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Sulla critica – Strascichi dell’italogenerone

Questo pezzo è uscito su Orwell. (Immagine: Thomas Allen.)

All’articolo di Francesco Pacifico sulla lingua media del romanzo italiano medio, uscito sulle pagine di Orwell circa un mese fa, hanno già provato a rispondere altri articoli senza entrare nel merito della questione che allo scrittore stava più a cuore e che formulava alla fine del pezzo: perché i critici, oggi, non riescono a dialogare con i romanzieri (e viceversa), lasciandoli in balia di un mercato livellante? Forse non a caso quelle risposte non rispondevano, essendo scritte a loro volta da romanzieri e non da critici. E in quell’asimmetria pericolosamente tendente all’autoreferenzialità forse già si profilava un barlume di spiegazione, perché in effetti a fare critica militante sui giornali, oggi, sono quasi più spesso i romanzieri dei critici. Ma andiamo con ordine.

La critica accademica. È inutile stare a ripetere lo sfascio dell’università italiana, e in particolare delle facoltà umanistiche, è inutile perché ovvio, com’è ovvio che la carriera di un critico letterario tradizionalmente comincia all’università e che se l’università non funziona non funzionerà neppure il critico. Tranne casi rari, i ricercatori e professori universitari che si occupano di cose letterarie non sembrano morire dalla voglia di influenzare attivamente la produzione contemporanea dell’oggetto dei loro studi. Tra critica accademica e critica militante la comunicazione è, a voler essere ottimisti, molto intermittente. Gli accademici non desiderano scrivere sui giornali, o se lo fanno di solito è per ragioni di prestigio: preferiscono organizzare convegni, collezionare articoli rivolti ai propri simili,  sono presi dalla lotta intestina all’ultimo sangue per la sopravvivenza in quella giungla sempre più fitta che è diventato il loro posto di lavoro. La formazione accademica è una corsa al massacro: dopo ere geologiche di travaglio hai finalmente ottenuto il tuo scopo, sei “strutturato”, ti guardi attorno e vedi un campo di cadaveri; ti siedi, un po’ sconsolato, e ricominci a studiare il rapporto tra omo e eterodiegesi in Conrad o i cronotopi di Drieu la Rochelle. Come hai sempre fatto.

Perché gli accademici non sono abituati al corpo a corpo con il testo: lo osservano da distanze, siderali o microscopiche, che non facilitano certo l’empatia che uno scrittore vivente potrebbe richiedere a una lettura critica della propria opera. Non solo, nella complessa attrezzatura concettuale che li circonda, incapaci di quell’empatia, questi critici (che forse preferirebbero essere chiamati soltanto “studiosi”) neppure assorbono il benefico influsso dello stile che deriva per virtù naturale da una lettura disinteressata. Si occupano di scrittura letteraria ma non la esercitano, in barba a chi come Manganelli o Debenedetti credeva che anche la critica fosse letteratura, seppure di secondo grado. E quando qualche caposervizio li invita a pronunciarsi non è raro gli capitino tra la mani pezzi noiosi, piuttosto sciatti e saccenti, dove sporadici tecnicismi e arcaismi buttati un po’ a caso servono principalmente a ribadire un preciso ambito di comunicazione (io sono l’esperto, tu no) poco pertinente in un giornale rivolto a un pubblico di massa, come sono e non possono non essere tutti i giornali e le riviste culturali oggi sul mercato, per quanto ambiziosi o di nicchia essi siano.

Ecco dunque che il caposervizio preferisce rivolgersi direttamente allo scrittore, anzi al romanziere. Anzi: all’autore. È l’altra faccia della medaglia: Sei un autore? Fammi una recensione. E lo stesso vale per gli editori: Il tuo romanzo ha venduto totmila copie? Bene! fammi la prefazione di questo libro di Nathanael West. C’è crisi, bisogna vendere, la competizione è feroce: meglio il nome di uno scrittore che quello di oscuro critico che non conosce nessuno; meglio un pezzo accattivante di uno intelligente. E così gli scrittori, non appena ricevono la patente di autori, vengono autorizzati a dire qualsiasi cosa, a esprimersi su qualsiasi questione, a spararla grossa. Tutto è permesso.

