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Sull’editoria di poesia contemporanea – #10: Paolo Agrati

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Una nuova puntata della serie curata da Francesca Sante: qui le interviste precedenti. (fonte immagine)

Paolo Agrati è un poliartista, nonché uno dei principali slammer italiani. Da sempre propone la sua poesia dal vivo, in ambito nazionale e internazionale, in teatri, manifestazioni musicali e festival. Nel 2018 fonda SLAM Factory, agenzia-coworking dedicata all’editoria e allo spettacolo che si propone sviluppare e diffondere la poesia e le discipline letterarie legate all’oralità. Nel 2019 organizza e conduce “Poetry Slam!” il primo programma televisivo dedicato al Poetry Slam. È narratore e cantante nella Spleen Orchestra, band di culto nel suo genere, che ripropone le musiche e le atmosfere dei film di Tim Burton. Ha pubblicato diverse raccolte di poesia: Poesie Brutte (Edicola Ediciones 2019), Partiture per un addio (Edicola Ediciones 2017), Amore & Psycho (Miraggi Edizioni 2014), Nessuno ripara la rotta (La Vita Felice 2012), Quando l’estate crepa (Lietocolle 2010) e il libriccino Piccola odissea (Pulcinoelefante 2012).

Stiamo assistendo a un momento in cui la poesia sembra andare sempre più frequentemente fuori dal libro. A questo proposito, tu sei stato co-autore della prima comparsa televisiva dello slam italiano e responsabile dell’evento slam di Vogue for Milano, all’interno della Fashion Week milanese. Come si delinea il formato della poesia per eventi di questo genere?

Vedendoci – Giancarlo Bozzo, il direttore di Zelig – vedendoci in un Poetry Slam che conducevo assieme a Ciccio Rigoli in un locale milanese, ci ha visto e ci ha ci ha proposto di fare un paio di serate nel teatro di Zelig con la stessa formula. Dopo il successo della prima, ci ha chiesto di pensare a un torneo televisivo. Per me era una faccenda molto delicata, perché ero sicuro che l’associazione con Zelig sarebbe arrivata subito: “ah beh cabaret”. Ma sono anni che lavoro alla combinazione di poesia e spettacolo e così ho fatto una scelta molto severa di poeti: per prima cosa in trasmissione non è stato chiamato nessuno che non aveva già una pubblicazione alle spalle (ironia della sorte, solo la vincitrice). Chiaramente quelli di Zelig per il torneo televisivo volevano quelli che erano già stati in teatro, perché se lo meritavano. Quindi li abbiamo scelti con questi criteri: abbiamo scelto diverse età, linguaggi, voci femminili. L’idea era di offrire una panoramica più ampia possibile sugli slammer presenti in tutta Italia.

Un’opzione per la costruzione del format era quella tipica del talent, dove i performer sono trattati come dei concorrenti che devono vincere. Abbiamo invece convenuto di comune accordo che i poeti convocati sarebbero stati trattati come dei professionisti che offrono la loro poesia e ricevevano un ingaggio per la loro performance.

Quelli di Vogue invece, ci hanno visto in televisione, gli siamo piaciuti e ci hanno chiesto di organizzare un evento. Loro avevano in mente un evento di strada, che si sviluppasse sulla strada. Allora lì cosa abbiamo fatto? Era tutto intorno al nostro… cioè noi eravamo l’evento principale, la manifestazione si sarebbe svolta in centro Milano, tra corso Vittorio Emanuele e il Duomo. E così abbiamo proposto uno slot da dieci minuti: la gente si fermava, si sceglieva una giuria, vedeva i tre poeti, con il presentatore, li votava, finito lì. E alla fine noi dicevamo sempre, “chi ha vinto?” (non prendevamo il conto dei voti), “ha vinto la poesia”, finito. E partivamo col secondo giro di poeti.

Lavoriamo poi con alcuni teatri tra i quali il Teatro dell’Argine di Bologna, col quale organizziamo uno slam ogni anno all’interno della stagione teatrale; abbiamo collaborato con Coop Lombardia che ci ha chiesto degli eventi nelle sedi Coop, all’interno delle attività culturali di Coop. Quello, ad esempio, è stato il primo torneo di Poetry Slam che ha coinvolto poeti da tutta Italia, tutti pagati per il lavoro che svolgevano. Per noi è importante dare valore professionale al performer e alla sua arte, perciò abbiamo fondato SLAM Factory.

