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Sulle tracce di Ulisse

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Non soffia il meltemi, quest’estate, nell’Egeo. Strano, strano, molto strano – ripetono i vecchi seduti lungo le mura ombrose delle taverne, alzando le sopracciglia a ostentare un senso di ignoranza e impotenza. Pochi giorni fa a Naxos addirittura pioveva. Una pioggia fugace ma del tutto fuori dall’ordinario. I turisti che si dicono fortunati ignorano un fatto dalla duplice conseguenza. Il meltemi è un vento di bel tempo, non alza il mare, favorisce la navigazione e fu grazie a esso secondo molti studiosi che si svilupparono i commerci e gli scambi culturali su cui ebbe origine la civiltà greca. Spazzando via ogni nuvola, inoltre, il meltemi concorre in maniera decisiva a creare quella luce unica – nitida, accecante, definitoria, capace di esaltare microgranuli di calce bianchissima su sfondi bianchi in tonalità di bianco infinite – che si può soltanto vivere per non poterne più fare a meno, e che si deve conoscere se si vuole conoscere il mondo antico.

Sacro meltemi. In queste notti di luce lunare, molti aspettano solo quel vento e il dirompere al mattino di quella luce dal potere calligrafico. Tutti in cerca oggi dei segni di ciò che fu.

Non è una battuta. Sono sempre più numerosi studi e racconti che evitano di spiegare l’antichità senza conoscere i luoghi in cui tutto accadde. E il mare in cui s’inabissò suicida Egeo quando si convinse erroneamente della morte di suo figlio Teseo è il centro assoluto di questo nuovo atteggiamento. Lo testimoniano libri appena usciti, molto diversi per ispirazione e stile, tutti legati dall’idea che si debba partire da qui. Certo non si tratta di un’impresa da realizzare in maniera scientifica.

Seguire le rotte dell’epos per esempio resta un sogno irrealizzabile da sempre. Già nel III secolo a. C. Eratostene, astronomo e geografo, usò un’ironia senza appello quando sostenne che si sarebbe individuata la rotta di Odisseo il giorno in cui si fosse scoperto chi aveva cucito l’otre dei venti che Eolo donò all’eroe. E tuttavia su quelli che i cantori omerici chiamavano “sentieri di mare” è necessario mettersi in viaggio.

Un’introduzione al percorso odissiaco la offre con tutta la sua competenza Giulio Guidorizzi in Ulisse l’ultimo degli eroi (Einaudi, pp. 199, Euro 14), mentre per perdersi nell’Egeo inseguendo poeti, artisti, scrittori, filosofi e politici antichi è necessaria l’opera che un altro studioso del mondo greco, Giorgio Ieranò, ha appena dato alle stampe. Arcipelago. Isole e miti del Mar Egeo (Einaudi, pp. 277, euro 20) è l’eccezionale guida di cui da sempre sentivamo la mancanza. Ogni isola, fra le principali dell’Egeo, ci viene raccontata in un intreccio di mito e storia dalle origini ai nostri giorni. I poeti greci del Novecento si mescolano ai lirici arcaici, i viaggiatori moderni s’incontrano con quelli raccontati dalla letteratura antica.

Le stesse consuetudini arcaiche trovano una sponda in ciò che viviamo oggi. Innumerevoli i racconti che sorprenderanno il lettore. Dalle abitudini sessuali delle ragazze di Lesbo (molto diverse rispetto a quelle che ci aspetteremmo) fino al miracolo del vino dionisiaco a Naxos, inestinguibile nei secoli, tanto che a inizio Novecento sull’isola cristianizzata si diffuse la voce che era sbarcato San Dioniso. Genovesi, veneziani, turchi hanno lasciato tracce che si confondono con quelle di ateniesi, spartani, persiani. Condottieri e viaggiatori, eroi e dèi. Non si può prescindere da questo libro, se si viaggia sul mare dove la nostra civiltà ebbe inizio.

