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Sull’editoria di poesia contemporanea – #2: Alessandro Burbank

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Photo by Kelly Sikkema on Unsplash

Pubblichiamo la seconda puntata dell’inchiesta sulla poesia contemporanea in Italia curata da Francesca Sante. Qui la prima parte.

Innanzitutto, da quanto tempo sei attivo all’interno del campo della poesia orale?

La prima volta che sono salito sul palco avevo sedici anni. Però è dall’università che la prendo non dico seriamente, ma abbastanza.

Quindi hai cominciato direttamente come poeta performativo.

Ho vinto un premio di poesia erotica a una festa tradizionale del Carnevale veneziano e ciò ha segnato un po’ tutto quello che sarebbe stata la mia poesia successiva. Prima scrivevo già.

Perché hai subito preferito un approccio performativo alla poesia e non hai invece seguito un percorso all’interno di circuiti più tradizionali, quindi all’interno di riviste e libri… Tu, al libro ci sei arrivato dopo.

Nasce tutto molto naturalmente. La mia prima esperienza soddisfacente nasce da questo: io su un palco in mezzo a tante persone, tutti carini, gasati. Io avevo sedici anni e quindi mi ha segnato questa cosa – punto uno. Punto due: quando poi ho approfondito delle conoscenze, anche con l’amico Julian Zhara, con cui ci siamo contaminati; lui mi dava materiale da studiare, perché era più pratico; io gli davo invece consigli su cosa ascoltare magari di rap o altri artisti del poetry slam europeo; gli ho fatto conoscere Lello Voce e lui l’ha messo nella sua tesi, ecc. Ti parlo di quando avevamo 24-23 anni. E poi – punto tre – perché non ho studiato Lettere, quindi, banalmente se non studi Lettere in un ambiente che ha, come hai detto tu, i suoi circuiti, è difficile entrarci. Perché sono principalmente circuiti universitari (ex-studenti che si mettono a fare la rivista…) e non vedono bene chi viene da fuori. Poi ho fatto un’esperienza a 25 anni con Crosspoetryqualcosa di Alessandro Mistrorigo, che ha organizzato un seminario dove ho incontrato un’altra svolta della mia carriera poetica (carriera poetica tra virgolette), che è Steven J. Fowler. Con Fowler abbiamo fatto un progetto multimediale. Da lì ho spaziato. Però io non faccio tutta questa differenza: c’è il testo della poesia e poi c’è la performance della poesia; poi c’è anche la poesia che non nasce come testo ma nasce come performance, però anche quella ha bisogno di uno specchio testuale (un cd o un libro): sono complementari.

Secondo te, oggi quanto è necessario che la poesia si ibridi con altri generi artistici per ampliare il suo pubblico? Quanto è importante che la poesia non rimanga ferma al testo?

È molto importante per due motivi. 1. Per la poesia stessa, in quanto ogni genere oggi è contaminato: se tu pensi alla musica, ad esempio, oggi è musica con il video del cantante. Purtroppo qui il poeta ha questo limite, cioè considerare il video solo come parte dell’artisticità del proprio testo e quindi non si fa dei video decenti – io compreso. Non c’è questa cosa di dire, al concerto o al reading, “chiamiamo un bravo fotografo” – gli offriamo da bere: non possiamo pagarlo, gli faremo pena, ma lui viene e ci fa le foto. Io adesso sto facendo un book di foto per presentarlo a un progetto di un istituto bancario. Ho vinto un bando e non ho foto di tutti gli eventi a cui sono andato, mentre un musicista ce le ha. Proprio nella banalità. Poi tutto ormai è ibrido, non è che solo la poesia deve rimanere pura. 2. Secondo perché è divertente. Si scoprono le altre arti, cosa che abbiamo smesso di fare. Se negli anni ’60 il legame tra arte-impresa-politica-musica-ecc. c’era (infatti l’artista principale era Pasolini, che era politica, cinema e poesia), oggi se l’intellettuale-poeta si è smarrito è anche per quello, perché se tu non ti ibridi… non sono solo altri tipi di arte, quelle sono scene, situazioni, persone. Il poeta sennò è sempre più isolato e finisce col portare in isolamento anche la poesia. Per questo io pongo parecchio al centro il poeta, non perché voglio apparire (dovrei dimagrire 30 kg per apparire in maniera decente, appaio con tutti i miei difetti), ma perché voglio portare la poesia con me, punto.