Che cosa è SLAM Factory?

L’idea di SLAM è principalmente un’idea di Ciccio Rigoli, nel senso che giorno mi ha chiamato… poi Ciccio si fa ‘dominare’ dalle sensazioni, ha molto intuito e sull’onda di quell’intuito mi ha detto: “voglio aprire un coworking, un posto dove raccogliere le persone che fanno quello che facciamo noi, un luogo fisico di riferimento dal quale partire per sviluppare il mondo underground legato alla poesia. Ci stai?” Gli ho detto “sì”. Non esisteva un luogo con queste caratteristiche e così è nato SLAM. Il mio ruolo all’interno di questa impresa è quello di sviluppare il rapporto tra spettacolo, libri, scrittura e oralità. Già stavo lavorando a qualcosa di simile con Davide Passoni: avevamo dato vita a una sorta di agenzia che poi è venuta a far parte di SLAM.

SLAM Factory è qualcosa che ancora non è ben definito, stiamo cercando di sviluppare la nostra frontiera: abbiamo intenzione di fare audiolibri, abbiamo intenzione di fare workshop, festival di poesia performativa, tour teatrali di reading. Un’altra delle iniziative, delle frontiere, è il poetry for business. Si tratta di costruire dei corsi per le aziende che declinano le caratteristiche dello slam, valorizzando aspetti quali quello del mettersi in gioco, confrontarsi, sottoporsi al voto delle altre persone, la capacità di parlare in pubblico. Creiamo un polo dove la gente arriva, si incontra, propone iniziative e… lì ci sono i poeti performativi.

Quindi se da una parte il poeta oggi per farsi conoscere ha bisogno di essere manager di sé stesso, dall’altra i manager hanno bisogno dei poeti?

Io credo di sì. Chi non ha bisogno di poesia? Questo tipo di strumento è, comunque, un esperimento: non abbiamo paura di sbagliare. È una cosa che dico sempre. C’è tutta una parte della mia poesia in cui sperimento, senza aver paura di sperimentare. Sperimentare vuol dire anche lasciarsi andare, non preoccuparsi dell’errore, del controllo. L’espressione può passare attraverso l’errore, nella consapevolezza che si possono fare tranquillamente anche degli sbagli. Intendiamoci, non è che faccio apposta a sbagliare, se non quando scrivo poesie brutte, nelle quali si persegue l’errore: lì è il fulcro della poesia.

Una delle tue raccolte si chiama appunto Poesie Brutte. Da dove viene l’idea? e perché delle poesie brutte dovrebbero interessare?

Dopo un libro più difficile, Partiture per un addio (Edicola Ediciones, 2017), avevo bisogno di “respirare” e divertirmi con una scrittura più leggera. Ho cominciato a leggere questa ‘roba’ su Instagram: è proprio una fauna incredibile di poeti interessantissimi che scrivono, fraseggiano, non so neanche come definire quello che fanno. Sono convinto che possiamo discutere ampiamente sulla qualità della poesia, però mi riservo sempre di non dire mai che cosa è o non è la poesia. Le ‘poesie brutte’ sono poesie ironiche e stupide con le quali dileggio un mezzo di comunicazione importante, Instagram, per porre l’attenzione su un contenitore che spesso ha un contenuto ridicolo, dovuto a mio avviso alla distanza tra le persone e la poesia.

Ho realizzato anche un workshop di poesia brutta che propongo da qualche anno e ho notato che le persone trovano più facile scrivere quando non hanno la tensione, l’assoggettamento creato dall’idea che il verso debba essere “bello”. Allora la rima “amore/cuore” diventa importantissima. La verità è che c’è un legame talmente sconnesso e sfilacciato tra la gente e la poesia, che è come se le persone avessero molta fame, molta fame di poesia. E quando hai molta fame mangi quello che c’è. Queste poesie “brutte”, costruite con un linguaggio immediato, agiscono su emozioni comprensibili, risultando semplici, anche sempliciotte per chi ha studiato un po’ o ha letto un po’, però hanno un grande successo perché riescono a raccogliere il profondo desiderio delle persone di emozionarsi. Quindi consapevolmente o meno, le persone che producono senza questo freno, quest’ansia, dunque sono più libere di esprimersi. Noi ci portiamo appresso questo insano rapporto con la poesia nel quale c’è sempre quest’ansia da prestazione che penso vada contrastata. (Comunque, il libro vende benissimo).

