1benwaay

Sull’editoria di poesia contemporanea – #1: Benway Edizioni

1benwaay

L’intervista che segue è parte di un progetto di tesi di laurea magistrale dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, nel quale si indagano le possibilità di ampliamento del pubblico della poesia contemporanea in Italia. Il campione dei professionisti intervistati è stato scelto di modo da coprire l’intera filiera culturale – da chi crea il testo, a chi lo produce e lo diffonde, per quanto a volte queste categorie vengano a coincidere. In ognuno di questi tre settori sono state ascoltate voci afferenti i diversi ambiti della cultura: di nicchia, medio e di massa. Le interviste sono state tutte effettuate di persona dall’autrice, che ha scelto di ridurre al minimo il suo intervento sui testi. I refusi tipici del parlato degli intervistati (anacoluti, ripetizioni, intercalari, omeoteleuti) sono da ritenersi intenzionali. Quella che segue è l’intervista realizzata con Guido Marzaioli di Benway.

Che cosa è Benway?

Benway è un’esperienza che nasce da EX.IT. Io, Mariangela, Michele e Marco Giovenale (gli stessi curatori di EX.IT) abbiamo creato questo festival che aveva lo scopo di dare atto di cosa stava succedendo in un particolare ambito di scritture, che per comodità viene detta di ricerca – definizione che a me non è mai piaciuta – ma diciamo di ricerca, fuori contesto, difficilmente collocabile. E lo scopo era proprio di vedere cosa si stava facendo in Italia, più ascoltare referenti di alcune culture straniere, in particolare americana e francese. Abbiamo fatto una prima edizione, da cui è venuta fuori un’antologia. La cosa ha portato abbastanza movimento, perché fino a quel momento questo tipo di scrittura e di area era abbastanza frastagliata. Ma allo stesso tempo si è creato una sorta di disguido sul fatto che questa fosse un’area organizzata – che non era il nostro intento. Ad un certo punto c’è stata la corsa ad Albinea, perché pareva che Albinea fosse chissà che e pareva che poi noi quattro fossimo gli alfieri della ricerca e che ce la tiravamo. In realtà l’intento era quello di monitorare, di fare atto e di confrontarci, senza creare nessun tipo di dogma. Ci sono state altre due edizioni: una di riscontro critico su questi materiali e l’ultima performativa. In teoria è sempre aperto il progetto, ma non abbiamo più la forza di organizzare nulla. Dopo la prima edizione è venuta fuori l’idea di Benway: perché ad un certo punto l’idea è stata di proseguire un altro tipo di progetto, ovvero… cosa si può dire? Benway non è un progetto editoriale; è un progetto culturale che poi si reifica sotto forma di libri.

Da dove arriva l’esigenza di riunirsi? Come ve ne siete accorti?

Noi avevamo e abbiamo tutti una possibilità e un percorso editoriale proprio. A un certo punto abbiamo sentito il bisogno che si verificassero due cose: 1) che i libri fossero pubblicati nel rispetto di tutta una serie di valori (uno era il libro come oggetto: i libri Benway sono costituiti da carta riciclata di un certo tipo, sono costituiti in un certo modo, c’è una cura editoriale particolare su ciascun libro, Michele si occupa di impaginare, Mariangela è stata, è artista, quindi ha una certa cura da questo punto di vista). Quindi una delle motivazioni era “Come vorremmo che fossero fatti i libri? Bene, facciamoli”. 2) Che i nostri stessi libri fossero fatti in un certo modo: quindi “come vorremmo fossero fatti anche i nostri libri”. Da questo punto di vista stiamo sfruttando il precedente storico, americano, della New Objectivist Press. Ci siamo auto pubblicati nell’ambito di questa collana perché, tra le altre cose, uno dei tabù che può assolutamente cadere –  così come non c’è più un tipo di considerazione comune rispetto alla poesia (i critici non sono più nelle case editrici) – è il falso tabù dell’autopubblicazione. Anzi, ne parlavo con Antonio Loreto che mi diceva che pubblicarsi all’interno del progetto editoriale che si cura ha una valenza critico-culturale, per denunciare che magari certi tipi di libri non potrebbero trovare una collocazione altrove. Se hai letto il mio, vedi: chi spende dei soldi per un progetto di quel tipo? In cui hai quel tipo di impostazione abbastanza invendibile?