Perché Saviano s’è così lasciato andare? Ci sarà pure stata una predisposizione caratteriale ma insomma, può essere solo quello? Perché se si intervista Aldo Busi si deve assecondare il suo narcisismo fino a portarlo al limite di un grottesco che, tanto, non sarà percepito in quanto tale quasi da nessuno? Questa autorialità compulsiva, questa clamorosa indulgenza verso la fragile figura dell’autore mi sembra una delle ragioni per cui la critica militante sta morendo, o comunque sta molto cambiando. L’autore che improvvisamente fa il critico (o il critico che, per riflesso condizionato, si mette a fare l’autore) non si sente minimamente obbligato a costruirsi un’autorevolezza su letture, studi, sul confronto serrato con le diverse tradizioni critiche e letterarie, con altri critici e scrittori. Individualista ed egotico per definizione, l’autore è buttato sulla ribalta per esibire la sua autorialità: di qualunque cosa si parli, egli è caldamente invitato mostrarsi disinvolto e immedesimarsi nell’asseverazione più piena e avventurosa. Non può scrivere “credo” o “forse”, non sarebbero parole degne di un autore. Ci vuole il gesto spettacolare, performativo, primitivo, fondato sull’ostentazione di una fiducia totale nelle proprie risorse, piccole o grandi che siano. Solo così il lettore si ricorderà di lui: poeticismi, simpatici neologismi, anglicismi trendy, abbozzi di architetture narrative, aneddotica autobiografica e confessionale obbligatoria. Ma tutto ciò non sarebbe per forza un problema se non tendesse a prescindere in maniera sempre più sfacciatamente spudorata dal contenuto, dal messaggio, dall’intelligenza di chi scrive e di chi legge.

Resta fuori una categoria da questa breve e tranciante disamina dello stato della critica contemporanea. Ovvero quella dei giornalisti culturali di professione, dei redattori delle terze pagine, di chi lavora negli inserti e nelle riviste. È un mondo che conosco poco, ma è probabile che il livello di lotta intestina e selezione “innaturale”, complice la crisi, non sia meno grave e spossante di quello che troviamo nelle alte sfere universitarie. Il giornalista culturale è così immerso nella realtà del mercato editoriale da esserne praticamente narcotizzato: si muove come quei personaggi dei film che avanzano al rallentatore in mezzo alla folla brulicante di una grande strada metropolitana. Gli uffici stampa che premono per un libro, le case editrici, le loro scadenze, l’esigenza di vendere un giornale che ha dimezzato le vendite negli ultimi anni, centinaia di aspiranti collaboratori che bussano alla porta, l’imperativo della segnalazione, il rifiuto semi-preventivo della stroncatura in nome dell’eterna, neutrale, amorale, segnalazione: il critico giornalista sta diventando un pannello pubblicitario. Quanto tempo, quanta autonomia, quanta freschezza mentale può restare a un individuo del genere per leggere quello che davvero vuole leggere e per maturare un gusto allo stesso tempo personale e complesso? Non dev’essere facile.

Nessuno dei tre ambiti, nessuna delle tre categorie, presa da sola sembrerebbe insomma fornire le condizioni necessarie e sufficienti per il fiorire di una critica degna di questo nome. Probabilmente i migliori sono i più ballerini, quelli che riescono a muoversi da un campo all’altro senza legarsi a nessun contesto specifico, capaci di sostenere tanta mobilità, precarietà, libertà di spirito (magari avvalendosi di una buona rendita famigliare). Personalmente, confesso, mi sembra un’impresa impossibile. Da quando le hanno tagliato la pensione, la mia nonna abruzzese non ce la fa più a regalarmi cento euro ogni volta che vado a trovarla. L’università non ne parliamo neanche. Le bollette si accumulano sulla scrivania. Temo che non mi resti che cambiare lavoro, o forse provare a finire quel romanzo che ho cominciato dieci anni fa. Magari se lo pubblico i giornali mi fanno scrivere più spesso. Magari se divento un autore mi pagano meglio.

