Tra la Terraferma e Lampedusa: attimi di horror nel film di Crialese

C’è una scena, nell’ultimo film di Emanuele Crialese (che è, come tutti i film di Crialese, un film di scene: scene memorabili, alcune. Prima di essere un eccellente regista quest’uomo è probabilmente un pittore mancato), c’è questa scena dove il giovane protagonista, un ventenne dell’isola di Linosa, si trova in mezzo al mare, di notte, sopra una barca da pesca insieme a una coetanea turista milanese. I ragazzi accendono la lampara e la milanese si butta nell’acqua verde illuminata. Ci si aspetterebbe che succeda qualcosa tra i due, invece un rumore strano, inquietante, distoglie l’attenzione del giovane dalla sua amica: la lampara viene rivolta verso il largo e si materializza una visione degna di un film dell’orrore.

Un mucchio di figure che si sbracciano convulsamente nel buio del mare e si avvicinano minacciose all’imbarcazione. Il cuore dello spettatore balza in gola e i naufraghi stanno già arrembando. Sono uomini neri, clandestini alla ricerca di un appiglio, attirati come pesci o falene impazzite alla luce della lampara, pieni di paura, di panico. Impanicati come il due ragazzi italiani, uno dei quali, il maschio, prende un bastone (forse un remo) e senza pensarci due volte comincia a menare colpi contro i migranti-zombie per impedirgli di montare a bordo ribaltando la piccola imbarcazione.

Leggendo sui giornali di quello che è successo a Lampedusa poche ore fa, ho pensato a quant’è difficile capire. L’impressione è un po’ quella di guardare una foto senza didascalia. Difficile capire come succede, quali sono le dinamiche, le sequenze precise dei fatti, quelle che conducono alla violenza, alla guerra. Leggiamo: “la gente di Lampedusa prende a sassate i clandestini”, leggiamo: “il sindaco di Lampedusa se ne va a spasso con una mazza da baseball”, leggiamo: “gli stessi che per tutta l’estate hanno raccolto elogi per la loro generosità e accoglienza”. Ma è un atto di fede. Siamo chiamati a credere a quello che dicono senza farci troppe domande perché le risposte non sarebbero comunque disponibili. Vorremmo sapere quali sono le vere cause, quelle impercettibili, le molecole che lentamente si muovono fino a produrre la crepa. Il giornalista non potrà mai indicarcele: non ne ha gli strumenti. Sulle pagine dei giornali la realtà è sempre e solo un dato di fatto, circondato da enormi lacune.

Non nell’arte però, non in quella che conta. La scena di Terraferma viene allora in nostro soccorso. Quella scena e il resto del film. Per esempio un’altra scena splendida (meditatissima, lavoratissima), dove i migranti approdano su una spiaggia dell’isola e vengono soccorsi dai bagnanti, prima che i carabinieri in mascherine antisettiche giungano a dividerli, a rompere la solidarietà. E’ una scena che fa da contraltare a quella immediatamente precedente ma non le è semplicemente, manicheisticamente contrapposta. Anche qui vediamo sguardi che racchiudono disgusto, paura, reticenza, voyeurismo tra le braccia che reggono i corpi nudi dei naufraghi e che rilanciano continuamente l’iconografia della pietà. Neanche il ragazzo che picchiava impazzito con il bastone è impazzito è basta: c’è tutto un mondo con cui si confronta e nel quale si deve “formare”. Terraferma ricostruisce il tracciato, ricompone una porzione significativa di quel mondo, la rende visibile come in quei filmati dove i mutamenti naturali velocizzati ci permettono di farci un’idea di come sboccia un fiore o si forma una tempesta. Terraferma ci mostra esteticamente le condizioni materiali attraverso cui si succedono, e si alternano, solidarietà e aggressività nei confronti dei migranti africani in una piccola isola del mediterraneo (ma un’isola che si espande, allude, diventa metafora). Dove “esteticamente” sta per “formalmente” (perché ogni sequenza di questo film è un omaggio alla bellezza) ma anche per “emozionalmente” (perché ogni sequenza di questo film è un boccone dato in pasto al nostro bisogno di sentire, di appassionarci).

Noi che viviamo sulla terraferma non possiamo capire cosa succede a Lampedusa, o a Linosa. Non leggendo la Repubblica o il Corriere, in ogni caso. Quel momento di orrore (di “horror”) che proviamo mentre il ragazzo illumina l’orda clandestina vale cento, mille pagine di quotidiani. Poterla conservare, quell’emozione; poterla conservare accanto alle altre emozioni provocate da Terraferma. E poi passarne in rassegna i dettagli, gli innumerevoli particolari che come in un gioco di pazienza, o in un grande affresco rinascimentale, Crialese ha raccolto e composto per lasciarci addosso la sensazione di averci finalmente capito qualcosa.

 

 

Carlo Mazza Galanti è nato a Genova nel 1977. Ha lavorato in Francia come ricercatore universitario prima di tornare in Italia, a Roma, dove vive e lavora. Scrive su diversi giornali e riviste, in particolare Alias, il manifesto, D di Repubblica, lo Straniero, Nuovi Argomenti, Orwell. Traduce romanzi dal francese.
Commenti
Un commento a “Tra la Terraferma e Lampedusa: attimi di horror nel film di Crialese”
  1. Consiglio un articolo di Antonello Mangano su Linkiesta, a proposito del processo ai danni dei pescatori che hanno salvato 44 naufraghi.

Aggiungi un commento