Visto lo status di questi libri un possibile escamotage potrebbe essere il libro d’artista, quindi una casa editrice che si dirige verso questo tipo di mercato.

La casa editrice che pubblica libri d’artista ha comunque uno sguardo al mercato, un minimo di utile penso lo voglia avere. Secondo, ha un tipo di investimento economico importante e di solito non ha la libertà di poter seguire un percorso esplorativo come il nostro. Quello che abbiamo noi non è un piano editoriale. Noi diciamo piuttosto di avere un percorso autoriale dal punto di vista della curatela. Il percorso si fa tracciandolo. Non abbiamo un’idea precisa. Certo, abbiamo dei riferimenti. Poi essendo autori e avendo rapporti con altri autori, abbiamo un occhio diverso. Abbiamo pubblicato Ponge dopo vent’anni che non si pubblicava in Italia, oppure gli oggettivisti americani… Cioè, è un progetto che alla fine ci dà anche la possibilità di presentare una serie di libri che noi consideriamo importanti sul modo di fare scrittura. Considerando la scrittura una forma d’arte, c’è un’attenzione particolare tra scrittura-spazio, scrittura-installazione.

Riguardo il cliché per cui la poesia è letta solo dagli interni al settore come commenta?

Alle volte ci sono anche dei lettori puri, cosa che sembra una baggianata perché di solito uno va alle letture e sembra che trovi solo poeti che ascoltano altri poeti. Io non vado più né a fare letture, né a sentirle. Sto aspettando che si crei un nuovo momento di apertura e persone interessate. Io giustifico e trovo una ragione per il mio impegno dal momento che rappresenta un’attività di pensiero, la possibilità di portare avanti un testimone, sennò è avvilente. Anni fa scrissi una cosa su NI su questo: su come dovrebbero essere le letture. Adesso sono come non dovrebbero essere: noiose lunghe autoreferenziali e con un pubblico quasi sempre di altri poeti. Che si fanno a fare? Allora o uno si sforza per andare a farle altrove, dove il pubblico non è pronto, o vai dove il pubblico c’è già, ma gli proponi una cosa nuova. Il problema di ’staroba è che nessuno la porta al di là del suo perimetro delimitato. Ma se questi libri fossero poetati a scuola, probabilmente, non è vero che non susciterebbero interesse. Questa è una mia vecchia fissa: riuscire ad entrare nelle scuole con un tipo di proposta sulla poesia che stimoli diversamente la curiosità degli studenti, al pari dei classici. Gli fai leggere un classico, poi uno di questi. Io ho provato a fare cose di questo tipo e c’era molto interesse.

A voi interessa un aumento di pubblico?

Il mercato non ci interessa perché ha delle leggi che non farebbero sopravvivere iniziative come questa. Quindi noi per sopravvivere non possiamo stare nel mercato propriamente inteso. Questo è un progetto che non appartiene a nessuno. Benway è un’iniziativa: ogni volta appaltiamo la realizzazione di un libro ad uno stampatore e lo paghiamo, l’iva e tutto quello che c’è da pagare. Pagandolo, in sostanza acquistiamo il nostro libro. “Quanto costa?” – “tot” – “mi dai cento copie”. A quel punto le copie sono mie e ci faccio quello che voglio. Decido di venderle. Se le vendessi nell’ambito della distribuzione sarei finito, innanzitutto perché dovrei avere una ragione sociale e poi perché sarei massacrato dai meccanismi di distribuzioni, resi, percentuali alle librerie, ecc. Quindi al di là di un ristretto giro di librerie fiduciarie, la nostra vendita è soprattutto online. Ed è una forma di sopravvivenza legale che può esistere fintanto che i numeri non sono alti e fintanto che non abbiamo utile. Noi tutto quello che vendiamo lo ricaviamo e poi stampiamo un nuovo titolo. C’è un bilancio che è zero, ma non c’è neanche un bilancio alla fine. Quindi è un circolo virtuoso che si regge proprio perché resta al di fuori del mercato, senza infrangerne le regole.

