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Sulità, la materia oscura nella poesia di Nino De Vita

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Come nell’epica antica, la poesia di Nino De Vita racconta principalmente delle storie. Non si tratta però di imprese leggendarie compiute dagli eroi o dalle divinità, ma delle vicende minuscole della gente comune, episodi tratti dalla quotidianità dei poveri e dei dimenticati: un’epopea degli ultimi che descrive la normalità degli individui, la loro debolezza, il loro disagio nell’affrontare le difficoltà di tutti i giorni. De Vita si accosta a questa materia per approssimazioni successive, tramite una poesia centripeta e avvolgente,che gira intorno alle cose e le evoca senza rivelarle, le suggerisce senza mostrarle per intero.

All’autore non importa scoprire il segreto che si cela dietro le vicissitudini dei suoi personaggi, quanto descrivere l’atmosfera in cui tali vicissitudini sono immerse. Il poeta racconta, nel suo siciliano ancestrale, avvenimenti che appaiono come sospesi sul tessuto della realtà. Sono vicende che hanno a che fare con il mito più che con la storia, accadute in un tempo imprecisato, che – per l’aura misteriosa che le circonda – potrebbe essere la contemporaneità così come il mondo antico.

C’è una donna, si chiama Rosalia, ed è rinchiusa in un istituto –forse un ospedale psichiatrico, o un carcere, non si sa.Il poeta la va a trovare per il suo compleanno. Ci va sempre per le feste importanti, e a lei fa piacere, perché è l’unico che si ricordi di farlo. La donna vorrebbe chiedergli per quale motivo egli la tenga in tanta considerazione da ricordarsi di lei in queste occasioni, ma in fondo crede di conoscere già la risposta, e – incoraggiata dal poeta – si appresta a rivelare lei stessa la motivazione misteriosa: «Avvicinau, abbuccannu, Rrusulia / ’a vucca nnall’oricchia, pi parlari, / araciu» («Avvicinò, accostandosi, Rosalia / la bocca al mio orecchio, per parlare, / piano»).

Così finisce «Rrusulia», una delle prime poesie di Sulità, l’ultima raccolta poetica di Nino De Vita (Mesogea, 2017). Non conosceremo mai la risposta bisbigliata dalla donna, ma non importa: la magia sta tutta in questa intimità, nella sua bocca accostata all’orecchio del poeta, nell’atmosfera rarefatta dell’istituto in cui i due si trovano, nel senso di abbandono in cui versano coloro che sono reclusi nella struttura, nel loro stato di profondissima e commovente alterità.

De Vita non tenta nemmeno di catturare la verità. La verità rimane inaccessibile: tutto ciò che possiamo sapere è la diceria, ciò che viene raccontato dagli individui implicati nelle vicende narrate. Un vaniloquio che rimane avvolto nella leggenda, e che non è in nessun modo verificabile.

Esiste, nelle storie di Sulità, un nucleo interno che nella narrazione rimane celato, ma che, come la materia oscura dell’universo, viene desunto dagli effetti gravitazionali che determina nella storia, nelle spinte narrative che da questo centro si dipartono per innervare la poesia dell’autore siciliano. È un nucleo che esige di rimanere segreto perché è in questa segretezza che consiste l’efficacia della poesia di De Vita.

In un’altra poesia del libro, la preside ha chiesto a Rosa, un’insegnante, di lasciare la scuola, e ora la donna, incredula e abbattuta, si sfoga con una collega. Di lei non si conoscono molte cose: sappiamo che è insicura, che ha avuto una malattia – probabilmente un disagio psichico, ma non ne siamo certi –, che ha un marito premuroso,molto innamorato, e che non è in grado di tenere testa alla preside nella controversia che si è aperta tra di loro. Non si conosce il motivo per cui la dirigente scolastica l’abbia invitata ad allontanarsi dalla scuola. Il poeta non ce ne dice nulla.

