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Sul presunto donmilanismo ovvero perché Mastrocola dovrebbe studiare di più la storia della scuola italiana

di Vanessa Roghi

Vale la pena di prenderlo sul serio l’articolo uscito oggi sul Domenicale del «Sole 24 Ore», quello di Paola Mastrocola sul “donmilanismo”.

Vale la pena anche se la prima reazione sarebbe quella di liquidarlo con un post su facebook, ecco la solita storia, un altro articolo a favore dell’appello dei 600, la grammatica è di destra o di sinistra?, l’italiano non lo parla più nessuno, si stava meglio quando si stava peggio e via dicendo. Ma non si può. Perché in questo ennesimo articolo pubblicato dal Domenicale su quello che Mastrocola definisce “donmilanismo” si gioca in un certo senso il futuro della scuola pubblica, poiché è attraverso la costruzione di un discorso pubblico condiviso sulla scuola che si elaborano le ideologie, si pensano le leggi, si immaginano e si scrivono le riforme. Anche a partire dalla storia specifica della pubblica istruzione in questo paese e dal senso che oggi attribuiamo ad essa. L’invenzione di una tradizione democratica e di sinistra “contro la grammatica” di cui don Milani sarebbe stato l’ispiratore, Tullio De Mauro l’interprete e le maestre delle scuole elementari (intrise di un altro male gravissimo, il “rodarismo”) il braccio armato, è un’operazione culturale molto precisa che ha la sua genealogia e come tale va letta. Qui riassumerò alcuni passaggi.

Andiamo per ordine.

Non è la prima volta che la scrittrice attacca duramente don Milani, possiamo ricordare il suo libro Togliamo il disturbo (2011) dove scrive: «non credo che volesse davvero una scuola che non insegna nozioni. So che nelle sue classi si studiava eccome. Semplicemente, voleva una scuola che non escludesse dall’istruzione i ragazzi meno fortunati, quelli che per origini famigliari non possedevano gli strumenti per farcela. Come dargli torto? Giustissimo. Fu una grande scuola, la sua. Ciò nonostante, noi abbiamo costruito negli anni, grazie anche alle idee di don Milani, una scuola che non insegna più nozioni». Sic.

Oppure, antecedente, l’articolo su «La Stampa» del 2007 (anniversario, come quest’anno, della morte del priore e dell’uscita della Lettera a una professoressa) dal titolo eloquente: La sua utopia si è realizzata, purtroppo.

«Caro don Milani, rileggere oggi il suo libro, mi creda, è illuminante e anche un tantino inquietante: ci aiuta a capire che la scuola di oggi è esattamente la scuola che voleva lei quarant’anni fa. Ma ci chiediamo se forse non sia per questo che non funziona più tanto: perché nel frattempo sono passati quarant’anni».Perché, spiega? «Chiedeva parecchie cose, tra cui: di non interrogare sulle poesie di Foscolo perché Foscolo scrive parole difficili, come inaugurare che vuole dire augurare male: «C’è scritto nella nota. Ma è una bugia. L’ha inventata il Foscolo perché non voleva bene ai poveri»; di non mettere più in programma l’Eneide, perché è scritto in una «lingua nata morta»; di non fare l’Iliade nella traduzione del Monti, perché «il Monti chi è? uno che ha qualcosa da dirci? uno che parla la lingua che occorre a noi?». Gianni, il figlio del contadino, è andato via da scuola a 15 anni e lavora in officina, «non ha bisogno di sapere se è stato Giove a partorire Minerva o viceversa. Nel programma d’italiano ci stava meglio il contratto dei metalmeccanici». Era il 1967. Quarant’anni dopo possiamo dirle che abbiamo esaudito quasi completamente le richieste di quel suo ragazzino, e questa notizia di sicuro le farà piacere; a parte il contratto dei metalmeccanici che non so se abbiamo messo davvero nei programmi (personalmente spero di no), per il resto sono sicura: studiamo abbastanza la Costituzione e pochissimo la grammatica; siamo completamente indifferenti alle acca del verbo avere; non bocciamo quasi nessuno; il Foscolo lo facciamo poco, giusto al triennio dei licei; e il Monti nessuno più sa chi sia perché abbiamo approntato meravigliose versioni in prosa dell’Iliade, scritte in uno stupendo stile quotidiano corrente. Più o meno la lingua che usiamo per andare a comprare il pane. Il problema è che, così facendo, qui da noi nessuno sa più niente e nessuno ha più voglia di studiare. Nessuno, né i poveri né i ricchi». Dunque: don Milani voleva una scuola semplificata e senza grammatica. Da questa ideologia nasce il donmilanismo (non si capisce bene né dove né quando, si dà per scontato e basta, il donmilanismo esiste).