A proposito della questione delle varie scene artistiche e dell’ibridazione, della necessità di avere anche una cura della propria immagine di poeta per poterla presentare, e a proposito di questo bando che hai menzionato: il tuo caso, il tuo modo di essere poeta è singolare, secondo me, anche dal punto di vista della produzione culturale, perché prima di tutto tu vuoi fare il poeta (mi sembra d’aver capito) e basta, e poi perché per volerlo fare utilizzi delle armi moderne. Quindi, non spendi la figura del poeta mettendolo cavalcioni su un pezzo di colle, diciamo, a guardare chissàcosa, ma entri in contatto con delle aziende di trasporti per organizzarti tu stesso un tour, partecipi a bandi artistici stanziati da vari enti, ti spendi per riuscire ad avere un portfolio. Possiamo parlare nel tuo caso di poet-manager, o qualcosa del genere?

No, semplicemente le condizioni all’interno di questo sistema economico, che è quello capitalistico, sono queste. Se tu vai a vedere il video in cui Pasolini viene intervistato da Enzo Biagi e gli dicono: “e però tu critichi il capitalismo però li fai, i film”, e lui dice “è un compromesso”. Ed è anche un po’ in difficoltà nelrispondere, ma poi è sicuro nel dire che è un compromesso. Quindi così bisogna fare. Io sono una persona estremamente disorganizzata. Non vorrei essere io a farla questa roba, vorrei che ci fosse già qualcuno che l’abbia già fatta, ecco. Per necessità mi spingo a perlustrare. Infatti quando la giuria di questo bando ha visto che c’era un progetto di poesia, erano un po’ titubanti, quindi io sono stato l’unico che durante la presentazione dei progetti gli ha proprio letto una poesia. E quella cosa lì ha convinto, me l’hanno proprio detto, i decisori, e anche i due progettisti che mi hanno cercato nello speed date con cui si decidevano gli artisti. Sono con due ragazze, due storiche, che mi stanno seguendo, mi stanno scrivendo il progetto, mi organizzano le cose e io praticamente ho dovuto dare l’idea, modificarla nel frattempo. La mia intenzione iniziale era di portare la poesia all’interno di un’istituzione, perché la poesia non ha una sua istituzione: la musica ha il conservatorio, le belle arti hanno l’accademia, la poesia non è liquida. La mia intenzione era di portarla nelle istituzioni, momentaneamente, e ho scelto i musei di arte contemporanea principalmente.

Lo trovo molto interessante. Che vuol dire portare la poesia nelle istituzioni? Creare una istituzione poesia?

No, innanzitutto io non so cosa possa succedere. Non è che io la porto nelle istituzioni, la chiudo dentro e gli altri non ce l’hanno più. Capito in che senso? Perché ogni volta che si ragiona sembra che sia così: “ah, tu vuoi portare la poesia all’inferno, la vuoi uccidere”. No, ognuno fa quello che vuole con la propria idea, col proprio modo di pensare. Secondo me, portare la poesia all’interno di un’istituzione così porta gente di tanti tipi. Sono luoghi che hanno bisogno che vi siano organizzate delle iniziative. Quindi tu vai anche a colmare un bisogno. E secondo me la poesia è adatta per fare questa cosa, soprattutto il poetry slam e la poesia performativa. Infatti il progetto in questo caso è un poetry slam, che decreterà un vincitore che seguirà un percorso con dei performer e un video maker che farà un doc. Quindi hai il poetry slam da una parte come palestra e selezione, e poi il laboratorio più strutturato, una roba più d’arte diciamo.

Bene, perché nella maggior parte dei casi l’ambiente nel quale si presenta la poesia è l’ambiente pronto a ricevere la poesia e questo vuol dire che non c’è aumento di pubblico. Per avere aumento di pubblico c’è bisogno che l’ambiente ideale non sia abituato, che sia improvvisato in un certo senso.

