    Il mio piu’ caro amico che e’ in Italia fa l’operaio, in una fabbrica che e’ l’unica grande azienda rimasta dove abitavo. Se cade l’articolo 18, lui e’ spacciato, questo lo sa e me lo dice sempre. Ma quanti sono che firmano lettere di licenziamento tenute in cassaforte dall’imprenditore? (il Padrone, si diceva una volta).
    Il Problema (quello con la P) e’ che l’Italia, come paese industriale -diciamo classicamente industriale- non c’e’ piu’. Se lo riconosciamo (e di nuovo: le soluzioni Renziste non so cosa possano fare) allora forse potremmo ripensare l’Italia, non l’articolo 18 o le fabbriche che non torneranno mai piu’ e nemmeno nuove fabbriche, perche gli “stranieri” preferiscono farle qui in Cina, per il sacrosanto motivo che muove: non l’Italia delle previdenze sociali o l’Europa della BCE, muove l’interesse degli imprenditori -privati- che e’ sempre quello e solo quello: il profitto. Quindi se l’Italia si AUTORIPENSA non puo’ farlo sulla misura del PRIVATO che e’ gia’ scappato e nemmeno quello che dovrebbe venirci (perche’ si fa i conti e non gli tornano) l’Italia si RIPENSA SUL PIANO INTERAMENTE SOCIALE. E questa e’ la materia dei giovani sui trent’anni e degli architetti che son sui 25 e studiano forte. Quelli che si tirano su le maniche e lavorano per passione. Io ne ho ancora tanta ma l’ho dovuta espatriare se volevo sopravvivesse al clima italico. Ero gia’ grande, quindi sono almeno parzialmente giustificato. Ma voi? Che farete? Se espatriate, ok. Ma se rimanete? Non c’e’ Renzi a rialzare lo stivale che affonda. Gli unici che possono veramente farlo siete voi.

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