Ora cosa sarebbe il donmilanismo? una malattia infantile dalla quale sono affetti gli insegnanti “democratici” a partire più o meno dal 1967, o meglio, da qualche anno dopo, dall’uscita di quelle tesi linguistiche per l’educazione democratica di cui diabolico estensore è stato il comunista Tullio De Mauro al quale, è noto, dobbiamo l’imbarbarimento dei costumi italici, l’analfabetismo primario e di ritorno, e chissà quali altri mali.

Scrive oggi Mastrocola: «Abbiamo emarginato sempre più la grammatica e la letteratura (dei classici, in primis) sostituendola con attività di vario intrattenimento (v. i progetti del POF). Andiamo a rileggere i passi in cui s’invita la professoressa a non fare grammatica perché la lingua è appannaggio dell’élite, e a non fare Foscolo o l’Iliade del Monti perché la difficoltà di quei testi umilia i “poveri”. Ad esempio: «Bisognerebbe intendersi su cosa sia lingua corretta. Le lingue le creano i poveri (…). I ricchi le cristallizzano per poter sfottere chi non parla come loro (…). Tutti i cittadini sono eguali senza distinzione di lingua, l’ha detto la Costituzione. Ma voi avete più in onore la grammatica che la Costituzione». Bene. È da cinquant’anni che facciamo a scuola più Costituzione che grammatica; oggi in particolare facciamo Educazione alla cittadinanza, non certo Educazione alla grammatica». Sulla veridicità di questa osservazioni ripetute, come abbiamo visto, da anni senza alcuna sostanziale revisione, sono già intervenuti altri (non è vero che non studia grammatica a scuola per esempio, e che si studia la costituzione al suo posto).

Vorrei dunque soffermarmi su questo passaggio, che è quello nel quale si entra a gamba tesa nella storia, intesa come disciplina, la si usa in modo “pubbico”, e così facendo si costruisce un’ideologia rivolta alla nostra contemporaneità che parte da un assunto falso ma verosimile che, evidentemente, è il punto di incontro di tanti intellettuali di oggi, ovvero che don Milani volesse una scuola più semplice per i poveri.

«Che l’idea di don Milani avesse allora un senso, non implica che quel senso non fosse sbagliato già allora, e che lo sia probabilmente oggi più che mai. Voglio dire che si potrebbe avere un’idea esattamente contraria, per raggiungere lo stesso nobile fine: cioè, proprio per aiutare i figli dei contadini (tradotto i ragazzi oggi più deboli), si potrebbe rendere più difficile, e non più facile, la scuola. Tradotto, dovremmo fare proprio l’Iliade del Monti (che, tra l’altro, piace moltissimo ai ragazzi!), e non approntare ridicole traduzioncine, semplici e prosastiche, col linguaggio più piatto possibile, perché gli attuali “figli dei contadini” non facciano fatica e siano inclusi! Inclusi in cosa, poi? In un percorso di studi fittizio e ingannevole, che li lascia impreparati ad affrontare gli studi più alti e le professioni più ambite? C’è una sottile punta di razzismo, direi, in questa idea che i ceti cosiddetti ceti subalterni non possano elevarsi, emanciparsi dalle loro origini e accostarsi alla cultura alta».

Ovviamente don Milani non ha mai neanche per un momento pensato che la scuola andasse resa più facile, né che ai ragazzi poveri si dovessero precludere le strade che si aprivano ai figli dei ricchi. La sua idea del 1967 nasceva da venti anni di riflessione sull’istruzione in generale. Don Milani aveva iniziato a Calenzano, nel 1947, a riflettere sull’analfabetismo degli operai, l’aveva fatto a partire dalla sua esperienza, l’aveva raccontato nel suo primo libro, le Esperienze pastorali, dove per la prima volta aveva tematizzato il problema della lingua.

Don Lorenzo Milani, pronipote del filologo Comparetti, sapeva bene che le lingue sono una “quistione” storica, sapeva che nessuno è predestinato ad essere analfabeta, sapeva che sulla lingua si può e si deve lavorare. Aveva per questo aperto un doposcuola in parrocchia, poteva farlo per una legge dello Stato del 1949. Aveva invitato intellettuali a parlare di cose difficili ai ragazzi, perché sapeva bene che la complessità è formativa e che non ci sono cose “vere in città e false in campagna”.

Arrivato a Barbiana nel 1954 aveva visto qualcosa di ancora più triste e grave, la rassegnata miseria linguistica dei figli dei contadini. A loro aveva dato una scuola alternativa, non perché non credesse nell’istruzione, ma proprio perché sapeva che l’istruzione era l’unica arma che i poveri avevano per non farsi fregare da chi ne sapeva più di loro.

Voi forse non lo sapete o non lo ricordate ma negli anni Cinquanta la scuola media non era per tutti, bisognava fare un esame per essere ammessi, e molti preferivano non continuare. A Barbiana don Milani vide che il lavoro dei ragazzi nei campi, con le bestie era l’unico destino possibile, per questo li andava a prendere uno per volta a casa. Per questo iniziò a insegnare loro a leggere e scrivere.