Ma il viaggio – si sa – è roba dell’interiorità che si sviluppa in rotte che solcano i mari del tempo e dell’immaginazione. Così l’opera più straordinaria per rincorrere l’illusione di trovare se stessi non è un saggio né un romanzo, bensì un memoir commovente. Daniel Mendelsohn, professore di letteratura antica, e scrittore, ci porta solo apparentemente lontano dall’Egeo quando inizia il suo percorso di incontro con il padre. Un’Odissea. Un padre, un figlio e un’epopea (Einaudi, pp. 307, euro 20) si apre nel semestre dell’anno accademico 2011 quando fra gli studenti del seminario che Mendelsohn tiene per i suoi studenti sull’Odissea, si siede il padre ottantunenne. Inizia un percorso in cui la sapienza dell’autore ci immerge nelle storie eterne di padri e figli attraverso la lente del poema omerico, dei suoi principali problemi, delle sfide che mette in campo e delle questioni critiche che ci vengono mostrate per la loro immensa portata vitale. Mentre seguiamo Telemaco e Odisseo, il passato di Mendelsohn con suo padre affiora, le storie familiari s’intrecciano a quelle antiche e ci scopriamo immersi in un nucleo di vicende fuori da ogni tempo.

Ma all’Egeo infine si deve tornare. Concluso il semestre, l’idea di una crociera sulla presunta rotta che seguì Odisseo appare ai due Mendelsohn il modo migliore per chiudere il cerchio. I cerchi tuttavia non si chiudono mai. Odisseo ritrova Penelope e infine anche suo padre ma c’è ancora qualcosa che manca, qualcosa manca sempre e Mendelsohn lo sa, ma saperlo serve a poco. Si versano molte lacrime nel finale riconoscimento fra padre e figlio e nel loro inevitabile addio.

Chiuso il libro, sembra che ci si possa appigliare solo a una certezza. Se il meltemi non ha ripreso a soffiare e le nuvole oscurano il sole la troverete in una delle poche pagine ambientate nell’Egeo da un altro libro dedicato ai poemi omerici. Sylvain Tesson ci racconta di aver passato un’estate intera in una stanza di Tinos per scrivere Un’estate con Omero (Rizzoli, pp. 233, euro 17), ma non si capisce mai quanto il suo domicilio lo abbia favorito in questa introduzione ai temi omerici, che risulterà di grande interesse per chi non ha mai letto i poemi. Tranne in una pagina in cui Tesson si apre alla “luce che inonda le isole greche”, quella che spinse “gli antichi ad accettare il loro destino” perché “tutte le cose si mostrano nel bagliore di Helios, tangibili, presenti, inconfutabili”.

Luce e sole. L’unica cosa che manca, allora, fra questi resoconti dall’Egeo è l’altro lato della medaglia.  Ovvero, parlando delle rotte che attraversano da sempre questo mare, l’aspetto più drammatico e decisivo, nella ricerca della luce. Perché i primi viaggi di cui conosciamo la storia si snodano parallelamente ai ritorni da Troia dei vincitori Achei e sono quelli dei profughi in fuga dalla città in fiamme, capitanati da Enea. Profughi. Proprio così li chiama Virgilio nei primi versi della sua Eneide. Stavolta i “sentieri di mare” che seguì Enea sono ben descritti geograficamente. Si tratta delle stesse rotte che hanno tentato di seguire i profughi per secoli, fino alla guerra greco-turca del 1922 e fino a questi ultimissimi anni. Le stesse identiche rotte. Solo che in questo nostro tempo quei sentieri marini sono stati chiusi. E i profughi respinti e bloccati, quando non annegati. Qualcosa è cambiato davvero, allora, oltre al soffio del meltemi. Chiudete i porti. Non lo avrebbe sognato nessuno, mai, nell’antichità. Ci sono leggi eterne. Destinate dunque a tornare. Magari con la forza dei costumi traditi e con la violenza degli eroi offesi. Forse, allora, il modo migliore per poter affrontare il nostro oggi non prevede neppure un viaggio nell’Egeo, cuore del Mediterraneo. Basta leggere i versi antichi dell’Iliade per seguire i percorsi dell’ira nell’animo degli uomini.