Va costruita una sorta di comunità, una comunità che ruota attorno alla parola poesia. Quando si fa un evento di slam in una città mantieni viva la parola stessa, le dai dei confini che possono essere labili, sbagliati ecc., però continua a vivere. Mentre, se tu fai un evento con la grafica brutta, non sai sponsorizzarlo, non sai organizzarlo: ti arrivano 15 persone, a meno che tu non sia Milo De Angelis…

… a quel punto te ne arrivano trenta.

…ecco sì. In un poetry slam magari ne arrivano trenta per degli sconosciuti. È tutta un’altra dinamica che esiste. Va creata una community, uno zoccolo duro che possa crescere nel tempo e quindi creare una cultura, una scena.

Oggi è il 15 settembre (2018), sai che c’è questa iniziativa, di Arminio, di andare tutti nelle librerie a comprare poesia? Tu vai a comprare un libro oggi?

No. Non l’ho seguita, ho gli esami. Però ammiro Franco Arminio perché ha costruito attorno a sé una comunità. Non so che tipo sia, non mi dà delle certezze. Ogni tanto mi piace, ogni tanto no.

Nella questione di “costruire delle comunità”, il rischio non è quello di costruire delle comunità che invece che girare attorno alla poesia, gravitano attorno ai poeti?

Con Franco Arminio succede, con Catalano succede, con la Gualtieri succede. Però succede in maniere diverse. Probabilmente mancando i legami che dovrebbero unire una scena, la gente va dal più carismatico. Sempre Pasolini parla di “decentramento”, quando parla delle élite: quando gli dicono che la poesia o il cinema che fa lui sono indirizzati ad una élite, lui dice “sì, però delle élite decentrate”. Non per forza il vecchio significato di élite, ma la città, la provincia, la regione. Se il potere è diffuso e collegato c’è democrazia e le élite sono sparse e non sono un’unica, come dire, élite arroccata sopra il castello. Quindi, cosa voglio dire con questo? Voglio dire che se non c’è il decentramento e quindi i legami tra una scena e l’altra, avrai i singoli poeti con la loro community sparsa. Nel poetry slam (torno a ripeterlo nonostante questa cosa mi danneggi: non è ben visto il poetry slam, non è ben visto Lello Voce e le sue azioni, ecc.) si decentra: ogni regione ha i suoi referenti, è tutto decentrato, si può partecipare a progetti, si entra in un meccanismo. Chi come Arminio crea la sua community su sé stesso, può commettere l’errore di personalizzare troppo il suo pubblico, cioè che leggano solo lui e poi gli altri no.

In questi tentativi (creare e affezionarsi ad una comunità e dall’altra parte l’affezionarsi di un singolo a una figura) ci vedo un recupero dell’aura persa del poeta. Quindi li trovo molto interessanti. Ad esempio, tenendo come riferimento i fatti di Castelporziano: ad un certo punto s’è capito che il poeta non era nessuno e le persone arrivavano lì sul palco e ognuno possedeva il diritto di prendere parola…. Ecco, mi sembra che la slam poetry si fondi sullo stesso principio, ovvero sul diritto di ognuno di salire sul palco e dire la propria poesia (non quella di un altro), e con questa essere sanzionato o premiato, e in questo è molto democratico (democratico però in senso liberista). Quindi, se da una parte c’è questo processo di snaturalizzazione dell’aura del poeta, tramite il pubblico che si impossessa del suo spazio, dall’altra parte noi abbiamo, proprio attraverso questo processo, in una sorta di circolo alchemico, la possibilità che si viene a ricreare, non per il poeta ma per la comunità, di ristabilire l’aura. Però ecco la creazione di comunità ed esperienze come quella di Mariangela Gualtieri, o di Arminio o anche esperienze come quelle che tu hai fatto con Willie Peyote o Dutch Nazari, ecco possono influire nella ricostruzione della figura del poeta.

È un lavoro che si fa nel tempo. Comunque non essendoci nulla prima, queste cose funzionano oggi, che si crea un V.I.P (un very important people) e poi da lì, come dire, gli altri si uniscono. E questo è un modo. Un altro modo è lavorare sulla socialità. Però entrambi i modi possono coesistere. La dinamica Youtuber è così, o l’influencer: si creano una community e a quella vendono il merchandising, fanno le pubblicità, ecc. Comunque qui si sta parlando di poesia ed è la poesia che vende il poeta, capito in che senso? Perché nemmeno il poeta può venderla, non è un bene di consumo. Può vendere il proprio libro, capito? È strano, è un ragionamento filosofico.