Quando si iniziò a discutere di scuola media unica si infuriò venendo a sapere che in molti volevano abolire il latino perché troppo difficile per i poveri.

Il 22 marzo del 1956 il Ministro della Pubblica Istruzione, Paolo Rossi, presentò un progetto di riforma della scuola media, una media unica ma divisa in tre indirizzi differenziati: «è veramente indispensabile che i futuri studenti tecnici conoscano il latino? E’ meglio che quei giovani il latino non lo studino affatto … si renderebbe loro un pessimo servizio». In quella occasione don Milani scrisse a Ettore Bernabei, in quel momento direttore del Giornale del Mattino di Firenze: il ministro mi ricorda Maria Antonietta «Non auguro al ministro di far la fine che fece lei. Gli offro invece quindici giorni di ospitalità in casa mia. Se si saprà adattare per quei pochi giorni al lume a carburo e alla mezzina e a tante altre cosette, io lo terrò accanto a me mentre fo scuola ai miei giovani montanari e gli prometto di aprirgli gli occhi su un orizzonte immenso che non suppone. Il ministero andrà avanti benissimo anche senza di lui e al ritorno potrà gloriarsi d’esser finalmente degno d’una Repubblica fondata sul lavoro. Vedrai che dal quel giorno non concederà più interviste sull’abolizione del latino. C’è anzi il caso che bandisca un concorso per un testo di greco da adottarsi nelle quinte elementari. E per la riforma del programma dell’Avviamento Industriale penso che si rivolgerà a uno studioso di ebraico per non defraudare i poveri dell’incontro diretto col testo sacro. Dio lo voglia davvero. Per il bene dei poveri. Perché si facciano strada senza che scorra il sangue. E se anche il sangue dovesse scorrere un’altra volta, perché almeno non scorra invano per loro come è stato finora tutte le volte».

Dieci anni dopo la media unificata esisteva ma non funzionava. Non lo diceva solo il parroco di Barbiana. Le inchieste della Rai di quegli anni sono durissime in questo senso: fra il 1963 e il 1966 mettono in luce l’abbandono scolastico, l’inadempienza dello stato e dei genitori che ancora mandano i figli a lavorare a 11 anni. E’ colpa della Rai che ha puntato il dito contro la mancata attuzione della riforma se oggi i ragazzi non sanno leggere e scrivere?

E’ il 1969 quando esce l’inchiesta di Marzio Barbagli e Maurizio Dei Le vestali della classe media, dedicata alla formazione, alle aspirazioni, alle frustrazioni degli insegnanti italiani, soprattutto quelli delle medie inferiori. La ricerca è frutto di anni di lavoro, le conclusioni basate su uno studio assai preciso delle dinamiche occupazionali del mestiere di insegnante dopo la riforma delle scuole medie del 1962. Che la scuola degli anni Sessanta sia un luogo di forte esclusione sociale è un dato incontrovertibile, per tutti, tanto è vero che chi contesta la posizione di Barbagli non lo fa dicendo: ma no non è vero la scuola include, bensì dicendo: è giusto che sia così.

Ma, dicono Barbagli e Dei, il problema è un altro: «Uscendo dall’università con una formazione da studioso il laureato italiano non solo manca delle più elementari conoscenze necessarie all’esercizio della sua professione, non solo non sa insegnare, ma – entrando nella scuola media inferiore – non può non avere la netta impressione che quanto ha imparato fino ad allora sia sprecato».

Per questo la Lettera a una professoressa centra il bersaglio, per questo fa tanto discutere allora e tanto infuriare oggi. Perché al di là delle frasi roboanti, delle provocazioni, come è quella relativa al Monti tanto citata da Mastrocola, la scuola sperata in venti anni di lavoro con i poveri, nel 1967, non è arrivata, gli insegnanti non sono cambiati. La miseria è sempre lì.

Gli ostacoli per diventare cittadini non sono stati rimossi, la promessa della Costituzione appare vana. I figli dei poveri hanno il destino segnato. Ma non si può dire, né oggi nel 1967. Perché altrimenti si incita all’odio di classe, e non va bene. Eppure nessuno nel 1967 imputa alla Lettera un classismo negativo, anzi. Del resto il Sessantotto ancora non c’è stato, e nessuno omologa don Milani alle rivendicazioni degli studenti, al sei politico, all’antiautoritarismo accademico. E’, semmai, il sintomo di una frattura non risanabile. Che solo le riforme degli anni settanta, in qualche modo, ripareranno: lo statuto dei lavoratori, il diritto di famiglia, la legge Basaglia, andranno ad accorciare le distanze fra ricchi e poveri fra deboli e forti e così, migliorando la società, miglioreranno anche la scuola, rendendo più uniformi le condizioni di partenza di tutti i bambini e le bambine che entrano a scuola (le classi differenziali vengono abolite nel 1977).

