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Sulle tracce di Lawrence d’Arabia

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Questo articolo è uscito su Repubblica. Ringraziamo l’autore e la testata.

di Dario Olivero

AQABA. «Questo era il quartier generale di Lawrence d’Arabia, anzi ciò che ne resta. E per quello che importa ancora». Il custode, piuttosto sfiduciato dell’incuria del governo per i suoi monumenti storici, è un insegnante druso con gli occhiali grandi e la camicia rosa che suda sotto il caldo. La stanza al primo piano, forse in passato con una tenda e un pagliericcio per la notte, doveva essere comunque fin troppo sontuosa per le abitudini del suo spartano inquilino.

Quando Thomas Edward Lawrence vi si insediò non c’era ancora stato il terremoto del ’26 né l’espansione urbana che oggi soffoca i resti di Qasr al-Azraq, il Castello nero, un titano crollato fatto di rocce di basalto nei cui sotterranei giacciono reperti di più antiche civiltà – nabatea, romana, omayyade, bizantina, ayyubide. Né la grande oasi nella quale fu costruito era stata prosciugata dalla sete della Giordania moderna, dai milioni di persone che oggi vivono nella vicina Amman e dalle migliaia che vivono nei campi profughi: siriani in fuga da una guerra che Lawrence non riuscì a fermare, pur avendola prevista.

Questa parte del deserto orientale è terra di rifugiati: prima i drusi, poi i ceceni, poi i palestinesi, ora i siriani: solo una nazione governata da nomadi può reggere un peso psicologico che più a Occidente, in Italia soprattutto, ci sta schiantando. Si combatte a qualche ora di macchina da qui e qui, un secolo fa, è cominciato tutto. Con un giovane inglese che in quell’inverno del 1917, era già una leggenda. E nessuno avrebbe immaginato che oggi in questi luoghi, sarebbe diventato molto di più.

Bisogna partire dai castelli per capire Lawrence d’Arabia, l’uomo che, pur potendo, non volle farsi re. A 19 anni T. E. arrivò in queste terre per una tesi di dottorato sui castelli crociati. Imbevuto di letture che andavano da Omero al Malory della Mort d’Arthur, affascinato da società segrete che alla Tavola rotonda si richiamavano, finito sotto l’ala oxfordiana di un mentore come D.G. Hogarth, che lo formò a un’idea di impero soprattutto spirituale, in quel viaggio raccolse, come residui diurni, gli elementi del sogno che avrebbe sognato. «Tutti gli uomini sognano», scriverà anni dopo nei Sette pilastri della saggezza. «Ma non allo stesso modo. Quelli che sognano, di notte nei ripostigli polverosi della loro mente, scoprono al risveglio la vanità di quelle immagini. Ma quelli che sognano di giorno sono uomini pericolosi, perché può darsi che recitino il loro sogno ad occhi aperti, per realizzarlo».

Quel sogno pericoloso fu realizzato il 6 luglio di cento anni fa e ha un nome: Aqaba. Il porto più grande del Mar Rosso, la città dei quattro confini: Giordania, Arabia Saudita, Israele, Egitto. Oggi è un immenso duty free a cielo aperto, cantiere in corso per non si sa quale impresa, locali all’aperto sintonizzati sulle partite del calcio ormai globale, spiagge per diving, binari di ferrovie che tagliano il deserto trasportando fosfati, container, sigari avana e bazar con agnelli appesi. Con la presa di Aqaba, cadde di fatto l’Impero Ottomano, si aprì la via verso Damasco e cambiò il destino del Medio Oriente.

Il merito fu del giovane sognatore che allora aveva 29 anni, unico artefice di un’alleanza con lo sceriffo della Mecca Hussein, suo figlio Faysal e una pletora di tribù beduine che si unirono a lui in quella che considerarono la loro guerra di indipendenza, il loro cammino verso l’autodeterminazione. L’impresa è così incredibile che ancora oggi è tra le più in voga in videogiochi come Battlefield.

Come riportano Knightley e Simpson in una delle migliori biografie di Lawrence, la spedizione partì da Wejh il 9 maggio: erano poco più di trenta cammellieri a cui si sarebbero unite le tribù incontrate sul cammino. Aqaba dal mare era inespugnabile e, pensavano i turchi, anche da terra visto che per giungervi occorreva attraversare trecento chilometri di un deserto in cui, parole di Lawrence, non si sente per giorni neanche il suono di un uccello. Quando arrivarono al passo di Aba el Lissan, i trenta uomini erano ormai più di 500 e dopo una battaglia incerta, Auda (il capo beduino che per chi ha visto il film è Anthony Quinn) sferrò l’attacco decisivo. Caduta Aba, cadde Aqaba.

Caduta Aqaba, poteva cadere Damasco e infatti di lì a poco Faysal fu insediato trionfalmente da Lawrence, ormai regolarizzato con le truppe inglesi del generale Allenby, come governatore della Siria. Ma le grida di gioia dei beduini scandivano un solo nome, storpiato quanto inequivocabile: Orens, Orens, Orens.