Qual è il confine tra amatorialità e professionalizzazione nella poesia slam oggi? Quanto vale il pubblico, la vincita di una sfida o la creazione di una comunità attorno al poeta? Potremmo indicare questi come criteri per capire se uno è o meno un poeta oggi?

Secondo me no, non sono criteri sufficienti. Quello dello Slam è un gioco. Se io avessi fatto solo Slam mi sarei autolimitato: prima di tutto perché gli interventi durano tre minuti e perché poi punta principalmente a ridare visibilità alla poesia e a sviluppare l’ambito orale della scrittura. Costruire un reading efficace di un’ora, per esempio, è tutta un’altra questione. Lo Slam mi ha colpito da subito perché ho trovato rivoluzionario il fatto che offriva la possibilità di confronto a chiunque con chiunque, non solamente con una élite. Siccome quando l’ho scoperta questa cosa per me era molto importante, togliere l’élite, che tutti potessero esprimersi. Poi c’è la dimensione popolare e del gioco, che è qualcosa che è sempre stata nelle mie corde. Non so se queste caratteristiche avranno un’involuzione, ma sono presenti da quando si fa slam in Italia. Attualmente si sta strutturando una grande comunità italiana, che permette di fare molte cose, come per esempio di far girare dei reading e aumentare la professionalità di chi si confronta con questa disciplina.

Quindi il pubblico, il confronto, la dimensione del gioco, ecc. sono elementi che non ‘professionalizzano’ il poeta ma diventano la prova del valore di una comunità di poeti?

Sì, non è il Poetry Slam ad essere un valore ma la comunità che si crea attorno, dalla quale può emergere una professionalità. Un libro, per farlo: devi passare da un editore… quindi si presuppone che tu faccia un passaggio nel quale il libro acquisisca una certa forza, c’è un passaggio nel quale c’è qualcuno che afferma la qualità della tua scrittura.

Mark Kelly Smith, l’inventore dello Slam, dice “superate le regole”, vale a dire non chiudetevi nella regola, la regola è solo la struttura per diffondere la poesia. Sergio Garau, presidente della LIPS, spesso sfora appositamente dai tre minuti a disposizione, perché se il movimento stesso non rinnovasse la regola resterebbe chiuso nella regola come se fosse più importante della poesia stessa. Nello Slam devi galleggiare all’interno di tutta una serie di cose: da una parte c’è la musica; da una parte c’è la regola e il gioco – vieni affascinato da tante altre influenze – può essere il rap, la performance, lo spoken in generale. Lo spoken ha tutto un mondo incredibile. Tutto questo ti porta lontano ma arricchisce gli strumenti che tu puoi avere.

Mi sono reso conto però, soprattutto a livello europeo, che gli slammer delle nuove generazioni hanno un background poco letterario: è come se questa cosa fosse partita dalla poesia e poi si fosse scostata sempre di più. I giovanissimi tendono a misurarsi principalmente con la scrittura degli slammer che li hanno preceduti e non con testi di poeti “classici”. Questa cosa è incontrollabile, ovviamente. A volte i fenomeni come lo slam hanno un andamento indipendente da chi ne fa parte. Personalmente però ho sempre tentato di dare il mio contributo per influenzare lo slam italiano. In quest’ottica è maturo ora per me proporre un dead and alive: un format in cui i poeti scelgono assieme al loro, il testo di un poeta morto. La scelta forza il poeta al confronto con un maestro e in più si ha l’occasione di presentare al pubblico poeti e testi che il più delle volte non conosce.

Possiamo mettere a confronto una frase di Marc Kelly Smith – the slam is not about making star – con una di Nathalie Heinich che ci dice, a proposito delle star, che «non sono riprodotte perché sono star, ma sono star perché sono riprodotte». Quindi i poeti li condividiamo perché sono poeti o sono poeti perché ne condividiamo le poesie?