Eppure non c’è niente da fare, tutta questa storia, che è storia sociale, culturale, politica di questo paese, la storia della battaglia contro l’esclusione sociale e la ricerca “dei mezzi per combatterla” viene tradotta, da vent’anni a questa parte e da certa pubblicistica come incitazione all’“odio di classe”. Su questa traduzione si fonda una delle più longeve interpretazioni della Lettera a una professoressa. «Un’ esperienza didattica forse non proprio marginale, ma simile in definitiva a tantissime altre, si era così venuta arricchendo d’ un ingrediente rivoluzionario: l’odio di classe, che il movimento operaio italiano aveva ripudiato già nell’ Ottocento e che tornava a riaffacciarsi, dopo quasi un secolo, nella prosa elegante e un po’ nevrotica di un prete di origine borghese», Sebastiano Vassalli, 1992. «Ognuno nasce dove deve nascere, dove meglio si completa il suo disegno. Kafka lavorava in un ufficio di assicurazioni, e Einstein all’Ufficio Brevetti. Questo pensiero dovrebbe aiutarci a superare l’odio di classe, l’invidia sociale e tutti quei cattivi sentimenti che non ci fanno onore. E che hanno finito per intorbidare anche le acque della nostra scuola», Paola Mastrocola. «Ciò che impressiona oggi è il risentimento che anima quelle pagine, e che allora poteva essere inteso come riflesso dell’entusiasmo ribelle. Ma ormai appare solo come la manifestazione di una pervicace abitudine italiana a fare di odio e invidia la base di ogni ragionamento», Lorenzo Tomasin, 2017.

Forse allora bisogna ritornare a Tullio De Mauro e allargare la sua definizione di analfabetismo funzionale riferendola anche a chi non è in grado di leggere un testo del 1967 per quello che è, ovvero una fonte per la storia della cultura di questo paese: perché non si riesce a capire cosa voleva davvero dire don Milani? Perché lo si travisa così spesso lo si capisce così male? Perché non andare a studiare invece quando e come e chi lo ha trasformato in un santino, in un idolo polemico, in un mostro. Forse bisognerebbe studiare bene la storia per capire la Lettera a una professoressa e non leggerla in modo retrospettivo a partire dalla nostra contemporaneità.

Collocare storicamente un testo, coglierne i registri, gli intenti, il contesto, le esagerazioni e le esasperazioni non è facile è vero.

Molto più difficile che studiare la grammatica.

Ma si può fare.

Commenti
38 Commenti a “Sul presunto donmilanismo ovvero perché Mastrocola dovrebbe studiare di più la storia della scuola italiana”
  1. Elisa scrive:

    La professoressa Mastracola non e’ nuova a certe esternazioni. Molto duri sono anche i suoi interventi nei confronti delle maestre, che dice di stimare ma nei fatti scredita molto spesso. Intanto, secondo la mia modesta opinione, essere uno scrittore non trasforma in un valido pedagogista; anzi, in questi anni la pedagogia risulta moribonda o, perlomeno, latitante. Il cambiamento, nella società liquida, permea così costantemente la nostra azione, che ormai pare impossibile fermarsi a parlare di cosa vogliamo insegnare e ci si concentra spesso e volentieri solo sul come. C’è anzi quasi imbarazzo a parlare di contenuti, poiché viene dall’alto la pressione ad insegnare procedure e poi lanciare i giovani nel mondo, perché si scelgano loro i contenuti che vogliono. Bisogna insegnar loro anche a distinguere quali contenuti cercare, come valutare se sono attendibili o meno, a ricordare che la sintesi patinata che trovano in rete è solo una sintesi, a non accontentarsi e a cercare le fonti e valutarle. Insomma, il viaggio di un uomo dalla caverna alle stelle. L’incertezza, nella scelta, è amplificata dalla percezione sociale del lavoro dell’insegnante, che è educatore fino a prova contraria, deve essere addestratore, provocatore, intrattenitore, in generale sempre in torto. Credo che il dibattito intorno all’educazione andrebbe riaperto e tenuto vivo, non nelle chat di whatsup dei genitori ma in luoghi condivisi e dignitosi, come ad esempio il vostro sito.

  2. Donatella Leoni scrive:

    La Mastracola si dimentica che il Liceo Classico non è scuola di base e che Don Milani si occupava di scuola di base non di Liceo Classico.

  3. Domenico Crisci scrive:

    Tanto per rimanere in tema “dell’odio di classe” molto caro alla Mastracola la invito a studiare Gramsci ovviamente non a leggerlo semplicemente

  4. Domenico Crisci scrive:

    Errrore Mastrocola non Mastracola. Mi scuso con la professoressa

  5. Domenico Crisci scrive:

    Per ricollegarmi a Don Milani.
    Terminata la 5^ elementare (1959) a mia madre, con me presente, il mio maestro le disse che per noi immigrati dal sud, era meglio che frequentassi l’avviamento e non fare l’esame di ammissione per la scuola media (fra le prove vi era anche latino). Mia madre, sia per dare ascolto al maestro sia per risparmiare i soldi per le ripetizioni di latino mi iscrisse alla scuola di avviamento commerciale di San Remo. Questo ha segnato tutto il mio percorso scolastico e formativo (mi era precluso l’accesso ai licei) perché nei fatti obbligato, previo comunque esame di ammissione, a frequentare istituti tecnici. Non ho quindi avuto il piacere , la fortuna e l’opportunità di studiare l’Eneide. E sulla mia pelle ho capito dopo cosa mi sono perso. Forse è per questo che i miei quattro li ho iscritti al liceo classico.

