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Sull’avventura di “PIANISSIMO”

Sull’avventura di “Pianissimo – libri sulla strada”, Filippo Nicosia ha scritto un libro adesso pubblicato da Terre di mezzo. Per gentile concessione dell’editore, condividiamo un estratto del libro con i lettori di minima&moralia. In apertura, un breve “cappello” di Nicosia in cui dà conto di alcune novità, come l’apertura della libreria Colapesce a Messina.

di Filippo Nicosia

“Pianissimo” mi ha portato fin dove le poche risorse economiche, l’aiuto dei famigliari e degli amici, la collaborazione degli editori indipendenti e un vecchio furgone spolmonato mi potevano portare.

Abbiamo viaggiato in Sicilia, la regione immobile in fondo a un paese immobile. Non siamo stati i primi e speriamo di non essere gli ultimi.

Il nostro viaggio che non voleva avere valore fondativo è diventato un piccolo caso? Un modello? Non so dirlo. All’iniziale interesse da parte di aziende o case editrici non è corrisposto un impegno: nessuno ha investito un euro su “Pianissimo” che è rimasto sulle mie spalle e su quella di pochi altri amici scrittori e professionisti dell’editoria. Lo so, la fatica e il rischio fanno di “Pianissimo” un’esperienza difficilmente replicabile, perché l’entusiasmo non lo puoi replicare o mettere in scena e non lo puoi neppure far capire a un amministratore delegato. Comunque dal lavoro cominciato con “Pianissimo” è nata “Colapesce”, una piccola libreria indipendente con bistrot a Messina. E qui giù, ci sembra ancora più insensata l’astrazione di un mercato macro, giocato solo da grandi soggetti. Qui, da “Colapesce”, Messina, tutti i giorni ci difendiamo dagli editori che super producono, dagli scrittori che snobbano i nostri inviti, dai festival che creano più silenzio che dialogo. E anche da fermi cerchiamo di non rimanere immobili.

Da “Pianissimo. Libri sulla strada”

A mettere i libri su quattro ruote in italia ci aveva già pensato negli anni Cinquanta Luciano Bianciardi a Grosseto. Dirigeva la biblioteca Chelliana e una volta a settimana si metteva alla guida di un bibliobus per portare i libri ai minatori della Ribolla. ogni tanto con lui viaggiava anche Cassola, che ricorda come Bianciardi avesse coniato lo slogan “La biblioteca Chelliana che viaggia una volta a settimana”.

Portava la Bibbia, il Corano e i classici all’uscita dei tunnel della miniera. Era interessato a quel mondo di sommersi, di uomini privi della luce. E lo sconvolgimento per l’esplosione di un pozzo in cui morirono molti minatori fu così grande, che lo spinse a lasciare la Toscana e a trasferirsi a Milano, dove partorì il suo capolavoro La vita agra.

Ecco, se ci fosse un padre di Pianissimo – sempre che lui acconsentisse ad esserlo, e ne dubito, dato il suo modo di fare asciutto e burbero – sarebbe certamente Luciano Bianciardi, non solo per la biblioteca, ma anche per il punto di vista obliquo, non allineato, da cui guardava alla vita culturale del Paese.

Nel mio piccolo, con la mia libreria, volevo provocare, essere un pirata, fare qualcosa di eccentrico che rendesse la misura della stasi, volevo muovermi per far notare come tutto intorno fosse immobile.

E per muovermi ho scelto un furgone d’epoca, che andasse lento e mi permettesse di inserire libri in una dimensione che gli è sempre appartenuta, quella della profondità.

Ho deciso di essere itinerante perché mi è sembrato che la distribuzione e la promozione libraria degli editori indipendenti in Sicilia fosse scarsa, quasi inesistente.

Una regione con poche librerie indipendenti, ormai soltanto di catena, con un’offerta di testi che si limita spesso ai primi cento titoli di classifica dell’anno, non può lamentare una bassa percentuale di lettori: con una scelta così direzionata, i lettori hanno il diritto di disertare la lettura e ha perfino senso che lo facciano.

È di lettori che abbiamo bisogno, o di consumatori?