Carlo Mazza Galanti è nato a Genova nel 1977. Ha lavorato in Francia come ricercatore universitario prima di tornare in Italia, a Roma, dove vive e lavora. Scrive su diversi giornali e riviste, in particolare Alias, il manifesto, D di Repubblica, lo Straniero, Nuovi Argomenti, Orwell. Traduce romanzi dal francese.
Commenti
7 Commenti a “Sulla critica – Strascichi dell’italogenerone”
  1. marco m scrive:

    è interessante quest’articolo. credo di comprendere molte delle frustrazioni dell’autore (dell’articolo).
    mi offro come volontario, allora, per un dialogo con lui, in quanto autore (in questo caso di narrativa) sommerso, dimenticato prima ancora di essere scoperto, nauseato (termine fortino, ok) dai meccanismi editoriali e critici (quando ci sono), mi offro in sacrificio, mi do in pasto a Carlo perché legga tutto quello che ho scritto e ne faccia tutto quel che vuole.
    offro, va da sé, possibilità di dialogo approfondito e non macchiettistico.
    la mia mail è nel commento, ergo è nota alla redazione, che può girarla a Carlo se interessato a questa mia proposta.
    (e se legge questo mio commento.)

  2. Gloria Gaetano scrive:

    Proprio su questo sito, in cui si scrivono articoli interessanti, come quello in cui si parlava dell’editoria come promotrice di cultura, come lo è stato Einaudi, tempo fa Feltrinelli, sicuramente Adelphi, e anche e/o, che avevano cpnsulenti preparati, molto preparati.
    Oggi la peggiore critica non è quella accademica, ma quella giornalistica. Bisogna leggere tutti i testi fondamentali per criticare, e criticare significa discernere. Non si può improvvisare una recensione senza aver letto Benjamin, Nancy, Bienveniste, Auerbach, Levinas, Dèrrida The Guardian (giorn) , Baumann, Braudillard etc. Conoscere la letteratura internazionale e nazionale, i premi Pulitzer , Senza aver letto tutte le grandi scrittrici e poete. Al femminile.’ Allora si sceglie l’inedito, ‘discernendo’ E fondamentale mi sembra anche Pinkola Estès.
    Leggere i brani, individuare la cifra stilistica, sentire la parola. Ora che questo lavoro di cern ita, di ‘critica’, lo faccia un accademico o un giornalista, se è anche in grado di appassionarsi a un libro, anche inedito, o una persona qualunque, che sia preparata bene e che sia un lettore/lettrice ‘forte’,non ha importanza.
    Elena Ferranta è stata letta , senza mai apparire in tv. Senza fare una presentazione. L’ha letta Fofi, ma prima Martone, e ha fatto il film. Allora è inutile puntare sugli scrittorelli che vanno in tv, o sulle traduzioni di quelli che hanno già venduto tanto.
    Si può fare. Non per gli scrittori che s’improvvisano,dopo un corso di scrittura o così…magari su fbook.
    Quindi si leggono gli inediti, si valutano. Da consulenti preparati, e che si entusiasmino ancora su testi di spessore ,di idee, di sentimenti e intuizioni.
    Non si nasce classici, lo si diventa. Meglio i long seller, c he i bestseller. Anche se credo che i best seller (pochi) siano essenziali per vendere ,poi, i libri di valore.
    Ricordo ancora che il presidente della Zanichelli, Federigo Enriques, veniva lui stesso a Napoli a discutere ogni pagina dei miei libri e così Loescher, le Monnier.,e altri. Ora la Zanichelli fa solo pubblicazione scientifiche e dizionari.
    Ma come farà Adelphi ad avere un catalogo così raffinato?
    Ricordate ‘Il silenzio del mare’, di Vercors, da cui hanno tratto anche un film, stupendo! Ma ora non si trova più. Mi pare fosse Einausi, ma devo averlo nella mia grande libreria. E Durrell.? In Francia e in Gran Bretagna si leggono ancora.Da noi scompaiono. Mentre aumentano i ricettari delle casalinghe tv. Star grigie della tv, in questo tempo di passioni grigie.