  6. Domenico Crisci scrive:

    I miei quattro figli

  7. Vanessa Roghi scrive:

    Grazie mille dei commenti e delle storie

  8. Giunia Adini scrive:

    Trovo più probabile che la Lettera a una professoressa venga travisata deliberatamente in modo strumentale. Passano gli anni, cambiano i tempi e le società ma la scuola resta quel luogo pericolosissimo dove si può far saltare il muro che separa chi detiene il potere da chi ne è escluso. Chi vuole preservare la cittadella del privilegio sbandiererà sempre l’eccellenza, che poi vuol dire selezione. E taccerà sempre gli altri di essere la rovina del sistema scolastico. Ma è solo e sempre difesa del privilegio.

  9. girolamo de michele scrive:

    Paola Mastrocola non dimentica alcunché, e non è affatto disinformata o poco istruita o avventata. Paola Mastrocola è una coerente sostenitrice di una scuola e di una pratica didattica reazionarie (quelle, per capirci, nelle quali il bravo studente è solo chi è capace di ripetere per filo e per segno ciò che ha detto l’insegnante), la cui esternazione le sono valse (anche se continua a recitare la parte di quella esclusa dal coro) la chiamata politica dapprima di Valentina Aprea, viceministra AN di Letizia Moratti (che era solita, Aprea intendo, sventolare i di lei libri nei pubblici incontri), poi di Mariastella Gelmini, che l’ha chiamata a far parte della “cabina di regia” per la riforma della scuola, e infine di Matteo Renzi, che ha presentato a Firenze il suo libro del 2011 lodando (e dunque condividendo) la sua avversione per don Milani e Gianni Rodari. Punto. Finiamola di considerarla una povera ingenua che va informata, e consideriamola per quello che è: un nemico di classe (perché i nemici della scuola sono nemici di classe) meritevole di tutto l’odio di classe che Gramsci insegna.

  10. Vanessa Roghi scrive:

    la prendo così sul serio che le ho risposto e lo dico all’inizio

  11. mauro scrive:

    Penso che l’autore dell’intervento precedente contro la Mastrocola nemico di classe e oggetto meritevole di odio di classe le concederà almeno il diritto di odiare a sua volta, e di difendere la propria classe: e infatti non c’è stata guerra di classe che non sia stata nello stesso tempo una guerra civile, come ci ha insegnato la storia del Novecento e come Gramsci ben sapeva. Questo per dire che o si accetta fino in fondo la logica di quello che si dice o conviene tacere, inutile e patetico fare sfoggio di linguaggio pseudo-rivoluzionario fuori luogo e fuori tempo. Senza contare poi che le guerre civili si vincono e si perdono, e per farle e ancor meno per vincerle non basta riempirsi la bocca con la parola democrazia.

  12. Manlio scrive:

    La democrazia (e prima, cronologicamente anche) il diritto sono quei marchingegni per cui l’odio di classe non si trasforma automaticamente in guerra civile. Con maggiore o minore efficacia, per un tempo maggiore o minore, nel corso degli umani eventi…

    Non credo che coloro che detengono il potere proprietario si preoccupino particolarmente di odiare o meno chi non lo detiene. Sono piuttosto i loro servitori che possono indulgere in questa passione, spesso in maniera inversamente proporzionale al guadagno percepito… La persona umana appare spesso più complicata di quanto non amiamo raccontarci… Ma un servo, quello è un servo, è un servo, è un servo…

  13. Daniela scrive:

    Premesso che vent’anni di insegnamento nei professionali mi hanno instillato profonda diffidenza verso qualsiasi tipo di affermazione elitaria per ciò che riguarda la scuola, io La scuola raccontata al mio cane a suo tempo non l’ho solo letto, ma anche apprezzato, così come Una barca nel bosco, letto integralmente a scuola (cosa che faccio abitualmente, io leggo ad alta voce libri interi ai ragazzi, quelli che non incontrano e mai incontreranno un libro), più volte. Dopodiché la signora si è sentita investita dal sacro fuoco dei contratti editoriali e ha visto che polemizzare e fare il bastian contrario ideologico paga. Ora è la volta di Don Milani. Come i marron glace, va bene se ne mangi uno, gli altri sono di troppo e fanno venire la nausea. Io metterei la signora in una classe prima come quella che ho quest’anno: ragazzi che stanno in case famiglia che hanno denunciato i genitori per maltrattamenti, altri cosiddetti extra comunitari che rischiano il carcere e l’elenco sarebbe lungo. Le differenze sociali sono ben peggiori del passato perché oggi i ragazzi hanno sotto il muso il paragone ricco/povero come un marchio, io non ho tu hai come un destino. Combatto quotidianamente e strenuamente la mia battaglia contro le A senza acca e le E senza accento. Ma resta il fatto che per i ragazzi tra la scuola e la strada io da insegnante sempre e comunque preferisco la scuola. Venga a fare, la signora, quattro ore quattro in una classe come la mia quest’anno.
    Grazie per aver risposto con questo articolo al pressapochismo della signora Mastrocola