Io più che dire che un’esperienza simile è fuori dal mercato, direi che occupa una parte ben stabilita, una nicchia all’interno del sistema dei libri. Quello che potrebbe essere interessante, per progetti del genere, è provare ad uscire radicalmente dal mercato del libro e non riferirsi più alla libreria.

La libreria ci serve là dove, per esempio, c’è qualcuno che vuole vedere l’oggetto libro. Ma la libreria non è un vincolo eccessivo e se ci finiamo è perché conosciamo le realtà a cui ci stiamo affidando. Ad un certo punto c’era venuta l’idea di rendere i libri gratuiti, conservando l’ISBN, però non ne eravamo tutti convinti e non abbiamo trovato il modo di realizzarli. Mi riallaccio a una cosa che dicevi sul pubblico: io non considero, e credo neanche Mariangela, questo tipo di attività poesia. Noi la consideriamo scrittura, il cui genere più prossimo è la poesia. Non è propriamente poesia. Il fatto poi di cercare di non rientrare in un genere è una delle cose che ci spinge a continuare questo percorso.

A mio parere voi state creando un genere, una tipologia di scrittura.

Una tipologia di proposta. Non consideriamo il genere un elemento di giudizio, o di scelta, o di riferimento a quello che facciamo, né come autori, né come curatori. Io non sono né contro la poesia, né contro il romanzo, né contro la prosa, né contro la prosa in prosa: ma neanche a favore. Cioè, un libro o vale o non vale. E siccome ho sempre avuto interesse per cose più strane di quelle convenzionali (non che non abbia interesse per altro), mi è più facile proporre quella roba lì. Anche perché chi fa il resto c’è già. Il mercato dell’arte è comunque molto geloso. E anche se alcuni nostri libri non sono lontani da determinati tentativi del mondo artistico, così come tanti di noi sono stati impegnati in attività di installazioni sonore e video, il riferimento primario resta la scrittura, e diamo molta, molta importanza al rigore nella scrittura. La scrittura rimane il centro, la base, il punto di riferimento. Poi più la scrittura coinvolge altri tipi di riflessione, più ci interessa. Ma questo può appartenere a qualsiasi altro libro buono. Un bel libro non è mai fine a sé stesso. Moby Dick è tutto, e non a caso può essere messo in teatro, possono farci dei film, può uscire una commedia musicale… Chiaramente, rispetto a quello che facciamo noi, un classico è più legato ad un tipo di lettura lineare, piana, però il rapporto con l’arte, rispetto al nostro approccio, è strettissimo. Personalmente io intendo la scrittura una forma d’arte e d’esperienza, con la possibilità che i libri possano “riferire” e permetterti di “fare”. Si guardi Holocaust come, appunto, “riferire” e Arco rovescio come possibilità di “fare”. In tutti i casi all’interno della nostra area ci sono posizioni distanti e non omogenee. A me fa anche molta paura quanto nell’area di ricerca diventa dogmatico o quanto nell’area di ricerca diventa consuetudine. Quella è una forma ulteriore di tradizione, che va benissimo, ma senza quel tipo di percorso non la puoi più chiamare “ricerca”. Non stai ricercando più niente, ti sei arroccato. C’era un teatrante romano che si chiamava Marcello Sambati, adesso è anziano, che mi diceva sempre che tutte le volte che aveva una recensione positiva storceva il naso e cambiava. Ma se cerchi il successo questa roba non la fai ovviamente. Non ci interessa affermarci in ambito letterario

Io credo che voi lo siate già. Il problema dal mio punto di vista è che nonostante uno sia affermato e riconosciuto in ambito letterario, il suo pubblico rimane quella nicchia lì, se non per casi eccezionali o per forme di ibridazione – allora qui è secondo me interessante vedere come il vostro progetto si collega a forme di ibridazione del testo con l’arte contemporanea – come gli instapoet, la poesia in musica, gli slam, ecc.

