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Sull’arte di trovare la voce. Intervista a Fabrizio Gifuni

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(fonte immagine)

Nel suo corpo abitano alcune fra le pagine più brulicanti e vorticose della letteratura tutta. Ha recentemente portato in scena al Teatro Vascello le opere di Camus, Pasolini, Testori, Cortázar, Bolaño. Di quest’ultimo ha appena letto in audiolibro Notturno cileno, edito da Emons. Fabrizio Gifuni sa suonare le parole ad alta voce, trasferirle dalla pagina alla scena con l’abilità di un traghettatore esperto.

Gifuni, la sua persona richiama alla mente due parole fondamentali nella sua vita: voce e corpo.

«La voce, per me, altro non è che la parte più segreta del corpo. Nasce dal respiro. Spesso in alcune scuole di recitazione e accademie voce e corpo vengono trattati distintamente, ma credo sia un errore. Orazio Costa, presenza decisiva nella mia formazione, aveva ben chiaro che il lavoro dell’attore si fonda sull’espressione del corpo a trecentosessanta gradi. La sede naturale delle voci che interpreto è sempre il corpo di uno scrittore. Credo che le parole transitino solo provvisoriamente sulla pagina per essere trasmesse, è come se fossero scie luminose che nascono nei corpi dei loro autori per poi staccarsi ed arrivare a noi attori. È per questo che voce e corpo sono un tutt’uno: la lettura è un’esperienza fisica. È come se ne scaturisse una corrente continua e anche difficile da gestire, a volte».

È vero che già da bambino era voracemente attratto dalle voci?

«Sì, fin dall’infanzia. Della voce mi ha sempre incuriosito il mistero, quello che racconta di ognuno di noi. Parlo di voci non istruite, naturalmente. Un discorso analogo potrebbe valere per le impronte digitali che, come il timbro vocale, sono uniche, inconfondibili. Già da bambino mi chiedevo perché una persona parla in un determinato modo. Prestavo attenzione al timbro, al tono, all’intensità, ai difetti di pronuncia. Nell’invenzione o nella costruzione di un soggetto parto sempre dalla traccia vocale, è attraverso il suono che entro nella centrale di comando di un personaggio. Questo mi capita soprattutto con gli audiolibri. Quando sono lì, in sala di registrazione, solo con leggio e microfono, e devo trovare una voce».

Le viene naturale?

«La lettura ad alta voce, per me, è il gesto più naturale che si possa compiere. Se mettiamo a fuoco che le parole provengono da corpi e che le pagine servono a trasmetterle, capiremo che portarle alla voce significa restituirle a una dimensione naturale. È come se, mettendomele addosso, le parole si alzassero in piedi e passassero da un piano orizzontale a uno verticale. Dipendesse da me, studiare la lettura a voce alta nelle scuole dovrebbe essere obbligatorio. Leggere I Promessi Sposi su Radio3 mi ha restituito tutti gli anni persi a cercare di digerire quel libro. Quanto tempo abbiamo perso e continuiamo a perderci sopra? Leggerlo ad alta voce significa iniziare un corpo a corpo molto più autentico di tutta la fatica sudata sui banchi di scuola. Ci sono testi potenti e complessi su cui la voce può molto. Pensiamo al Pasticciaccio di Gadda, in tanti hanno confessato che nella lettura silenziosa hanno avuto difficoltà perché l’hanno trovato ostico. Ascoltandolo, invece, gli è sembrato molto più semplice. Il punto è che la voce può aprire le maglie del tessuto di un testo e liberare quello che c’è dentro».

Lei ha ripercorso le pagine di Gadda, Pasolini, Camus, Cortázar. Ora anche l’audiolibro di Notturno cileno di Bolaño. Che lavoro ha fatto in questo caso?

«Sono partito da una condizione fisica. Ho cercato di visualizzare quest’uomo che in una notte di agonia e delirio ripercorre la propria esistenza e lotta contro quel giovane invecchiato che lo ricopre di infamie. L’ho immaginato nel suo letto, appoggiato su un gomito e sommerso da pensieri che gli arrivano addosso con violenza. Però, paradossalmente, di notte, mentre tutto si confonde, ogni cosa si fa più chiara. Quante volte l’alba ci ha portato un’illuminazione? Per suggerire una voce affaticata dagli anni, ho tentato anche stavolta di raggiungere lo stato ideale, quello dell’abbandono. Di non pensare più a nulla, è lì che sta ’incanto. Con Notturno cileno mi ha aiutato l’impeccabile traduzione di Ilide Carmignani».

Ha fatto lo stesso per trovare la voce di Meursault, il protagonista de Lo straniero di Camus?

«Esattamente. Ho messo il mio corpo in una condizione di libertà assoluta e aspettato che la voce nascesse dalla suggestione del testo. Non so se Camus aveva in mente proprio quella voce, per me era quella e solo quella.

Con alcuni degli autori a cui ha dato voce ha alle spalle percorsi di studio lunghissimi, penso al progetto Gadda e Pasolini: antibiografia di una nazione, in collaborazione con Bertolucci. Perché ora Bolaño?

«È stato lui a venirmi incontro. La prima occasione in cui ho letto Bolaño ad alta voce è stata al Salone dell’editoria sociale su proposta di Goffredo Fofi e Nicola Lagioia, per me è stata una scoperta piuttosto recente. Apprezzo la scrittura di Bolaño perché, pur non assomigliando mai a un apologo morale, è intrisa di senso di responsabilità. Gli audiolibri affrontati finora – Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, Ragazzi di vita e Notturno cileno – derivano da testi completamente diversi. Eppure, se dovessi trovare un denominatore comune, direi che tutti sanno portare a termine quell’esercizio quotidiano che è la demolizione di sé».

Cosa resta, nel tempo, delle letture transitate nel suo corpo?

Quello che capito, osservandomi, è che i libri che diventano me poi non escono più.

Roberta Marcuccilli (Sora, 1982) è una giornalista. Dopo le prime esperienze professionali, maturate a Roma nella redazione cronaca del Tg3 e a Radio Dimensione Suono, si è trasferita prima a Mantova e poi a Parma dove ha lavorato per diverse testate locali fra cui “La Gazzetta di Mantova” e quella di Parma. Si è occupata prevalentemente di cronaca e cultura&spettacoli. Dopo dieci anni, ha mollato tutto per tornare a Roma. Ama la boxe, che ha praticato a livello agonistico, e i viaggi a piedi e zaino in spalla.
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