Perché la poesia vende il poeta?

Perché sarà sempre più importante la poesia del poeta. Mentre la canzone è inserita in un mercato, la canzone è di consumo, quindi ogni artista lavora affinché si crei il proprio pubblico, e gli fa comprare il cd. (c’è tutta una serie di passaggi: il singolo, Spotify…), il poeta cosa può fare oltre a fare il proprio libro? Deve solo essere il poeta. Quindi ci deve essere nella cultura qualcuno che dice “supportiamo questo tipo di artista”. Questa è la base del discorso, poi io cerco, personalmente, di creare altre situazioni, tipo il reading. Adesso gli artisti che hanno fatto troppi poetry slam e non ha più senso farli (per loro si è svuotato di significato), si dedicano più ai reading, e sono già sette-otto. Cioè, nella scena del poetry slam i pochi che hanno iniziato (Garau, io, Matteo di Genova, Paolo Agrati…) si sono creati il proprio reading. Capito in che senso? Quella è una “merce”, quindi utilizzi lo schema del teatro, del monologo, però non sei a teatro. Quindi devi entrare nelle situazioni degli altri, perché la poesia così com’è non ha un suo schema di mercato.

La ricerca di un ampliamento per il pubblico della poesia può, in un certo senso, coincidere con il ristabilire un ruolo per la critica, che si riapproprierebbe di alcune pratiche funzionali all’accrescimento (numerico e qualitativo) del pubblico? Ad esempio: il poeta slam, che si sta facendo conoscere, arriva alla pratica del reading e tramite questa arriva magari alla pubblicazione. Quindi la ricerca dell’ampliamento del pubblico della poesia attraverso lo slam, è in realtà una ricerca per ristabilire un percorso, una filologia critica?

Certo. Però la critica è scomparsa anche dove dovrebbe esserci. A meno che non sia la critica accademica delle riviste che costano 50 euro al mese, che non legge nessuno.

Certo va riformulata.

Quel sistema lì è un sistema chiuso, finito, ed è ovvio che fuori nascano, proprio perché la poesia viaggia, delle situazioni senza critica, completamente a-critiche. La critica nasce quando quelle situazioni lì diventano importanti. Come nel Rap. Non è che nei siti di critica Rap, come Rockit, c’è della critica o si analizzano i testi, perché non è una critica accademica. Se sta nascendo, è solo come conseguenza. Perché uno dovrebbe aprire un sito sulla musica? Perché la musica è molto seguita. Una volta Nazione Indiana era molto seguito, adesso avrà dieci visitatori al giorno, per guardarsi le vecchie robe. Quindi secondo me andrebbe ricreato un entusiasmo su qualcosa, che adesso è il poetry slam, adesso è la chiave. E poi si comincerà a dire: nel poetry slam c’è un Ciccio Rigoli, che tu magari non conosci, che fa poesia comica, e al lato opposto c’è un Julian Zhara che anche ha fatto i poetry slam e ha la cantillazione, tutta la sua ricerca, tutte le sue cose. Come uniamo questi due mondi? E inizia la critica a parlarne con la scusa di questo poetry slam. È una cosa anche con radici storiche. L’entusiasmo sopra la poesia come si traduceva nel passato? C’erano le lettura pubbliche, le sfide di ottava rima, i festival ci sono sempre stati. Io avevo ritagliato in un giornale un articolo che si chiamava “Il gondoliere dantesco”: un gondoliere che per incartare il pesce aveva trovato un foglio della Divina Commedia e ha cominciato a leggerlo e poi è andato da chi gli ha dato la carta e gli ha chiesto le altre pagine e ha voluto attraversare il Po per andare a Firenze a recitarla, a questo festival, solo perché era una cosa bella da fare. Solo che c’erano i Lanzichenecchi, l’hanno bloccato mille volte, vabbè. Però per dirti: c’era un entusiasmo attorno alla lettura pubblica. Anche la questione dell’evento, l’happening, anche lì si incrociano gli argomenti. L’urlo di Ginsberg è stato presentato in un museo perché era lì che si facevano gli happening, lì c’era fermento e hanno deciso di presentarlo lì perché sapevano che la gente sarebbe venuta. Non alla libreria di Ferlinghetti.