Solo, nella parte finale della poesia, ascoltiamo Rosa chiedere alla collega di mettere una parola buona per lei con la preside, perché altrimenti ha paura di ammalarsi di nuovo: «Cci ’a gghiri tu, cci ’a ddiri / chi si mi manna caru arrè malata. / Si me’ maritu sapi / ri sti mpirugghi mi / lassa. Sta notti eu / m’arruspigghiai scantata, / comu persa e ’un nnurmivi / cchiù» («Devi andarci tu, devi dirle / che se mi allontana mi ammalo di nuovo. / Se mio marito sa / di questi problemi mi / lascia. Questa notte io / mi sono svegliata impaurita, / angosciata e non ho dormito / più»).

Anche in questo caso, non c’è bisogno di conoscere la causa all’origine del diverbio tra la le due donne. È importante cogliere il momento struggente della confidenza tra le insegnanti, percepire la debolezza di Rosa, la sua toccante fragilità, e consuonare insieme alla sua supplica arresa, alla sua confessione disarmante.

Il linguaggio poetico di De Vita è sovversivo, irrispettoso, agisce in maniera impertinente sulla sintassi frammentando le unità grammaticali normalmente più coese. I versi si interrompono all’improvviso, gli enjambement separano in modo irriverente il soggetto dal predicato, il predicato dal complemento, il sostantivo dall’aggettivo, l’aggettivo dall’avverbio, la preposizione dal nome a cui si riferisce: «nnarreni a unuri / novant’anni p’aiutu» («addietro un uomo di / novant’anni per aiuto»); «mentri chi / vuciàvanu» («mentre che / vociavano»); «Annunca cci ’u / vuciau a Bbettu» («Allora lo / gridò ad Alberto»).

Il poeta costringe il lettore a delle pause continue che conferiscono alla lettura un ritmo a spirale, composto di pesi e contrappesi che negano la sintassi, la smontano e la ricompongono secondo schemi inaspettati. De Vita gioca con le parole frammentandole, privandole del respiro ampio della frase e donandogli un ritmo più lento e più maestoso, dettato dalle esigenze interne alla poesia. Le riduce a unità verbali pressoché desemantizzate, che hanno quasi più valore per la suggestione sonora che per il referente al quale si relazionano, e le incastona in una narrazione solenne, rallentata, che avvolge il lettore nelle spire della sua armoniosa magniloquenza.

Il poeta non fa ricorso quasi mai alla metafora: non impiega figure esterne alla narrazione per esprimere una verità più profonda rispetto alla rappresentazione poetica, ma attinge il proprio repertorio di immagini direttamente dalla storia raccontata. Fa eccezione la poesia «I libbra» (che rappresenta un po’ un unicum nella raccolta), nella quale i libri vengono raffigurati come persone, esseri viventi, che pur rimanendo immobili nella libreria, vivono una vita intensa, fatta di gloria e di insipienza, di grandezza e di miseria, di vitalità e di sofferenza: «I libbra stannu suli, comu chiddi / chi sunnu dispizziati, l’angariati, / stritti nne ligna, muti: / l’ùmidu ’i puntiddia, / nne vasciura scurusi, allippatizzi / ri muffa» («I libri stanno soli, come quelli / che sono maltrattati, che vivono in un sopruso, / ristretti nei ripiani, muti: / l’umido li macchia, / nei posti bassi, oscuri, sporchi / di muffa»).

Come per le precedenti opere di De Vita, il libro può essere apprezzato, oltre che in siciliano,anche nella versione italiana –il cui testo viene pubblicato a fronte –, in una traduzione che, pur non essendo altrettanto efficace e musicale, riesce comunque a dare un’idea della suggestione dei versi originali.

Un libro molto bello. Consigliato.

Luca Alvino è nato nel 1970 a Roma, dove vive e lavora. Scrive di letteratura e di cinema su alcune riviste e blog culturali. Redige una rassegna di poesia italiana contemporanea per Nuovi Argomenti, di cui è redattore. Traduce per il mensile 451 gli articoli della New York Review of Books. Ha pubblicato Il poema della leggerezza. Gnoseologia della metamorfosi nell’Alcyone di Gabriele d’Annunzio (Bulzoni, 1998). Nel 2012 ha fatto il suo esordio come poeta su Nuovi Argomenti.
Commenti
Un commento a “Sulità, la materia oscura nella poesia di Nino De Vita”
  1. Sergio scrive:

    Sono molto lieto che si parli di Nino De Vita, splendida persona e splendido poeta.

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