Quello è un genere che non frequentiamo e che non abbiamo mai percorso. Ognuno fa il suo. È un’altra realtà interessante e da questo punto di vista ha una potenzialità.

Quello che pare a me da tutta questa situazione, riguardo le forme di ibridazione nella poesia, è che si sia strutturato un panorama editoriale (o meglio eso-editoriale) parallelo ad un mercato editoriale che già esiste.

Sicuramente questo è vero per la spoken poetry, ecc. ed è vero anche per alcuni che con successo (penso alla Tiziana Celarosco e altri che praticano anche l’arte contemporanea). Nel nostro caso c’è un pubblico abbastanza variegato e frastagliato, che in certi casi non si conosce l’uno con l’altro.Quello che secondo me noi potremmo ottenere è riuscire ad avere canali alternativi di conoscenza oltre la recensione o l’articolo di giornale. Quello che io auspicherei è riuscire a portare questo tipo di percorso in luoghi non attesi (la sagra della porchetta o la scuola media) perché non è detto che questo tipo di progetto non trovi lì ascolto. Si presume che il lettore non forte sia uno stupido. Io non penso assolutamente. È semplicemente assuefatto ad altro. Facendo un altro esempio: se tu a una bimba, tipo mia figlia, fai vedere soltanto Maria De Filippi, lei pensa che la danza sia soltanto quella. E non è che va male o che quelle ballerine non sono brave, ma pensa che la danza sia solo quella. Se tu le fai vedere anche Cunningham e Graham, la stessa bambina sa che ci sono quattro\cinque possibilità diverse e sceglierà di seguire la proposta che vuole. Probabilmente sceglierà anche Maria De Filippi, o forse no. E non è che quella bambina è più cretina o intelligente di prima: ha avuto un’offerta differenziata. Quello che io auspico con questo tipo di progetto è poter offrire una diversificazione di proposta. Io ti dovessi dire ora qual è il modo adesso, beh mi piacerebbe che l’attuale dicastero della cultura approvasse un progetto in cui nelle scuole si fanno anche degli incontri su questo tipo di cose.

La persona chiave è il non utente.

Ecco. Come raggiungerlo non lo so. Bisogna chiedere all’utente la disponibilità ad andare al di là del meccanismo di subire l’autore. Uno degli aspetti che molte di queste proposte hanno, è invitare il lettore a ragionare insieme al testo. Quindi la disponibilità a considerare la scrittura non soltanto come racconto (te la sto dicendo male) ma anche come invito a ragionare assieme, come percorso da fare insieme all’autore. Ma ci sono precedenti fenomenali: c’è Calvino con Le Città Invisibili, non è una novità. Poi è anche vero che il lettore non dovrebbe trovarsi difronte ad un’opera che non avesse la spocchia intellettualoide, di molti di noi, di esporre la propria elaborazione intellettuale. Ecco per noi arrivare ad una elaborazione che sia sì complessa, ma di fruibilità semplice, non è facile. Come non bisogna cadere nell’errore che sia necessaria la presenza delle masse.Basterebbe uscire da un uditorio precostituito ed autoreferenziale.

Per quello che sto capendo, all’interno della scena contemporanea ci sono esigenze diverse rispetto alle necessità di pubblico: c’è chi ha solo interesse ad avere follower, c’è chi non ha tanto interesse a vendere quanto ad avere la recensione del critico (perché quella resta, i soldi vanno), qui siamo ad un’altra cosa ancora.

