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Cercando una traccia di comprensione: sul libro di Ta-Nehisi Coates

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Questo pezzo è uscito sul Mucchio, che ringraziamo (fonte immagine).

Nel 2015 i reporter del Guardian hanno creato The Counted, una mappa interattiva delle uccisioni compiute dalla polizia negli Stati Uniti: nel solo mese di Giugno 2016 sono stati registrati 97 casi. Ventotto di questi erano afroamericani, tutti tranne uno morti per colpi di arma da fuoco, molti giovanissimi: Jay Anderson (25 anni, Wisconsin) mentre stava seduto nella sua auto, Deravis Rogers (23 anni, Georgia) perché sospettato di furto, Sherman Evans (63 anni, District of Columbia) aveva con sé una pistola ad aria compressa, Isaiah Core III (20 anni, Alabama) perché non aveva accostato, Willie ‘Meek’ James (43 anni, Virginia) per aver puntato un coltello ai poliziotti che avevano fatto irruzione in casa.

The Counted conserva memoria di ognuno di loro, creando un database consultabile, in assenza di un registro specifico redatto delle forze armate statunitensi. Avevo visitato il sito nel 2015, dopo l’uccisione di Freddy Gray: sono tornata a farlo nei giorni successivi alle morti di Alton Sterling (37 anni, Louisiana) e Philando Castile (32 anni, Minnesota), la lista invariabilmente infinita di nomi e di storie, un oceano in cui non potevo trovare consolazione.

Una traccia di comprensione arriva dalle pagine di Tra me e il mondo, una lunga lettera che Ta-Nehisi Coates ha scritto al figlio Samori: Coates ha pubblicato il libro nel luglio dello scorso anno, in mezzo alla copertura delle rivolte di Baltimora – la sua città natale – e la vittoria del MacArthur Grants per “la sua eccezionale capacità di raccontare alle nuove generazioni la compressità della discussione su razza e razzismo in questo paese”. È difficile esprimere la necessità di questo libro: vorrei dire che oggi è importante più che mai, ma temo che questo monito resterebbe valido anche pubblicato tra un anno, nessuna di queste morti capace di cambiare l’ordine delle cose, nessuna azione a diminuire la distanza che Coates sente rispetto al mondo, a noi, i “Sognatori”.

Coates fa una scelta precisa, parla al figlio di cosa materialmente significhi essere nero oggi negli Stati Uniti: dovrà proteggere il suo corpo, non sbagliare mai, impegnarsi il doppio e, nonostante tutto questo, il suo corpo potrà essergli sottratto in ogni momento, un dazio che il mondo esige per continuare a esistere così come è. Racconta questo partendo dalla sua giovinezza a Baltimora, la vita nella parte sbagliata della città, lo scontro con la violenza del quartiere e con quella del mondo, del razzismo esatto da chi ha fondato il proprio privilegio su una rapina, su uno sfruttamento perpetuo.

Coates racconta la morte di Prince Jones, la stella fulgente dell’università che frequenta, ucciso a colpi di pistola da un agente di polizia che era stato incaricato di seguire la sua Jeep, nella assoluta assenza di prove a carico del ragazzo per alcun crimine: questo è il punto – non servono indizi, non serve che ti sia macchiato di qualche delitto perché il tuo corpo sia messo a rischio; la tua stessa vita è una prova a carico, il colore della tua pelle è il motivo per cui le indagini verranno archiviate. Della morte di Alton Stering, Eric Garner (43 anni, New York), Tamir Rice (12 anni, Ohio) esistono video, ma non viene fatta alcuna giustizia. Quando hanno sparato a Philando Castile, Lavish Reynolds, sua compagna, ne ha trasmesso in diretta l’accaduto, perché il mondo sapesse, vedesse la fragilità del corpo nero.

Quello di Coates non è un gesto di resa, ma il desiderio di trasmettere una consapevolezza, anche un orgoglio per quello che la comunità afroamericana è riuscita a costruire, nell’esilio. Ho iniziato questa recensione, se così dobbiamo chiamarla, con un elenco di nomi e di storie, perché nessuna di queste morti è più emblematica delle altre, nessuna più giustificabile. Mentre leggevo Tra me e il mondo mi sono chiesta se c’è qualcosa che posso fare, se posso smarcarmi da una posizione di privilegio sempre più dolorosa: forse cercare una traccia di comprensione, solo questo.

Sara Marzullo è nata a Poggibonsi (SI) nel 1991. Si è laureata in Arti Visive all’Università di Bologna con una tesi sul rapporto tra città e romanzo. Collabora con varie testate, tra cui il “Mucchio Selvaggio”.
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