Se erano i lettori il fine ultimo del lavoro editoriale (compreso il mio), se era per loro che si muovevano molte professionalità, allora stavamo mancando il bersaglio, per pigrizia, per lacune legislative, per responsabilità storiche troppo difficili da rintracciare. Quello che sentivo era che c’erano dei lettori che non incontravano i loro libri, così ho deciso che avrei potuto provare io a presentarli cominciando da una regione del Sud, la mia terra d’origine, la regione al penultimo posto per numero di lettori in italia.

Ma non bastava viaggiare, era importante capire come il libro venisse percepito, perché stesse diventando un oggetto estraneo e privo di collocazione nella vita delle persone.

Dunque bisognava viaggiare per ascoltare e guardare i paesi, le persone e il paesaggio.

C’è un secondo padre di Pianissimo, questa volta un padre della visione, un fotografo che ha saputo restituire a tutti una terra, che l’ha raccontata in immagini, un’italia che era stata nostra, da qualche parte, in un tempo forse dell’infanzia. Questo fotografo è Luigi Ghirri:

“In fondo in ogni visitazione dei luoghi portiamo con noi questo carico di già vissuto e già visto, ma lo sforzo che quotidianamente siamo portati a compiere, è quello di ritrovare uno sguardo che cancella e dimentica l’abitudine; non tanto per rivedere con occhi diversi, quanto per la necessità di orientarsi di nuovo nello spazio e nel tempo.” (da Paesaggio italiano)

Avevo i libri, la voglia di andare e di ritrovare le origini, di raccontare i piccoli paesi e le piccole comunità. Avevo voglia di ricollocare nel presente il libro, di interrogare lui e le persone sulla sua funzione, e sulla funzione della lettura. Non volevo dare nulla per scontato, volevo farmi domande stupide. Dove sono i libri? Che posto hanno nella società? E la cultura e gli intellettuali? Perché si legge? Cosa cerco quando leggo? È necessario leggere per vivere?

No, non è necessario, mi rispondevo, si può vivere senza leggere, senza andare al cinema, senza vedere mostre, senza ascoltare concerti. Ma estromettere del tutto l’arte dalla vita – ci sarebbe comunque la natura – sarebbe idiota oltre che impossibile. Siamo attratti dall’immagine, dalla parola, dal suono, dal racconto. Creiamo miti, storie, fiabe e le raccontiamo e le leggiamo perché abbiamo paura di morire e allo stesso tempo vogliamo vivere (due pensieri solo apparentemente non in contraddizione): raccontiamo storie per questo e per questo continuiamo a leggere e vorremo sempre leggere.

Commenti
13 Commenti a “Sull’avventura di “PIANISSIMO””
  1. Inventare e raccontare storie, leggerle… scriverle, sono rimaste tra le poche cose che distinguono l’uomo dalle altre bestie.

  2. Luca scrive:

    Trovo che Pianissimo sia un bel progetto, virtuoso, lodevole nel suo tentativo di portare i libri laddove magari non ci sono librerie. Però fatemi dire che nasce anche da una certa spocchia e da pericolosi preconcetti: ad esempio che i libri che non incontrano lettori siano sempre libri non valorizzati dal sistema editoriale (e non semplicemente libri che i lettori non hanno scelto); che i libri da portare laddove non ci sono librerie siano prevalentemente quelli dei medio-piccoli editori, gli unici che tentino davvero di fare cultura.
    Trovo molto sbagliato pensare – ed è una cosa che su questo blog si fa spesso – che possano dirsi Lettori soltanto coloro che hanno gusti alti, mentre tutti gli altri sono Consumatori (come dire: bestie senza razionalità).
    Ma, ripeto, ben vengano iniziative come questa. E anzi mi auguro che si moltiplichino.

  3. Lucia De Santis scrive:

    Ma se una libreria è indipendente dalle catene ma è dipendente dall’angolo cottura, è davvero indipendente? Se vende 2 libri ogni 8 birre (chissà quali saranno le proporzioni reali) è la dimostrazione definitiva che con la cultura si mangia?

    (Bianciardi s’era fatto stampare ” la Bibbia, il Corano e i classici” da editori indipendenti?)

