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Artisti a metà: sul romanzo di Zampaglione e Gensini

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di Claudio Lagomarsini

In una favola antica, il sofista Prodico di Ceo racconta di come Ercole, ancora adolescente, sieda un giorno tutto pensieroso e, come ogni adolescente, indeciso sul proprio futuro. Gli appaiono due donne, allegorie, la prima, della virtù, la seconda della felicità. Si sa quale donna abbia poi seguito l’eroe: è il mito di “Ercole al bivio”, che tanta fortuna ha avuto nell’immaginario occidentale e nelle arti (vi ha dedicato un saggio famoso Erwin Panofsky).

Si potrebbe iniziare col dire che il romanzo di Federico Zampaglione e Giacomo Gensini, Dove tutto è a metà (Mondadori, 18 euro), declina quello schema antico, realizzandolo con una scrittura ritmata e aerea, che si sottrae felicemente alla pesantezza meditabonda dell’archetipo. Gli autori affrontano il tema del bivio dalla prospettiva di un musicista ventenne: Lodovico (Lodo) è il frontman dei Bangers, un gruppo di rock alternativo così vicino alle sonorità dei Muse da sembrarne una cover band, ma abbastanza originale e promettente da essersi conquistato la serata del giovedì al Morrison, locale-trampolino della scena indie romana.

I Bangers, che non sono poi tanto lontani da essere promossi alla serata del venerdì, fanno addirittura breccia nella curiosità di un manager navigato che, al prezzo di qualche aggiustamento, potrebbe farli esordire in un talent show. Con tutto lo sdegno di cui sono capaci i ventenni duri e puri, i Bangers rifiutano.

Per puro caso, Lodo fa la conoscenza di Libero Ferri, una vecchia gloria del pop-rock scivolata da qualche anno in un declino apparentemente irrecuperabile (declino dorato, certo, come mostrano la villa con annesso studio di registrazione, l’auto sportiva e soprattutto Luna, la bellissima e giovane moglie). L’insuccesso – quel che è più doloroso – è arrivato quando Libero ha abbandonato il trobar leu degli esordi, cercando soluzioni musicali più raffinate, testi più densi. La vecchia rockstar non è altro, agli occhi di Lodo, che l’esponente di quell’odiosa prostituzione al mainstream che può garantire, sì, un largo successo, purché ci si lasci alle spalle ogni ambizione all’arte con la A maiuscola.

Eppure, scopre con sorpresa Lodo, Libero Ferri non è affatto uno sprovveduto in fatto di cultura musicale. Forse neanche in fatto di vita. Per parte sua, inizialmente infastidito da quel post-adolescente ostile e pieno di sé, Libero trova poco a poco, nell’anomala amicizia che si va costruendo tra una sigaretta e un riff di chitarra, la voglia di rimettersi in carreggiata e uscire dall’isolamento a cui si è condannato. Ma è un rapporto fragile. Anzi, sono fragili i rapporti in generale: quello di Lodo con i Bangers, ad esempio (come giustificare al loro sguardo settario la nuova amicizia con quella specie di Ligabue?), come anche quello di Libero con la moglie, con i fan e con un passato di dipendenze; e ancora quello di Lodo con i genitori divorziati, e poi anche con Giulia, coinquilina dalla bellezza mozzafiato e aspirante attrice, che lo destabilizza ora dandogli attenzioni, ora mostrandosi affascinata da uomini meno tormentati e più fatti di lui, addirittura dallo stesso Libero…

Se il funzionamento del processo creativo individuale è in gran parte destinato a rimanere un mistero, ancora più misteriose sono le alchimie che si instaurano nella collaborazione di più autori, specie se questi provengono da esperienze molto diverse (la scrittura di testi musicali e la regia cinematografica nel caso di Zampaglione; la narrativa per Gensini, che è romanziere in proprio).

L’approdo al romanzo discende, per questa specifica coppia, dalle precedenti esperienze di scrittura collaborativa che hanno portato alle sceneggiature di Shadow (2009) e Tulpa (2013), film dal discreto successo di critica diretti dallo stesso Zampaglione.

Nella critica letteraria degli ultimi anni è diventato un luogo comune rilevare – per lo più con toni biasimevoli − l’ammiccamento del romanzo ai modi della scrittura televisiva o cinematografica. Nel caso di Dove tutto è a metà, il percorso è stato in parte inverso, perché il romanzo, iniziato come idea per una sceneggiatura, ha poi trovato la sua attuale forma. Dalla consuetudine degli autori con la scrittura cinematografica derivano la fluidità, il ritmo incalzante, l’alternanza continua (e generalmente felice) tra momenti di euforia e disforia, le dissolvenze di fine scena o fine capitolo, e poi le accelerazioni ottenute con le frequenti ellissi temporali, le ricapitolazioni, il racconto iterativo delle prove della band o della quotidianità.

Le scene più riuscite dal punto di vista letterario sono senza dubbio quelle in cui vengono rappresentate la musica e la sua esecuzione (ad esempio il concerto dei Bangers al capitolo 1 o la performance di Lodo e Libero al cap. 7). È inevitabile, qui, riconoscere il contributo specifico di Zampaglione, la capacità di cogliere dettagli minuti ed esatti, dandone una descrizione allo stesso tempo credibile e interessante, che evoca, se non veri e propri accordi, almeno vibrazioni e atmosfere. Sempre nel capitolo 7 è interessante la scena in cui Lodo, guidato da Libero, supera la fase adolescenziale dello scimmiottamento dei Muse per scoprire una voce sua propria, più autentica. Questa scoperta di possedere una voce che può avere una sua dignità anche senza ricalcare quella dei nostri modelli è spiazzante, ma in fondo è il percorso che deve fare ogni artista, e il romanzo parla anche di questo.

La rappresentazione del mondo musicale e della sua fauna è vivace e piena di ironia: c’è il vecchio rocker gestore del Morrison, che come un vecchio marinaio vive ormai solo di memorie; c’è il blogger musicale famoso per le stroncature, conosciuto nell’ambiente come lo Spietato; ci sono gli amorazzi fatui delle groupies, che finiscono l’indomani insieme alla sbornia della sera prima; c’è il manager-faccendiere, che organizza con la stessa nonchalance videoclip gangsta con modelle lituane, partite di poker, prestiti a usura e spaccio di droga.

L’abbondanza dei temi (la musica, soprattutto, ma anche l’amicizia maschile, l’amore, la gelosia, lo scontro generazionale, la realizzazione di sé in conflitto con i compromessi del mondo) poteva rischiare di diluire la narrazione in tanti rivoli diversi. Invece, il disegno complessivo è riuscito e – con uno stile semplice ma efficace – gli autori riescono a tenere tutto insieme fino alla conclusione.

I capitoli portano ciascuno il titolo di un grande successo musicale, sicché l’indice è anche una playlist da ascoltare. Va aggiunto un ultimo brano, il singolo dei Tiromancino che ha lo stesso titolo del romanzo. L’ultima strofa, che potremmo far pronunciare indistintamente a Libero, Lodo, Luna o Giulia, dice: «Noi che percorrevamo il mondo / siamo giunti a un bivio. / E se prendi un’altra strada, un’altra via, / io non credo che sia solo colpa mia. / Stento nel vedermi solo qua, / dove tutto è a metà».

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