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Sull’editoria di poesia contemporanea – #3: Franco Arminio

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Photo by Peter Lewicki on Unsplash

Pubblichiamo la terza puntata dell’inchiesta sulla poesia contemporanea in Italia curata da Francesca Sante. Qui la prima parte, qui la seconda.

Sto cercando di capire se ci possono essere delle possibilità di ampliamento per il mercato editoriale e per il pubblico della poesia. Quindi ho pensato alla sua figura in quanto notoriamente impegnata in questo senso, sia attraverso azioni tipicamente editoriali, che attraverso azioni fisiche, sul campo. Per la sua persona si può parlare di militanza poetica?

Io non è che posso dire granché sulle cose che faccio, spetta agli altri giudicarle. Sì, certo, a parte scrivere libri, e quindi ovviamente offrire l’opportunità a chi vuole di comprarli. Poi rispetto alla poesia faccio certe azioni per sensibilizzare la gente. Nel caso della poesia, appunto, l’interesse verso la poesia a me fa piacere. Fa piacere se si leggono più libri di poesia (non solo i miei). E con la paesologia, quindi andando in giro e raccontando queste questioni, c’è qualcuno che poi si appassiona e magari cerca anche in questo caso di argomenti miei o anche di altri. C’è un intreccio di azione letteraria in senso classico e azione letteraria intesa in senso un po’ nuovo, che utilizza anche la rete. Ci sono tre canali: la scrittura, la promozione attraverso la rete e la promozione con festival (ad esempio con le azioni che ho proposto per il 15 settembre “Assalto alla poesia”). Queste cose sono nel solco che dicevi tu, cioè tra militanza e azione classica, nell’idea che c’è una possibilità di ampliare la fetta dei lettori. Io penso che la poesia non è che possa avere milioni di lettori, ma può averne di più di quelli che ha avuto negli ultimi decenni. Questo mi sembra abbastanza evidente.

Quanto sono importanti per lei i social network nella diffusione della poesia e quanto questi hanno effettivamente influito rispetto ai risultati delle sue azioni?

Questo, magari, non è che si può pesare, se non a occhio, perché dipende da quanto tempo si investe sui social. Io ci ho messo poesie quasi tutti i giorni per molti anni; certe poesie le ho scritte direttamente su Facebook, quindi nel mio caso sicuramente ha avuto un peso. Parliamo anche di un investimento molto massiccio, io ho perso veramente tanto tempo su Facebook e quindi molti lettori sono arrivati anche da lì.

Lei che opinione ha e cosa pensa di altri tipi di poeti o fenomeni poetici che abitano il mondo dei social? Parlo degli instapoet, ecc.

Li conosco poco, quindi francamente non mi sento di dire niente. Tipo Catalano e queste robe qua non le ho mai lette, quindi mi sembra poco corretto da parte mia esprimere giudizi. Se è già un giudizio dire che non li conosco, non li conosco. Mi son sempre fidato della poesia con la “P” maiuscola, cioè Caproni, Penna, Montale… Stando tanto su Facebook di mio, non ho mai avuto il tempo di andare mai a vedere cosa fanno tanti altri. Può anche sembrare presuntuoso da parte mia ma è la verità, non li ho mai letti, non ne so nulla e se li incrocio non mi soffermo.

Glielo chiedo perché quello che ho notato è che il mondo di internet e dei social network è popolato da qualsiasi cosa, e quindi la capacità di stringersi attorno un pubblico, di creare delle comunità, e quindi dare un valore sociale alla poesia, risulta interessante. Il suo caso ne è un esempio. E come la sua esistono altre esperienze, di diverso tipo, ma che lavorano su questo stesso fronte.

Hanno forse anche un altro pubblico rispetto al mio e comunque sono operazioni che non riesco a giudicare (né in positivo, né in negativo) perché non ne ho una conoscenza approfondita, ma nemmeno superficiale, quindi su questo sospendo il giudizio.

Lei crede nel cliché per cui un lettore di poesia è di solito un poeta, un aspirante poeta o comunque un addetto ai lavori?

Ma no, perché, anzi quelli che comprano meno libri sono proprio i poeti. Io penso che sono delle persone, soprattutto donne, che si avvicinano alla poesia e che trovano nella poesia qualcosa che è nelle loro corde; c’è poi una componente di gente che scrive. Anzi, se uno scrive pensando di invitare i poeti a leggere abbiamo sbagliato percorso. Anzi, se tutti i poeti leggessero si dovrebbero vendere decine e decine di migliaia di copie e così non è.

Il festival La luna e i Calanchi, come anche l’iniziativa “Assalto alla poesia” o altre simili che lei ha proposto nel tempo, hanno portato a dei risultati in termini di pubblico?

Il festival sì, sicuramente: se non c’era per Aliano era sicuramente peggio. Poi sono nati altri festival ispirati a quello. Fai una cosa in un posto con delle persone, poi rimbalza da tutt’altra parte dieci anni dopo. Quindi la misurazione degli effetti, a parte gli introiti immediati dei bar, non può essere misurata espressamente. Il discorso sui paesi è incardinato sulle cose che faccio io (ovviamente può non piacere, forse è un discorso del tutto inutile, ma questo è un altro discorso) e da questo punto di vista è difficile oggi sostenere che ci siano altri autori o altri operatori, anche intellettuali, che abbiano abbracciato in modo così pieno questa faccenda. E la poesia è un pezzo di questa operazione.