  3. claudio ceciarelli scrive:

    Mi chiamo Claudio Ceciarelli, la mia mail è claudio_ceciarelli@yahoo.it
    Il commento di Carlo Mazza Galanti mi trova assolutamente d’accordo, su tutta la linea.
    Premessa: io lavoro nell’editoria dal 1988, ho cominciato per i gloriosi tipi di Theoria (fallita nel ’96), poi, dopo un breve passaggio in Adnkronos Libri, sono approdato a Stile Libero, da dove, nel 2005, sono scappato non senza aver prima patito un cedimento strutturale dovuto alla strisciante “berlusconizzazione” della casa editrice: “berlusconizzazione” che non si è MAI manifestata, badate, attraverso censure esplicite o sollecitazioni a pubblicare certi libri anziché altri. No, per niente. In questo senso Berlusca (con l’appendice di sua figlia Marina) ha (apparentemente) ragione a definirsi un editore (direi pure un padrone) molto “liberale”. Dov’è l’inghippo (e l’inganno)? Nella logica imperante e imposta del FATTURATO.
    Mi spiego meglio: se un anno X la casa editrice fattura 100, perché ha trovato (magari per caso) due o tre titoli che hanno venduto bene o molto bene, scatta la (berlusconiana) richiesta, espressa dall’AD di volta in volta messo a capo dell’Einaudi (magari proveniente da aziende in tutt’altre faccende affatturate… Alfa Romeo et alia), che “se quest’anno abbiamo fatturato cento, l’anno prossimo DOBBIAMO FATTURARE 100+ x”. Me’ cojoni!
    Ora, poiché nessun editore al mondo ha la ricetta del best-seller, succede spesso che verso maggio-giugno, quando il fatturato latita e soffre rispetto al medesimo periodo dell’anno precedente, arrivi la (“berlusconiana”) richiesta di confermare se non accrescere di un tot per cento il fatturato dell’anno precedente. E cosa succede a quel punto? Succede che si supplisce alle mancate vendite del primo semestre con un aumento dei titoli pubblicati, che – tipicamente – vengono pescati tra le cosiddette “seconde scelte”, se non terze. Dunque si annacqua sempre di più il progetto editoriale della casa editrice in nome del fatturato. Ma soprattutto, dopo qualche anno di questo defatigante esercizio, si preferisce procedere – a suon di dollaroni – a una campagna acquisti sul mercato che non prevede “garbo” nei confronti degli altri editori e, soprattutto, non prevede in alcun modo alcun piano editoriale. Posso comprare Faletti? Lo compro. E Camilleri? Pure. E così via. andate a rileggervi (parliamo del ’96) le dichiarazioni d’intenti di quello che doveva essere Stile libero secondo le intenzioni dei suoi ideatori, Severino Cesari e Paolo Repetti, e confrontatele con quello che è Stile libero oggi. Lascio a voi trarre ogni e qualunque tipo di conclusione.
    Quanto all’autoreferenzialità dei critici, pseudo-militanti e non, mi riservo d’intervenire in altra occasione. per il momento dico solo che la fine della critica militante, e l’avvento della critica “autoriale” – secondo cui sono scrittori-che-hanno-venduto-che-possomo-scrivere-di-altri-autori – è perfettamente funzionale al meccanismo testè illustrato.
    Dunque, viva i librai indipendenti, viva gli editori indipendenti!
    c.