C’era un poeta che si chiamava Giuliano Mesa, e una delle cose che mi insegnato è che la scrittura è anche e soprattutto uno strumento di conoscenza. Bene, l’obiettivo è qui di esperire e offrire qualcosa che meriti di essere raccontata e che susciti nel lettore un cambiamento rispetto allo stato precedente. Altrimenti è intrattenimento e consolazione, e non è quello che cerchiamo. Ci siamo dati il nome Benway quindi un minimo di tossico nell’altro lo vogliamo provocare. È di per sé un’azione politica. L’intenzione è di non stabilizzarci, perché se ti stabilizzi perdi l’attenzione critica, che è la cosa più importante sia nella mentalità del singolo sia nella lettura sociale. Quindi figurati se il pubblico atteso è un riferimento che io considero importante. Poi non è che allora non va bene pure quello, ma anche a quello dovresti poi fornire un qualcosa di inedito. Io, una delle cose peggiori che provo è prendere un libro di poesia, di scrittura, leggerlo e dopo tre pagine pensare “che palle mi sembra di averlo già letto tre volte”. Poi trovi la cosa che ti fa pensare e quello è stato importante. Secondo me è civile e politico smuovere le teste, se ci riesci e se sei bravo a farlo.

Pensi che siamo in un periodo di rinascita o maggiore diffusione per la poesia?

No, anzi. Dopo le grandi avanguardie e le neoavanguardie c’è stato un momento in cui è stato difficile fare un certo tipo di proposte. Ad un certo punto (stiamo parlando degli anni ’80 e ’90) si è ricreato un momento interessante in cui c’erano varie realtà: D’if, Oedipus, ecc. Poi un po’ per questioni economiche, un po’ per stanchezza rispetto al rapporto pubblico-autori, un po’ perché generazionalmente c’è stata una parte di critica che ha sentito l’esigenza di trovarsi un posto in corsi universitari e altro, si è cominciato a fare fatica a imporsi. Adesso ci sono molti che scrivono, pensano, sperimentano e c’è più difficolta a farsi vedere e a far vedere queste cose. Per contro c’è la rete che fa vedere molto di più ma banalizza tutto, rende tutto molto orizzontale. E poi soprattutto non c’è più il peso della solidità di un’opera, nel senso che i percorsi hanno bisogno di qualificarsi oltre che di quantificarsi. L’eccesso di micropubblicazioni, di blog ecc. da una parte è positiva, dall’altra è dispersiva e in più toglie alle opere il respiro del tempo. Un’opera pensata un po’ più a lungo probabilmente fa più eco. Oggi ti viene in mente una cosa, la pubblichi, chi ti dice sì chi ti dice no, spesso magari c’è un circuito che te la auto-assevera e tu diventi automaticamente un autore e si inizia a parlare di te. Adesso siamo in una situazione in cui tante cose dovrebbero essere ripensate e rifiltrate e riqualificate.

Manca l’autorità centrale, è quello il problema?

Manca una sorta di attenzione centralizzata e istituzionalizzata rispetto a questo tipo di proposta. Questo in parte ha fatto sì che noi (autori) ci sostituissimo all’editore, anche se poi alla fine quei “noi” non hanno quel tipo di potere, di possibilità e di fiato. C’è stata una sostituzione. Lo dimostra il fatto stesso che degli autori facciano questo: non dovrebbe essere così. A me piacerebbe semplicemente che Benway si potesse sfogliare e non comprare. Ma intanto hai percorso qualcosa che ti potrebbe aver smosso la testa. Una cosa che abbiamo fatto è aprire dei fondi nelle biblioteche per renderlo fruibile: a Monza e ad Albinea. Però anche lì è una fatica immane. Sarebbe bello che le biblioteche si interessassero. Questo non avviene, sei tu che glielo proponi. La scuola per me rimane l’ideale, renderli fruibili. Aprite il libro e vedete se vi interessa. Ecco il vedere se interessa per me è la dimensione, poi se venda o meno, qualcuno che lo compra lo trovi sempre.

Francesca Sante è nata nel 1993. Si è laureata a Siena in Lingue e Letterature con una tesi sulle traduzioni di Vittorio Sereni da René Char. Continua con un corso in Economia e Gestione dell’Arte a Venezia, che conclude con una tesi sull’editoria di poesia contemporanea e le possibilità di ampliamento del pubblico della poesia. Ha collaborato come stagista con “Semicerchio”, Nazione Indiana e RadioRai3.
Commenti
Un commento a “Sull’editoria di poesia contemporanea – #1: Benway Edizioni”
Trackback
Leggi commenti...


Aggiungi un commento