  14. Mauro scrive:

    Concordo pienamente con Daniela, questa è la vera lotta di classe che bisogna continuare a fare, senza per forza dover odiare qualcuno.

  15. Silvio scrive:

    Continuare a ripetere gli sgolans del1970 è la vera debolezza del culturame pseudomarxista i cui esiti sono di fronte a noi!

  16. Federico scrive:

    La scuola in mano ai cattocomunisti produrrà sempre analfabeti. Virare verso logica dialettica filosofia e matematica….l astrazione pura teoretica in-struisce davvero insegnando a ragionare…..le altre segate sono perdita di tempo e fabbrica di frustrazioni

  17. Vulfran scrive:

    …gli sgolans.

  18. Sì, perché ci si sgola a pronunciarli…

  19. claudio scrive:

    Daniela, perfetta. Questa la contemporaneità con cui fare i conti. Italiani io vi esorto alle storie, per dirla con l’amato Foscolo. Ma questa storia per Mastrocola è troppo ardua. Non le mancherebbe l’intelligenza, le manca la volontà. Si trova benissimo nella difesa dell’ordine di cose presente. Non vuole essere disturbata.
    “Mastro”Daniela non mollare, almeno tu. Grazie per il lavoro che fai.

  20. Francesco scrive:

    Ho il piacere di “studiare” don Lorenzo Milani da una quindicina d’anni e, a differenza della professoressa che scrive sul Domenicale, di aver conosciuto e di mantenere rapporti con le persone viventi di quella eccezionale esperienza religiosa e civile.
    Ecco perché più che rispondere nel merito, e lo si ben fare, alle surreali tesi proposte nell’articolo, bisognerebbe cercare di entrare nella spirito di quella esperienza.
    Per cogliere quello che la
    Professoressa perde di vista.
    Mi ha detto (e poi ha scritto Adele Corradi, che fu la professoressa che segui il Priore negli ultimi quattro anni di vita) che a Barbiana si “viveva nel l’attenzione”.
    “Attenzione”, quindi, come chiave interpretativa del vita. E vita che non è davvero tale se non si presta attenzione agli ultimi.
    “Attenzione” e impegno assoluti, senza limiti di tempo, quali presupposti indispensabile per sia per le lezioni di grammatica che per la letteratura italiana, di cui insegnava a cogliere il contesto sociale, economico di molti autori (tra i tanti Manzoni).
    E tutto ciò anche a costo di perder tutto quello che una diversa volontà di carriera, molto più comoda anche in quegli anni, avrebbe consentito.
    Un giovane (anche prete) si dedica alla formazione prima di operai e poi di piccoli uomini altrimenti destinati a esser trattati come bestie oppure a esser vellicati nelle loro pulsioni, integrandoli nel sistema, è qualcosa che non è comprensibile, che non è accettabile per molti.
    E questo vale molto di più che il semplice ricordare alla professoressa che uno dei testi più studiati a Barbiana era l’Apologia di Socrate (a proposito del “rifiuto” della cultura classica da parte del Priore).
    Don Lorenzo – che non va mitizzato come “santino”, sclerotizzandolo, ma storicamente compreso nel suo tempo – ha dato una grandissima lezione attuale nella sua inattualità: e cioè che il sapere ha un senso quando rende l’uomo migliore, rendendolo autenticamente libero per capire i bisogni degli altri.
    Non ha mai preteso che la proprie scelte divenissero, assolutisticamente, gli archetipi per giudicare il suo presente e il futuro.
    Anzi, sul letto di morte soleva dire che “non c’è peggiore infedeltà che essere fedeli a un morto”, con ciò volendo affermare che tutto poteva essere mutabile purché fosse seriamente argomentato e mosso da un esclusivo interesse per gli altri.
    Certo, è molto duro rimanere coerenti ai certi principi sino alle estreme conseguenze.
    Come quando Don Bensì (suo padre spirituale), dopo che oramai la storia della sua esperienza era nota in Italia, lo trovò di sera, solo, addormentato sulla sdraio, in esclusiva compagnia della Eda Peligatti, un ragazzino con problemi comunicativi e un montanaro con problemi psichici, accolto anch’egli nella canonica.
    L’uomo che aveva contrastato cardinali; politici influenti; che aveva subito gli strali di Civiltà Cattolica; che aveva interloquito – da solo contro tutti – in Palazzo Vecchio a Firenze con l’elite dei direttori didattici in un incontro appositamente organizzato dall’assessora Fioretta Mazzei, alla fine della giornata si trovava lì: con una donna anziana e non acculturata, un ragazzino rifiutato da tutti e un malato di mente.
    Sempre vicino agli ultimi.
    Scandalosamente straordinario e, di molto,oltre il suo tempo.
    Di certo, incomprensibile per la
    Professoressa del Domenicale.

