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Sulla scrittura: viaggio tra le lettere di Charles Bukowski

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Tuttolibri, che ringraziamo.

Lasciamo dunque la parola a lui, Charles Bukoswki, Buk, Henry Chinaski, il Dirty Old Man, Hank: «Nato il 16/08/1920, Andernach, Germania, non so dire una parola in tedesco, anche in inglese me la cavo male. I redattori dicono, senza motivo: Bukowski, o non conosci l’ortografia o non batti correttamente o forse continui a usare lo stesso stramaledetto nastro della macchina da scrivere». Ancora, più avanti negli anni: «Biog.? Sono folle e vecchio e rimbecillito, fumo come le foreste dell’inferno, ma mi sento sempre meglio, cioè, peggio e meglio. E quando mi siedo alla macchina da scrivere è per scolpire tette su una mucca – una cosa davvero enorme».

Verissimo, di nastri ne consumò parecchi, Charles, con quell’ego smisurato e una dipendenza cronica dalla scrittura superiore a quella dall’alcol: parametro indicativo, a conoscerlo anche solo un po’. Scriveva appunti, poesie – poesie, soprattutto: Hank era in primis un poeta – romanzi, idee, racconti, biglietti e poi tante, tantissime lettere. Che fossero indirizzate ad amici o redattori di riviste, o a illustri colleghi scrittori, da Henry Miller a Lawrence Ferlinghetti, la verve era sempre la stessa: impareggiabile e guizzante.

A cent’anni esatti dalla nascita di Charles Bukowski è arrivato in Italia con Guanda Sulla scrittura, una raccolta di lettere selezionate dall’editor Abel Debritto, e l’occasione di rituffarsi nella vita letteraria di Hank, radicale, anticonformista, perché no, bislacca, è ghiotta. È anche vero che di visceralità e forme genericamente bukwoskiane si può morire per abbuffate eccessive, ma questo è un precetto valido ovunque. Buk ha incarnato al massimo quella certa figura del poeta irriducibile, fino a diventare, non per colpa sua, un cliché; una riduzione macchiettistica del genio sregolato.

L’originale, però, è imperdibile, e non merita di essere confuso con epigoni e impostori: in fatto di brillantezza, questo catalogo di scrittura offre un ampio saggio. Scorrendo le pagine, poi, alcuni pregi sono evidenti, mentre altri sono da scoprire piano, lasciando che vengano fuori a rilascio lento. Ad esempio, risulta chiaro una volta di più quanto Bukowski fosse, certo, un uomo caotico e attratto in maniera irresistibile da un lato selvaggio fatto di sbronze, linguaggio più o meno osceno e sparate folli; ma quanto tutto questo poggiasse su una cultura robusta e variegata, diretta verso molteplici latitudini.

E allora tuffiamoci dentro questa polveriera di lettere, ordinate dal 1946 al febbraio 1993, un anno prima della sua morte. Qui affiora l’autocommiserazione («Non sono neppure un vero artista – sappi che sono una sorta di impostore – della specie che scrive dai visceri del disgusto, quasi sempre»). Qui un flusso interiore fatto di ricordi e rimpianti. Qui Buk se la prende con quest’editor, e qui con un altro editor («Mi ha gratificato il fatto che abbiate trovato 4 poesie che vi piacciono. È un numero piuttosto corposo e una boccata d’ossigeno per i tempi a venire. O il campo poetico sta ampliando gli orizzonti oppure lo sto facendo io, o tutte e due le cose»).

Qui ricorda quanto fosse stata noiosa una cena a base di Baudelaire e Mallarmé. Qui borbotta – borbottava un sacco, Charles. E così via. I rifiuti, certo, tanti rifiuti: Bukowski era uno che sapeva maneggiarli, ne faceva un’epica, attingendo al grande pozzo dell’ironia, governandoli come uno stregone, senza lasciarsene soverchiare.

Bukowski, si sa, è straripante: non si tiene, asseconda la lava e leggendo Sulla scrittura la sensazione è quella di una lunga rincorsa: Hank davanti, in fuga, e noi dietro a inseguire. Una volta manda al New Yorker e a Esquire un grosso pacco di fumetti umoristici da lui scritti. Un’altra pensa di realizzare un giornale e di chiamarlo La rivista della carta igienica: «prendo un rotolo e ci scrivo con questa macchina da scrivere», propone al poeta e sceneggiatore John William Corrington.

Molte lettere contengono giudizi per niente mediati su questo o quell’altro scrittore. Leggendo Sulla scrittura, scopriamo che a Bukowski uno come Faulkner non piaceva proprio. Di Hemingway pensava fosse uno che ti fregava: meglio Sherwood Anderson, era «un cazzone strambo, e mi piaceva perdermi nel suo vagabondare sonnolento e strano». Kafka aveva un potere curativo, «mi piaceva leggerlo quando avevo manie suicide, la sua scrittura apriva un buco nero e tu ti ci buttavi dentro».

A certi altri scrittori suoi contemporanei, invece, Bukowski scriveva direttamente. Il giorno del suo quarantacinquesimo batte a macchina una lettera indirizzata a Henry Miller, lunga e bellissima, dilungandosi sulla comune passione per Céline («era un filosofo che sapeva che la filosofia era inutile; uno scopatore che sapeva che scopare era quasi una farsa; Céline era un angelo che sputava negli occhi degli angeli e camminava lungo la strada») e proponendogli con timidezza – un sentimento che immaginiamo poco bukowskiano – di incontrarsi; un atteggiamento quasi deferente, di profondo rispetto, lo stesso che ritroviamo nelle lettere scritte a John Fante nel 1979 («Mi ha fatto schizzare il morale alle stelle sapere che stai ancora scrivendo. Mi avevi dato la carica per cominciare e ora mi stai caricando ancora dopo tutti questi anni»).

Ad ogni modo, il gusto più bello di Sulla scrittura è assistere al percorso di quest’uomo nel tempo della sua vita, un girovagare per strappi, un orientamento irregolare. La maniera in cui diventa una star, senza dimenticare gli insuccessi decennali. Sempre con la poesia nel cuore, alla sua maniera autentica. Settantenne, nel 1990 batte questa lettera: «A volte ho definito lo scrivere una malattia. Se è così, sono felice di essermela beccata. Non sono mai entrato in questa stanza e non ho mai guardato questa macchina da scrivere senza avvertire che qualcosa da qualche parte, alcuni strani dèi o qualcosa di totalmente innominabile mi abbia toccato con un balbettio, un borbottio e una fortuna portentosa che continua e continua e continua». Nient’altro da aggiungere.

Liborio Conca è nato in provincia di Bari nell’agosto del 1983. Vive a Roma. Collabora con diverse riviste; ha curato per anni la rubrica Re: Books per Il Mucchio Selvaggio. Nel 2018 è uscito il suo primo libro, Rock Lit. Redattore di minima&moralia.
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