È appena uscita una formidabile nuova traduzione di Franco Ferrari: Iliade (Mondadori, pp. 1232, euro 14). Un capolavoro di ingegno e intelligenza nel restituire un poema eterno in cui non ci sono né vincitori né vinti, solo padri e figli in lacrime, uomini e donne sconfitti dalla guerra, vecchi e bambini costretti a fare i conti con se stessi. Le storie di violenza, vendetta e dolore che, come diceva il giovane Nietzsche fradicio di Grecia, tornano sempre identiche a se stesse.

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega. Del 2018 il nuovo saggio narrativo sul mondo greco antico: L’abisso di Eros, indagine sulla seduzione da Omero a Platone. I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
Commenti
2 Commenti a “Sulle tracce di Ulisse”
  1. gino rago scrive:

    Desidero manifestare ammirazione e gratitudine a Matteo Nucci per questo lavoro esemplare vuoi sul versante della raffinata cultura che lo impregna, vuoi su quello della padronanza linguistico-espressiva che lo sostiene consentendo all’autore Matteo Nucci una chiarezza espositiva e una icasticità di rarissima bellezza… Il lettore così ne esce arricchito.
    Estraggo dal poemetto “Noi siamo qui per Ecuba” di prossima pubblicazione questa composizione
    (‘Il poeta che canta è già una stella’) e per quel che può valere gliela dedico e così dico il mio ‘grazie’
    a Matteo Nucci con l’augurio che gli dei guidino il suo passo terreno e che le Muse lo assistano nell’esercizio della sua scrittura in modo che, come in questo lavoro su Ulisse, il “sole” dell’autore coincida con il “sole” del lettore.

    GINO RAGO
    Il poeta che canta è già una stella

    Per tutto il giorno Ettore dà ferro caldo ai Greci.
    Le lotte cessano al calare delle ombre.

    Achille in preda all’ira si chiude nella tenda.
    L’eroe d’Ilio teme

    che la flotta greca salpi di soppiatto
    e come una frusta

    ordina ai compagni: « Giungano da Troia vino
    e cibo in abbondanza». Poi, più secco:« Si accendano

    i fuochi per arrostir le carni».
    Gonfi di baldanza i Troiani attivano i falò.

    Empiono di lumi le campagne,
    disperdono la notte con le fiamme.

    Indi lo sguardo Ettore posa sul suo attendente
    e quasi come un fiato gli sussurra:« Reca il poeta

    a me… Immortali con i versi il plenilunio
    su questi fuochi simili alle stelle».

    Giunge il poeta. Tende le corde lente. Tra i bagliori
    scioglie il canto. Gli occhi dell’aedo sono senza luce

    eppure in sé indovina l’incanto dell’intero firmamento:

    «Siccome quando in ciel
    tersa è la luna e tremule e vezzose

    a lei dintorno sfavillano le stelle,
    allor che l’aria è senza vento

    ed allo sguardo si scoprono le torri
    e le foreste e le cime dei monti,

    immenso e puro l’etra si espande,
    gli astri tutto il volto rivelano ridenti

    e in cor ne gode l’attonito pastore…»*

    Ora Ettore tace. Trattiene sulle gote a stento il pianto.
    L’umido caldo agli occhi allenta i contendenti.

    L’accampamento è muto. Nessun guerriero spezza
    il brillar di Trivia fra quelle ninfe eterne.

    Una brezza rapisce l’odore alle vivande. Lo sparge
    verso il cielo. Ecuba è chiara come fosse giorno.

    E’ fiamma tra le fiamme nella meraviglia.
    L’ aedo punge l’anima sottile. Ne disperde ogni ombra.

    Attonita e grata Ecuba si volge all’Olimpo:« Che duri
    questa notte di fiamme in cielo e in terra.

    Il poeta che canta è già una stella. Che mai più spunti
    l’aurora della morte all’orizzonte».

    * Versi da Iliade, VIII libro,trad. Vincenzo Monti
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    Gino Rago, Roma, 19 settembre 2018

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  1. […] un pezzo uscito sul Venerdì di Repubblica e ripreso da Minima&Moralia, Matteo Nucci evidenzia, giustamente, che sono sempre più numerosi studi e racconti che spiegano […]



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