Scrive Robert Graves, suo grande amico e reduce di guerra come lui: «Se Napoleone si fosse trovato al posto di Lawrence alla fine della campagna del 1918 si sarebbe proclamato maomettano e avrebbe consolidato il nuovo impero arabo. Lawrence non fece niente di tutto questo. Si ritirò per permettere agli arabi di far uso della libertà che lui gli aveva dato». Perché? Perché Lawrence scelse di accollarsi tre anni di battaglie parlamentari per il destino del Medio Oriente prima, durante e dopo la Conferenza di Pace di Parigi che lo avrebbero consumato forse più delle campagne arabe che lo avevano ridotto a pesare 35 chili? Perché scelse di smantellare il sogno sognato fin da quando era un giovanissimo cavaliere della tavola rotonda?

Forse per l’immenso inestinguibile senso di colpa di chi sa che sta mentendo. Non solo agli arabi, che sta trascinando alla morte per un’ideale che altrove, nelle stanze dove si lima l’accordo Sykes-Picot che avrebbe spartito l’area tra le grandi potenze vincitrici della Grande Guerra, è stato già reso vano. Ma anche, e soprattutto, a se stesso: «Se fossi stato un consigliere coscienzioso, avrei rimandato a casa i miei uomini e non avrei permesso che rischiassero la vita per una simile faccenda».

O forse la spiegazione è nel destino dei grandi uomini posseduti dall’Oriente condannati a morire, di morte fisica o di altra morte, a 33 anni. Alessandro, Gesù, Johann Ludwig Burckhardt lo scopritore di Petra, la misteriosa meraviglia nabatea qualche chilometro più a nord di Aqaba. Uomini inseguiti da un destino che li incalza verso un orizzonte che li trascende. Il loro animo è difficile da leggere, oscure le loro motivazioni. Ma c’è un luogo dove anche per loro il velo cade, il quadro si rischiara, le ombre lasciano intravedere la luce: il deserto. È nel deserto che nasce Lawrence d’Arabia e nel deserto ancora è scolpita la sua matrice.

Una tempesta di sabbia scuote il Wadi Rum rendendo impossibile per due giorni ogni movimento. I beduini che custodiscono questa riserva naturale sono tutti giovani, tutti in età da matrimonio. Ma donne non se ne vedono. Aspettano che questi ragazzi diventino uomini per onorare la legge delle tribù. «Non posso guardare la ragazza che voglio. Quando la guarderò vorrà dire che sono pronto». E che cosa ti manca? «Soldi per la casa, per il matrimonio: almeno 20mila dollari». Per Abdullah, la guida, la legge beduina è chiara e intoccabile. In questa legge Lawrence si è specchiato come in uno specchio accecante. E la sua immagine è ancora riflessa. Sulla montagna che avrebbe ispirato il titolo ai Sette pilastri della saggezza e che i beduini venerano come sacra. Nella sorgente dove si dice Lawrence avesse costruito una piccola casa. Nella gola dove si tramanda ci sia stato l’incontro tra il “diavolo inglese” e il nobile Faysal e dove devozionalmente un sommario ritratto scolpito come un totem nella roccia ricorda quello di un Apollo o un Alessandro o un giovane messia.

Scrive Lawrence a proposito dei profeti: «Un impulso oscuro e appassionato li spingeva presto a vivere nel deserto. Vi trascorrevano in meditazione e in abbandono fisico un periodo più o meno lungo. Poi il messaggio nutrito sino allora con la sola immaginazione, lo riportavano tramutato in verbo, per praticarlo sui loro antichi e ora dubbiosi compagni». E, in un crescendo di autoconsapevolezza riferendosi ai beduini che oggi guidano le jeep ma ancora seguono le leggi del deserto, aggiunge: «Incontrando lungo la strada un profeta che non avesse dove appoggiare il capo, e dovesse confidare per il suo cibo nella carità umana o negli uccelli, abbandonavano in massa ogni ricchezza per il suo verbo».

Nel deserto di Lawrence risuona il suo enigma e scorrono le sue tante vite. Il ragazzo venuto fin qui per studiare i castelli crociati e scorgere nei diversi strati i muri che si addolciscono, come le diverse civiltà possano convivere. Il giovane uomo che trascinò «con la forza di una idea questi marosi finché raggiunse e superò il culmine, e a Damasco si ruppe». Il giovanissimo vecchio che per sfuggire alla sua fama, come un Rimbaud di altre poesie, si arruolò due volte come aviere semplice e una volta come carrista rinunciando alla Banca d’Inghilterra. Il quarantenne disilluso che lasciò alle spalle il sogno di un Medio Oriente che avesse un vicerè occidentale nell’aspetto ma orientale nell’animo e che sapeva che la storia, come avviene oggi, sarebbe ritornata a casa e quella casa andava costruita con i suoi abitanti. Il poeta, il grande scrittore che temeva il giudizio di letterati che non valevano la metà del suo talento. Il soldato che usò Procopio per sconfiggere i Turchi. Chi fu veramente Lawrence? Qualcuno che lasciò dietro di sé in Oriente più che in patria segni che il popolo comprende meglio dei potenti. Fu l’uomo che non volle farsi re e divenne molto di più.

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