Quindi tu vedresti la poesia più nei luoghi dell’arte.

Sì. Mi piacerebbe portarla dove non c’è, e un bel mondo è quello dell’arte contemporanea, anche per questioni estetiche. L’arte contemporanea oggi sta andando verso l’immateriale però c’è arrivata prima la poesia. L’immateriale è la manna della poesia perché la poesia è voce, suono, ecc. quindi sarebbe un discorso interessante da fare se gli artisti contemporanei si interfacciassero con i poeti.

Dal punto di vista delle persone, il libro di poesia, così come la galleria d’arte potrebbero essere visti con simile respingimento. Nel senso che non tutti si sentono autorizzati ad entrare in una gallerie d’arte, così come non tutti si sentono autorizzati a comprare un libro di poesie.

Ma è proprio questo: il farsi forza a vicenda. Creare una nicchia, un qualcosa.

Possiamo dire che nell’arte premi il tempo, quindi la dedizione che ci metti nelle cose (guardando anche il tuo percorso)? Mi sembra che tu ti sia impegnato molto durante questi anni.

Avrei potuto fare di più ma sono pigro. Sì però. Il tarlo non me lo leva nessuno: a portare la poesia in pubblico ci penso tutti i giorni, sempre. Ho fatto l’1% di quello che ho pensato, purtroppo.

Perché hai deciso di pubblicare con Interno Poesia?

Perché credo che Andrea Cati sia, intanto un coetaneo, e uno che ha capito (potrebbe fare molto meglio) come fare le cose fresche: interagire bene con i social, cercare di creare un percorso per diventare il più bravo. Anche se ha dovuto pubblicare e ha pubblicato i poeti che non mi piacciono (e io non piaccio a loro, probabilmente), però ho visto qualcosa in lui. E poi perché conosce tanta gente, ha un bacino di utenza social molto ampio. È nel mio interesse, non so, organizzare dei workshop, andare in giro con il libro nei posti che non conosco… se io pubblicavo con un’altra casa editrice mi dicevano “ciao, smezziamo, fai tu”. Invece Andrea ti fa un contratto di un certo tipo, ti regala i libri e ti dà delle presentazioni. Io devo ancora pubblicare e ho già tre presentazioni a Milano. È andato a New York, all’Einaudi di New York e ha portato i suoi libri lì. Capito in che senso? Ha spirito di iniziativa.

Ultima domanda. Con Dutch Nazari hai fatto questo spettacolo per ragazzi che si chiama “La poesia italiana da Montale a Gué Pequeno”, mi spieghi un po’ cos’è?

Un’associazione di Cesena che sta organizzando con l’Università dei reading, “Uni Reading”, in cui la qualunque poteva prendere un libro e leggerlo al bar. Questo evento ha avuto grande successo e con i proventi di questi eventi hanno cominciato a chiamare degli ospiti. Quello dei Pop X ha letto Cattaneo (avrei voluto esserci) e hanno chiamato anche Willie che si è detto “che cazzo faccio”. Poi ha saputo che io e Dutch al salone del mobile di Milano abbiamo improvvisato una serata in cui io leggevo le canzoni trap e anche i miei testi e Dutch leggeva i suoi, ed era una serata nell’atelier di un amico ecc. ed era andata bene. Quindi Willie ci chiede di fare una cosa insieme. Ci siamo trovati a casa mia e abbiamo deciso di leggere le canzoni raccontando aneddoti, che era quello che facevo io sui social, non so se li hai visti: ho fatto dei video in cui nel buio io leggevo canzoni brutte della Dark Polo Gang. Abbiamo deciso di fare un percorso a temi (canzoni d’amore: passato, presente e presente più presente) e in mezzo mi mettevo e leggevo poesie inerenti ad ogni tema.

È vero il cliché che la poesia la leggono solo poeti, aspiranti poeti ed addetti ai lavori?