Quello che dice Mark Kelly Smith non è quello che accade. La sua è solo una questione di intenti. Ovviamente lui vorrebbe che lo slam non creasse delle star, ma accade il contrario. Cosa non rende qualcuno una star al giorno d’oggi? Siamo in un mondo che spinge solamente a questo; produrre successo. In realtà, ci vuole una buona dose di umiltà per partecipare ad uno Slam, non è vero che il poeta slammer sale sul palco, il poeta scende dal palco perché accetta di mettere il suo testo nelle mani di sconosciuti, potenzialmente anche in quelle di un imbecille.

Ci sono invece cose che non si possono dire in uno slam?

Nello slam si può dire ciò che si vuole, ci sono temi più trattati, altri meno, temi facili e altri no. Ho vinto slam con poesie sul suicidio, sulla morte ma anche con poesie comiche. A volte si tende a uniformarsi, a non dispiacere perché se un linguaggio è vincente, il rischio è che tu diventi accondiscendente e imiti degli standard. E questo è pericoloso. Lo fa chi vuole affermarsi attraverso il medium, e non come scrittore. Certo più il tema è condiviso, più il pubblico lo sente suo e lo vota. Ma a non tutti i poeti interessano i voti.

Potremmo affermare che, se la politica e il sociale possono o meno essere presenti nel contenuto delle poesie slam, è il formato stesso dello slam o della poesia online, per le caratteristiche e le affermazioni che si porta dietro, ad avere una valenza politica? Se la politica non è nel contenuto, è nel contenitore.

L’idea della poesia per tutti è una sfida politica. Per quanto riguarda la poesia su Instagram non lo so perché al momento, anche se ha i numeri per esserlo, l’utilizzo di questo mezzo non mi sembra si possa definire politico. Invece lo slam si misura anche con la politica in senso stretto; si fanno tornei nelle carceri, nelle case SPRAR. Eventi a tema; contro la violenza sulle donne o in occasione della Giornata della Memoria. C’è tutta una parte sociale con la quale lo slam si misura senza risparmio. Nel caso di Instagram o Facebook forse la scelta politica è star fuori. In entrambi i casi avviene però un processo di democratizzazione all’accesso della poesia.

Come si risponde a chi addita questo tipo di poesia performativa come cabarettistica?

È curioso come l’associazione col cabaret debba per forza essere sminuente. Parlavo con Billy Collins, che è un poeta americano, durante un reading che abbiamo fatto insieme al Festival di poesia di Barcellona, e lui diceva, e lo dice anche in un suo libro, che l’ironia in poesia è stata ri-sdoganata da poco, ma c’è sempre stata. La gente si approccia all’ironia e alla poesia come se fossero due campi diversi: poi tu fai leggere Francesco Berni, del 1500, e questo chiude un sonetto con la rima ‘palazzo-cazzo’, e la gente dice “non è possibile che succeda questa cosa”. Inoltre, lo slam non è un concorso, la vincita non è un’attestazione di qualità. Alla fine della faccenda, è vero che c’è qualcuno che vince, ma è anche vero, che alla fine, quando hai assistito allo spettacolo (perché di uno spettacolo si tratta), lo spettatore si è confrontato con vari linguaggi, ha trovato il suo preferito che non è necessariamente quello del vincitore. Il motto dei mondiali che si svolgono in Francia dice ‘il poeta che vince il ne gagne jamais’, no: ‘le meilleur poète il ne gagne jamais’, no?

Secondo te stiamo assistendo ad un momento di rinascita della poesia o dell’attenzione verso la poesia?

Io credo che non si sia mai parlato così tanto di poesia. Detto ciò non basta parlare di poesia perché si possa parlare di rinascita. Di sicuro mi sembra fosse proprio moribonda fino a qualche tempo fa.

Francesca Sante è nata nel 1993. Si è laureata a Siena in Lingue e Letterature con una tesi sulle traduzioni di Vittorio Sereni da René Char. Continua con un corso in Economia e Gestione dell’Arte a Venezia, che conclude con una tesi sull’editoria di poesia contemporanea e le possibilità di ampliamento del pubblico della poesia. Ha collaborato come stagista con “Semicerchio”, Nazione Indiana e RadioRai3.
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