bini cupola

Sul XXI secolo: di luce, magma & opere collettive

bini cupola

Questo articolo è stato pubblicato sul n. 31 di Artribune Magazine.

Opere che sono fatte e recepite di sguincio, di striscio.
Non è un problema di percezione: il centro, semplicemente, non sta più lì: esse non sono più il fuoco.

Se sono “stati”, condizioni, atmosfere, allora i capolavori di oggi sono quelli che rimandano continuamente e ossessivamente ad altro da sé, al fuori: non certo in chiave di citazione, ma come costante intersezione di piani. Un’opera d’arte riuscita, oggi, suggerisce: non dice apertamente. È un sistema che suggestiona. (La difficoltà principale risiede ovviamente nel riuscire a “dire” chiaramente in questa modalità laterale, marginale, liminale: nel rifiutarsi categoricamente di essere inutilmente oscuri, elitari, esoterici – mentre tutto congiura contro l’apertura. Nell’evitare l’esclusività come scorciatoia. Nell’essere luminosi e al tempo stesso magmatici.)

Opere che stanno, che stanno come, ma senza per questo adottare una “fissità” otto-novecentesca. (Opere che consistono forse di “sguardi-in-movimento”?) Opere che vivono una trasformazione organica: opere che vivono. E che attraversano coraggiosamente, elegantemente questa vita come un vuoto.

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Il limite è forse ancora la funzione, o piuttosto il ruolo, che gli artisti si attribuiscono. L’idea un pochino stantìa (e romantica) che debbano essere gli autori unici della propria opera, anche e soprattutto quando materialmente altri contribuiscono alla sua realizzazione pratica; o meglio, che un’opera per esistere debba avere un singolo autore; che lo spettatore, per esempio, non possa intervenire in quest’opera se non a livello di “partecipazione” o di “coinvolgimento” sempre piuttosto retorici, e comunque in ogni caso a cose fatte, per così dire; e che l’opera abbia bisogno di essere “mostrata” all’interno di un contesto espositivo, all’interno dunque di un codice e di un regime convenzionale.

Ora, tutto ciò viene troppo spesso dato per scontato, come se fosse consegnato una volta per tutte; quando invece si tratta di prodotti e condizionamenti storici, mutevoli per definizione. Destinati ad essere modificati.

I migliori tra gli artisti attuali iniziano dunque a comprendere come ci sia solo da guadagnare nel cedere a poco a poco la propria autorialità, con tutti i suoi addentellati: come sia utile ed efficace immaginare e praticare una dimensione realmente collaborativa non solo per la fruizione, ma per la produzione di un’opera. Che sia realizzata cioè insieme a scrittori, urbanisti, registi, artigiani, imprenditori, cittadini, politici, ecc. Non dunque l’opera dell’artista costruita con l’aiuto di, ma piuttosto un’opera che abbia un vero respiro collettivo – in cui tutti gli “autori” siano sullo stesso piano, e a cui collaborino con le proprie capacità e visioni specifiche.

È qualcosa che in fondo già Vincent Van Gogh aveva immaginato, quando scriveva in una lettera del giugno 1888 a Émile Bernard: “Mio caro compagno Bernard, mi sembra sempre, sempre più, che i quadri che si dovrebbero fare perché la pittura attuale sia interamente se stessa e salga all’altezza equivalente alle vette serene che raggiunsero gli scultori greci, i musicisti tedeschi, i romanzieri francesi, superino le capacità di un individuo isolato; saranno quindi creati probabilmente da gruppi d’uomini che si accordino per attuare un’idea comune. Il tale ha una splendida orchestrazione di colori e manca d’idee. Il talaltro trabocca di concezioni nuove, ma non le sa esprimere in maniera sufficientemente sonora, data la timidezza di una tavolozza limitata. Grande ragione per rimpiangere la mancanza di spirito di corpo tra gli artisti, i quali si criticano, si perseguitano, anche se fortunatamente non riescono ad annullarsi. Mi dirai che tutto questo ragionamento è solo una banalità – sia pure! La cosa in sé tuttavia: l’esistenza di un Rinascimento, questo fatto, certo, non è una banalità” (Vincent Van Gogh,6-11 giugno 1888, in Lettere a un amico pittore, a cura di Maria Mimita Lamberti, Rizzoli 2011, p. 46).

E ancora (23 giugno 1888): “la nostra vita vera e propria è davvero umile, quella di noialtri pittori che vegetiamo sotto il giogo abbrutente delle difficoltà di un mestiere quasi impraticabile su questo pianeta così ingrato (…) Visto però che niente lo vieta (…) ci resta lecito mantenere una serenità relativa circa le possibilità di fare della pittura incondizioni di esistenza superiori e mutate, esistenza trasformata da un fenomeno probabilmente non più sorprendente e difficile della trasformazione del bruco in farfalla, della larva  in maggiolino” (ivi, pp. 61-62).

Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea e studioso di Cultural Studies. Insegna “Media e narrative urbane” presso l’Università IULM di Milano. Nel 2006 ha vinto la prima edizione del Premio MAXXI-Darc per la critica d’arte italiana. Ha pubblicato La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83 (Mondadori Electa 2008) e Italia Reloaded. Ripartire con la cultura (Il Mulino 2011), scritto con Pier Luigi Sacco. Sempre con Pier Luigi Sacco, ha curato l’edizione italiana di: Simon Roodhouse, Cultura da vivere. I centri di produzione creativa che rendono le città più vivibili, più attive, più sicure (Silvana Editoriale 2010). Dal 2003 al 2011 ha collaborato con “Exibart”, dirigendo le rubriche Inteoria e Essai; dal 2011 collabora per “Artribune”, su cui dirige le rubriche Inpratica e Cinema. Collabora regolarmente con Il Corriere del Mezzogiorno, alfabeta2, minima&moralia, doppiozero.
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