  21. Elianda scrive:

    Ma questa Mastrocola che scrive sul “Sole 24 ore” un articolo così sprezzante nei confronti di Don Milani, che taccia le maestre di rodarismo, che non conosce un acca di quello che ha scritto Tullio De Mauro, che offende tutti quelli che credono nel valore del proprio insegnamento, convinti che la scuola italiana debba dare a tutti gli strumenti per vivere dignitosamente, responsabilmente, civilmente e casomai con il gusto per la lettura, la passione per la poesia, l’interesse per la storia e l’attenzione al quotidiano, e con, dulcis in fundo, lo studio di due ore a settimana di grammatica, questa Mastrocola lo sa che Don Milani l’aveva già vista in tutta la sua goffagine, nonostante il suo taierino Chanel e la borsetta Guitton, da pag. 5 a pag. 120 di ” Lettere a una professoressa”? Questa Mastrocola lo sa che scrive libri e nutre il suo ego, oltre che le sua tasche, grazie ai trucioli della scuola che sega ogni giorno, in ogni ramo,? Lo sa che stritola ogni più piccola gemma che combatte contro la durezza del tronco con la sua acidità vermifuga. Questa Mastracola lo sa che non ci rappresenta.

    Ma perché il domenicale del Sole 24 ore le da la parola?

  22. Elianda scrive:

    Dimenticavo! Grazie Vanessa Roghi per questo articolo così generoso e attento. Grazie per non aver lasciato sfuggire parole che un giorno potremmo ritrovarci in una qualche legge di “Nuova buona scuola” e non sapremmo a chi imputare. Grazie!

  23. DONATELLA LEONI scrive:

    che ce l’abbia con don Milani lo abbiamo capito… ma perché avercela con Rodari? Studi recenti in tutto il mondo occidentale interessato dai processi della de-industrializzazione mostrano gli stessi risultati: la tendenza a condotte devianti negli adolescenti, l’analfabetismo funzionale ed anche emotivo, questo indipendentemente dalla tradizione donmilanista. Accade in Germania, in Francia, in Inghilterra, negli Stati Uniti come conseguenza della de-familizzazione. Mastrocola o meno.

  24. Manlio scrive:

    Temo che ci sia un progetto che comprende e contrasta tutto quello che ha a che fare con dignità, liberta ed emancipazione. Per una scuola funzionale al dominio sulle persone non proprietarie, e sull’allineamento e organizzazione ideologica di chi detiene il potere, o vi ambisce. Progetto che cura la difesa dei sistemi di dominio attuali e ne pianifica le fortune e le forze necessarie (scelte tra i padroni e i servi). E se non è un progetto esplicitamente pianificato per la scuola, è evidentemente in atto in molti altri ambiti.

  25. paolo scrive:

    Condivido le parole di Vanessa Roghi: ” è attraverso la costruzione di un discorso pubblico condiviso sulla scuola che si elaborano le ideologie, si pensano le leggi, si immaginano e si scrivono le riforme”. Ma è una battaglia difficile, purtroppo “gli editorialisti” dei maggiori giornali hanno un punto rivista distorto, quello dei propri figli o di quando loro stessi frequentavano il Liceo. L’OCSE ha definito l’Italia come miglior esempio di percorso di studi in grado di ridurre il gap tra i ricchi e i poveri. Potete stare tranquilli che questa notizia finirà nelle pagine di cronaca…non certo in prima pagina!

  26. Vanessa Roghi scrive:

    Peggio, finirà in prima pagina ma capita male

    https://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:3860

  27. lkino scrive:

    comunista Tullio De Mauro? ahhahahhahahah! ma su che pianeta vive?

  28. MIchele De Girolamo scrive:

    Osceni, miserabili paleo-roussoviani (il ’68, per fortuna, è finito da tempo, ma evidentemente qualche ciarlatano, vedi l’osceno De Michele, pare non essersene accorto).
    P.S.: dal tenore dei commenti (alcuni vergognosi) si capisce perché la scuola italiana sia sempre più simili ad un consultorio/oratorio, piuttosto che a un luogo di formazione.