  4. marco scrive:

    Credo che pochi ormai dubitino del fatto che le case editrici grosse e medie – Mondadori, ma certo anche Feltrinelli – puntino alle previsioni di profitto piuttosto che a valori d’altro tipo. La critica dei giornali è molto svalutata, quella accademica è comunque altra cosa rispetto alla recensione, e spesso parla in una neolingua accessibile solo agli iniziati, ma questo succede dappertutto.
    Quello che mi sembra manchi in Italia è un livello intermedio di critica fornito da più siti e blog che informino in maniera attendibile su un ampio ventaglio di uscite .
    Perché se l’albero cade nella foresta e non c’è nessuno a sentire è come se non ci fosse, e se la maggior parte degli editori indipendenti fa le sue belle cosine in silenzio difficile che riesca a raggiungere anche quel lettore che potrebbe essere interessato. Altrove spesso è spesso il passaparola dei blogger a salvare e far conoscere o interessanti uscite indipendenti o importanti traduzioni da letterature meno frequentate, che sulla stampa ufficiale hanno ben poco spazio.

  5. Federico scrive:

    Secondo me le questioni sollevate da Claudio sono centrali e sottendono a tutto il mercato del libro come lo conosciamo oggi, livellamento editoriale, scelte pseudo-“obbligate”, accentramento (chi non sta al passo fallisce, viene rilevato dai grandi gruppi, gli vengono imposte le stesse dinamiche ecc.), ma per quanto riguarda la situazione della critica trovo le conseguenze meno dirette. Sicuramente il panorama si è un po’ imbastardito. SI è persa l’abitudine all’esercizio della critica, quella vera, che è stata letta e scritta meno. Certamente questo è dipeso in parte dalla qualità discendente dei testi prodotti, per far recensir bene i quali era necessario che ne scrivesse qualcuno che potesse apprezzarli, vale a dire chi li aveva scritti. Però io in questa morte totale della critica non ci credo, né penso che non esistano spazi in cui sia possibile trovare proposte diverse (mi vengono in mente parecchi blog e riviste, ma anche i quotidiani, talvolta, dove un certo spazio e un giudizio onesto e lusinghiero libri di piccoli editori possono anche trovarlo), la difficoltà è anche degli stessi micro-editori e dei loro uffici stampa (a volte inesistenti) che non sono capaci di proporre ai contenitori deputati quanto di buono pubblicato dalla casa editrice. In questa indipendenza, non dimentichiamolo, c’è anche tanto pressappochismo, e io ho visto disinnescare il potenziale di alcuni buoni libri dall’incapacità dell’editore, che pure li aveva scelti, di promuoverli e distribuirli (certo, certo, non è semplice, ma a un livello di decenza ci si dovrebbe arrivare).

  6. gloriagaetano scrive:

    rimando la discussione a’ La parola e le cose’, che partendo dalle 5 domande sulla critica di Allegoria , sta facendo interviste interessantissime, seguite da molti commenti. Su le parole e le cose trovate anche un articolo sull’attualità di Auerbach e uno di Daniela Brogi.su La grande Bellezza, molto articolato, con forti motivazioni e una cultura non accademica, ma diversa dall’impressionismo critico che si trova nel web e nei media. La critica accademica è una definizione generica, come quella giornalistica. E’ essenziale avere un retroterra culturale, una disponibilità alla lettura dello specifico letterario, saper discernere distinguere, articolare le letture , avere un’ermeneutica, una visione del mondo e della vita, A ltrimenti come si comprendono i classici, come si delinea la differenza tra critica accademica e critica militante (?), come si elabora una storia delle opere e delle parole, del discorso verbale, che cambia nei secoli, senza queste basi.? C’è una poetica del frammento, una teoria del singolare plurale, un’ontologia dell’essere Noi, che permette anche di comprendere gli autori classici e non.La formazione del critico è globale, internazionale, amplia gli orizzonti e non li restringe. Non basta la differenza tra critica militante(?) e critica accademica.

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  1. […] collaborazione. Un paio d’anni fa, in un limpido articolo apparso su «Orwell» (poi su «minima&moralia»), C. Mazza Galanti rilevava molto lucidamente come la sovrapposizione e confusione dei ruoli di […]



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