    E se per caso alla fine ci riuscissimo, a tornare agli anni Cinquanta o Sessanta o inizio Settanta, all’età dell’oro, ci sentiremo alla fine realizzati, soddisfatti almeno per un momento – il tempo di scattarci un selfie virato seppia e poi tornare qui?

  4. Luca P scrive:

    Se anziché commentare, vi deste da fare pure voialtri, sarebbe un passo avanti. Pianissimo è perfettibile? Certo che lo è. Ma la risposta è: adesso ne faccio io uno migliore. La paralisi dell’Italia non sta solo nei politici ladri ma negli italiani che sanno alzare il ditino per puntualizzare ma mai alzare il sedere e spendersi di persona.

  5. Paolo Cognetti scrive:

    Luca, nella grande maggioranza della provincia italiana i libri dei piccoli editori semplicemente non arrivano. Questo è vero nei paesi dove non esistono vere librerie ma solo edicole e cartolibrerie, ed è vero anche nelle cittadine dove una Feltrinelli o una Mondadori hanno ammazzato il piccolo libraio e riempiono i banchi con il loro prodotto. Più che i dati ti posso portare una prova vivente che sono io: sapessi quante volte i lettori, da luoghi insospettabili (diciamo capoluoghi di provincia), mi scrivono che i miei libri nella loro città non si trovano, ed è difficile pure ordinarli. Perciò non si tratta di snobismo, preconcetti verso la grande editoria, classismo tra un pubblico colto e uno popolare: è una questione pura e semplice di monopolio distributivo, libertà del lettore di accedere a quello che viene pubblicato, diritto del piccolo editore di arrivare a tutti. Questa libertà e questo diritto oggi li garantiscono soltanto i piccoli librai, oltreché gli scrittori che hanno voglia di farsi mille chilometri per incontrare venti lettori (se va bene). Io nel mio piccolo il mese prossimo prendo un aereo e vado a Messina nella libreria di Filippo; quando invece mi invita una libreria di catena in genere declino. E credimi non c’è nessuno snobismo in questa scelta: il fatto è che le presentazioni deserte mi sono capitate solo nelle librerie IBS, Mondadori e Feltrinelli (senza distinzione geografica: a Milano come a Bologna come a Roma), mentre quando vado in quei buchi polverosi in culo al mondo trovo pieno di gente. Secondo te come mai?
    Viva Pianissimo!

  6. Filippo Nicosia scrive:

    Ciao Lucia,
    grazie per il commento. Cerco di risponderti in breve e di risolvere l’equivoco legato all’aggettivo “indipendente”.

    Dal dizionario Treccani: Indipendente

    2. Riferito a persona:

    a. Che non dipende finanziariamente da altri.

    b. Che non intende, nelle sue opinioni e decisioni, seguire il giudizio, l’autorità, il modo di vedere e di pensare altrui.

    Quindi credo sia improprio dire che una libreria dipende da una birra o da un caffè. Di certo, un libraio indipendente non vuole farsi imporre condizioni commerciali sfavorevoli e un’offerta omologata. Nel tuo commento colgo una certa acredine nei cofronti delle librerie bistrot che cercano di integrare gli ambienti dei libri e del bar. Può succedere che alcuni caffè letterari finiscano per relegare in secondo piano l’attività di libreria, ma non è matematico avvenga. La vita di una libreira dipende dalla scelta dei libri, dagli sconti che riesce a farsi fare dei ditributori e editori, dalla quantità di relazioni che riesce a intessere nel territorio, dagli orari di apertura, dalla bellezza dei suoi scaffali, dalla cortesia e professionalità dei librai.
    Ad ogni modo, non credo ci sia da contrapporre un modello di libreri “pura” a uno ibrido con tanto di bar o altro. E vogliamo dirla tutta sarebbe interessante saper quanto il fatturato di una Feltrinelli sia fatto dal reparto cartoleria e giochi, credo oltre il 30%.

    grazie
    a presto

  7. Lucia De Santis scrive:

    Io posso spendermi di persona, o non farlo, o farlo per temi diversi da quelli di Pianissimo. Ma se qualcuno si alza nell’assemblea e pronuncia frasi come

    “Sicilia, la regione immobile in fondo a un paese immobile”
    “Qui, da “Colapesce”, Messina, tutti i giorni ci difendiamo dagli editori che super producono, dagli scrittori che snobbano i nostri inviti, dai festival che creano più silenzio che dialogo. E anche da fermi cerchiamo di non rimanere immobili.”
    “volevo provocare, essere un pirata, fare qualcosa di eccentrico che rendesse la misura della stasi, volevo muovermi per far notare come tutto intorno fosse immobile.”

    cioè vuole farmi la morale, io mi sento autorizzata a farla anch’io a lui, la mia morale.