  29. Lalo Cura scrive:

    da comunione & lottizzazione a comunione & medicalizzazione nella scuola italiana cambia poco, anzi niente: la comunione rimane, sempre più aggressiva e sprezzante nei confronti del dettato costituzionale (ci troviamo in biblioteca un quarto d’ora prima dell’inizio delle lezioni per un momento di preghiera) e la medicalizzazione è comunque una voce in capitolo, sempre più redditizia e fuori da ogni controllo del portfolio della lottizzazione

    lc

  30. rosaria scrive:

    Che siamo in un periodo di grande decadimento culturale e linguistico è assodato. Non mi sembra che la Mastrocola accusi don Milani, anzi dice che i suoi interventi avevano senso in quel frangente storico al fine di includere i figli dei contadini. E’ la scuola di oggi, dei progetti, del linguaggio semplificato, della quantità e non della qualità, dell’alternanza scuola lavoro ad essere sotto accusa. Le sue posizioni mi ricordano quelle di Galimberti e le condivido. Lo svilimento culturale è parallelo allo svilimento del ruolo dell’insegnante, ridotto a compilatore del registro elettronico..Del resto è la nostra classe politica la prova di ciò che dicono la Mastrocola e Galimberti.

  31. Franco Cordiale scrive:

    grande merito della docente Mastrocola e’ una qualità’ ormai rara nella classe insegnante. Si chiama Schiettezza, al posto di vizi dominanti come la tortuosità’ ed involuzione sia logica, sia espositiva, la faziosità’ ideologica “politicamente corretta”, l’inganno verso gli altri, ma peggio ancora verso se stessi. La professoressa Mastrocola fotografa semplicemente la scuola di massa come il potere la sta facendo diventare da decenni, solo che adesso siamo giunti …alla frutta, come si dice. Abolizione della scuola di ogni ordine e grado quale luogo per la trasmissione del sapere, sia umanistico, sia scientifico ed invece attuazione di una Ampia Area di PARCHEGGIO giustificata dietro motivazioni da CENTRO DI ACCoglienza per la gestione psico sociale della utenza. Luogo di presunto “benessere” all’ insegna della ANTI MERITOCRAZIA e della ANTI SELEZIONE. TRionfo del PROGETTIFicio spesso sconclusionato, affidato agli interessi delle ONLUS e ai pallini interessati a loro volta dei DS e dei loro collaboratori, spesso veri e propri…COMPAGNI di MERENDE. Usciranno i giovani da questo promettente circo Barnum e cosa si ritroveranno in mano? SE questo blog non fosse letto da signore…ve lo confesserei sinceramente…

  32. Franco Cordiale scrive:

    In brevi parole, ma POLITICAMENTE SCORRETTE. Non sono un servo o ruffiano del Partito Democratico e di tutti coloro che in cinquanta anni hanno sfasciato la scuola italiana, dietro pseudo motivazioni egualitarie ed inclusive, come si dice oggi. Hanno creato un vuoto, farcito di ciarle pseudo pedagogiche, il cui scopo nascosto ed inconfessato era quello di SFASCIARE LA SCUOLA PUBBLICA, giocando a fare i comunisti, i docenti social, i gestori cosiddetti accoglienti della giovanile cultura del branco. Ha non solo prodotto IGNORANZA e disadattamento, lasciando il monopolio della istruzione VERA alle scuole dei ricchi, quelle dov’è gli Scalfari e i D’Alema iscrivono i propri rampolli…Hanno miserabilmente fottuto le classi popolari, quelle che solo nel talento e nell’impegno possono riporre fiducia per il loro miglioramento sociale. Il fatto che qualche egregio CRETINO parli pure di odio di classe (richiamandosi a Gramsci ), mi fa ulteriormente incazzare. Se lo incontrassi di persona gli direi: o vecchio imbecille, guarda i frutti …democratici che avete causato, per giustificare la vostra incompetenza e la vostra presunzione…

  33. Sascha scrive:

    … e poi arrivano vecchi ballisti come il Sig. Cordiale, che ripetono a pappagallo sgrammaticato le cose che leggono sui giornali di partito, a ricordarci di quanto poco e male funzionasse la scuola di una volta…

  34. Cara Vanessa, la lettura di Lettera a una professoressa ha determinato la mia scelta di insegnare e di tenere sempre, il più possibile, lo sguardo rivolto agli “ultimi”. Viceversa, ho sempre provato fastidio nei confronti delle posizioni reazionarie di Paola Mastrocola.
    Sperando di non tediare nessuno (tanto nessuno è obbligato ad aprirlo) posto qui il link di un mio articolo uscito nel 2014 su Vibrisse
    https://vibrisse.wordpress.com/2014/11/26/la-formazione-dellinsegnante-di-lettere-4-marisa-salabelle/

  35. Vanessa scrive:

    Grazie Marisa lo leggerò.

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  1. […] di minima&moralia pubblicato domenica, 26 marzo 2017 · 26 Commenti […]

  2. […] le repliche circolate in questi giorni ho trovato particolarmente interessanti quelle sostenute da Vanessa Roghi e Cristiana de […]



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