Ma magari la leggessero tutti i poeti e gli aspiranti poeti, la poesia. Spesso non è neanche così. Spesso, sai cosa? Chi mi ha dato più soddisfazione sono gli scienziati. Soprattutto nei reading incontravo studenti di scienze che frequentavano librerie e teatri e molti mi hanno detto: io sono tutto il giorno in laboratorio e voglio evadere da quella situazione con qualcosa che mi corrisponda anche a livello intellettuale.Perché uno scienziato non è uno scemo, anche se non ha una coscienza letteraria, e quindi viene attirato dalla poesia.

Perché c’è bisogno di ampliare il pubblico della poesia?

Domandona. Ci sono tanti motivi: uno politico, la poesia è un termometro di come può essere una società. Immagina una società in cui il 30% delle persone legge Magrelli e oltre Magrelli legge Catalano, Gualtieri, Valduga, cosa potrebbe essere? Se ai reading va tanta gente, se c’è fermento, se si parla di lettere, si vendono i libri. È un termometro, quindi più si porta la poesia alle persone più la società sta bene.

Credi che siamo in un periodo di rinascita ed apertura nei confronti della poesia?

Dipende. Un po’ sembra, anche per questioni pratiche. Hanno pubblicato di recente per Mondadori dei saggi divulgativi: Francesca Gente La poesia è un unicorno, molto carino, pieno di esperienze personali, poi lei è una precisa e ci sa fare; poi adesso Bompiani sta pubblicando la Silvia Salvagnini, anche lei tra l’altro ha uno spettacolo e si è fatta lei interessante sul profilo social, perché ha fatto tutta una campagna con mini-video, non so se hai presente.

Ho scoperto di recente il suo libro nella libreria di Roma Termini, dove ogni tanto capito. E io ricordo lo scaffale della poesia due anni fa, era uno scaffaletto piccolo e ho visto che hanno ampliato agli altri scaffali ai lati creando una sorta di quadrilatero della poesia, con testi in evidenza. C’erano: Francesca Genti, Salvagnini, i Poeti del Trullo, Poesie per ragazze di grazia e di fuoco…

Questo ad esempio l’hanno curato due ragazzi della scena slam di Bologna, che sono anche due studenti di letteratura.

Non l’hanno curato, hanno influito come traduttori, a me questo ha colpito. Le trovo tutte azioni editoriali molto interessanti, perché è come se la grande editoria si interessasse alla poesia nel momento in cui questa ha già tutte le carte per diventare remunerativa. Rizzoli ha fatto una cosa molto intelligente perché ha cavalcato l’onda di “le storie della buonanotte”, qualcosa del genere, che è un libro per bambine e ha creato la versione adolescenziale semi-adulta, con delle poesie, facendole curare da Eugenia e Tommaso che hanno già una loro posizione all’interno dell’ambiente, per guadagnare un po’ di pubblico.

Fai bene a notarlo, però secondo me quello della Rizzoli è un test. Perché è una roba internazionale e ci sono anche dei testi più strutturati all’interno. Non è la roba della Rupi Kaur o Sole. Quelle sono poetesse slam, sono tra le migliori.

Sì è un esperimento editoriale però vuol dire che io casa editrice grande, io Bompiani, io Rizzoli, io Mondadori, sto fiutando qualcosa e ci sto provando. Quindi, secondo me, in questo senso, siamo in un periodo di apertura anche dal punto di vista delle grandi case editrici. Teniamoci aggiornati.

Grazie a te. Fammi sapere.

Francesca Sante è nata nel 1993. Si è laureata a Siena in Lingue e Letterature con una tesi sulle traduzioni di Vittorio Sereni da René Char. Continua con un corso in Economia e Gestione dell’Arte a Venezia, che conclude con una tesi sull’editoria di poesia contemporanea e le possibilità di ampliamento del pubblico della poesia. Ha collaborato come stagista con “Semicerchio”, Nazione Indiana e RadioRai3.
Commenti
2 Commenti a “Sull’editoria di poesia contemporanea – #2: Alessandro Burbank”
  1. sergio falcone scrive:

    Ho in mente di chiedere asilo politico. Ovunque.

  2. ufficio espatri scrive:

    Prego dottor Falcone,
    a sua completa disposizione.

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