    Viviamo nel tempo storico di maggiore alfabetizzazione, e di maggiore accessibilità ai mezzi di comunicazione e ai prodotti culturali e artistici. Se esseri adulti e consenzienti vogliono occupare il proprio tempo leggendo, o facendo solitari al computer, o allevando la tartaruga in palestra, o visitando virtualmente i musei mondiali su internet, o studiandosi tutorial di soufflé o di sesso orale, o andando nelle librerie indipendenti o di catena (davanti alle quali librerie di catena facilmente troveranno migranti che a botte di “Ciao bella!”, tenteranno insistentemente di stringergli la mano (perché poi) e di appioppargli un libro di Terre di mezzo), a me sta bene. Mi sta bene tutto: la tartaruga, gli editori macro e micro, la birra in libreria, al limite pure il “Ciao bella”, che ha le sue motivazioni sociopolitiche. L’unica cosa che non mi sta bene è chi mi fa la morale. O meglio: se me la fa, gliela rifaccio.

    Cordiali saluti

  8. Mary scrive:

    Che bello questo tempo storico con la maggior alfabetizzazione e la maggior accessibilità ai mezzi di comunicazione e ai prodotti culturali e artistici in cui esseri adulti e consenzienti possono veramente SCEGLIERE come occupare il proprio tempo! Davvero una MERAVIGLIA!

  9. filippo scrive:

    Ciao Lucia,
    esercito la mia libertà morale perché riconosco la differenza tra un’azione e un’altra e immagino quale ricaduta abbia questa azione sulla mia vita e sulle persone vicine.

    non credo che la libertà sia scegliere fra pari, ma assegnare valore.

    grazie ancora

    filippo

  10. Il monopolio distributivo esiste, non è un’opinione ma una condizione materiale di fatto. I canali distributivi e promozionali funzionano né più né meno come una jungla. Col risultato di imporre una tendenza all’omologazione di codici e linguaggi. Insomma, vige la legge del più forte e i libri finiscono tutti col somigliarsi. In un siffatto scenario ben venga perciò chi apre nuove strade per offrire ai lettori libertà e varietà di scelta. E anche per quegli editori medio-piccoli che vorrebbero mettere alla prova nuove formule e trovano invece ostacoli semplicemente per far conoscere i propri prodotti. Sarebbe in fondo il tanto auspicato libero mercato, o no? La concorrenza bisognerebbe esercitarla attraverso libri e servizi e non in altro modo, a mio modesto parere. Libero lettore in libero mercato, meglio ancora.

  11. Luca scrive:

    Secondo me la missione di qualunque libraio, fisso o itinerante, dovrebbe essere portare buoni libri ai lettori (e magari ai non lettori). E i buoni libri non sono necessariamente quelli dei piccoli editori: trovo sbagliato che nella selezione di un libraio vengano espunti a priori i grandi editori.

    Luca P: tu sì che sei l’esempio dell’attivismo!

  12. Vero, non è sempre assodato che i buoni libri li pubblicano solo i piccoli/medi editori, d’altronde non è nemmeno la stazza della casa editrice e la sua forza distributiva a determinare la qualità di un libro, ma qui il punto è mettere il lettore in condizione di scegliere tra tutte le proposte. Diversi librai indipendenti che ho conosciuto trovano meno remunerativi i libri dei grandi marchi (per questioni di accordi commerciali, penalizzanti rispetto alle libreria di catena) e per questo scelgono di tenerne alcuni e non altri. Probabilmente la situazione sarebbe più chiara se non ci fossero sovrapposizione di ruoli (editore/distributore/librerie), ma la realtà con cui fare i conti è questa nel bene e nel male.

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