Chiaramente i suoi libri ne hanno giovato.

Sì e no, se i libri erano buoni… Per esempio, io ho fatto anche dei libri più difficili che hanno venduto poco. Questo qua, Cedi la strada agli alberi, è un libro che di suo ha trovato un pubblico. Non è che andare nei paesi significa avere automaticamente il lettore, anzi, se uno va a vedere chi ha comprato il libro, nei piccoli paesi l’avranno comprato pochissime persone. Quindi non è che influisce sulle vendite il fatto di fare conferenze o seminari in giro, o comunque influisce in maniera molto minima. Chiaramente altri libri, come Terracarne, avrebbero dovuto vendere molto di più di quello che hanno venduto – perché quello era un libro specificamente sui paesi.

Il tipo di azione, ma anche il modo in cui lei dà contenuto a queste azioni, ha un preciso valore politico e sociale. Quanto conta che la poesia assuma il senso di un’azione politica adesso?

Conta, perché nel momento in cui vanno in crisi altri canali – la chiesa è pure abbastanza in crisi – è chiaro che la poesia diventi anche un lievito comunitario, che serva a orientare un minimo alcune persone al bene, al meglio. Poi, a dir la verità, come popolo siamo molto emotivi; la poesia è una disciplina molto orientata all’emozione e quindi crea un margine di fede ed è utile. Però io la legherei ad altre cose, la legherei alla politica: non la poesia come gioco linguistico, ma una poesia comunitaria, che parla alle persone. Quindi bisogna anche mettersi d’accordo su cosa sia. Come la intendo io può avere un ruolo, a differenza della poesia stucchevole, che si legge spesso, che è gioco fine a sé stesso e lascia il tempo che trova e mi sembra giustamente destinata all’oblio. Non interessa nemmeno agli addetti ai lavori. In fondo ogni autore si occupa delle sue poesie o poco più.

Quindi secondo lei è più semplice dirigersi verso un ampliamento di pubblico che verso un ampliamento del mercato: il primo è qualcosa che effettivamente, se qualcuno si spende, alla fine c’è un ritorno, un ritorno d’attenzione; per quanto riguarda il secondo (anche perché siamo abituati alla gratuità), è più dura.

Certo, è più dura. Vendere libri è difficilissimo. Anche per chi di norma li vende o li ha venduti una volta, ogni volta è difficile, soprattutto se fai letteratura. A me non interessa la quantità di lettori: mi interessa la militanza dei lettori, mi interessano persone che incarnano quelle idee e le portano avanti e investono non solo nell’acquisto nel libro, ma investono emotivamente anche con scelte di vita. Sono contento perché qualcosa sta accadendo. Ma ripeto, non sono la persona più adatta a misurare queste cose, poiché le cose che stanno accadendo adesso magari saranno più chiare tra qualche anno.

Può dare la definizione di “paesologo”?

Il paesologo è una persona attenta ai luoghi, ai paesi, cioè a luoghi che spesso non ricevono attenzione nemmeno da chi li abita. E questa attenzione è rivolta a questi paesi nell’idea che questi paesi non sono le retrovie del mondo, un luogo arretrato, ma possono essere luoghi del futuro: i luoghi dove nascerà quello che io chiamo “nuovo umanesimo delle montagne”. Quindi si tratta di una disciplina secondo me d’avvenire, non è rivolta al passato. È una forma di attenzione alle cose che stanno nello spazio, quindi tutto: dal lampione alla macchina parcheggiata, a un cane, a una sedia sulla strada. È una disc0iplina abbastanza nuova perché il sociologo si interessa della società, l’economista dell’economia, lo psicologo della psicologia. Una disciplina che studia le cose appoggiate nello spazio. L’architettura si occupa solo delle case. La paesologia è una disciplina: si occupa di tutto quello che si trova appoggiato nello spazio esterno.

Ultima domanda, perché c’è bisogno di poesia?

Perché la poesia ha a che fare con il sacro, con l’arcaico, con dei sentimenti profondi nell’uomo che sono inestirpabili, anche nella società consumistica, desacralizzata, disincantata in cui viviamo. Finché questi sentimenti non sono morti la poesia li descrive e ci sarà sempre più bisogno di poesia. È una diga contro la miseria spirituale.

 

Francesca Sante è nata nel 1993. Si è laureata a Siena in Lingue e Letterature con una tesi sulle traduzioni di Vittorio Sereni da René Char. Continua con un corso in Economia e Gestione dell’Arte a Venezia, che conclude con una tesi sull’editoria di poesia contemporanea e le possibilità di ampliamento del pubblico della poesia. Ha collaborato come stagista con “Semicerchio”, Nazione Indiana e RadioRai3.
Commenti
2 Commenti a “Sull’editoria di poesia contemporanea – #3: Franco Arminio”
  1. sergio falcone scrive:

    Sull’argomento, ha ragione Alfonso Berardinelli.

  2. Elena Grammann scrive:

    “I suoi libri ne hanno giovato”?
    Fra Sante che scrive “i libri ne hanno giovato” e Luca Pantarotto che intervistando Stefano Trucco si “chiede le domande”, io mi chiedo (seriamente) chi è questa gente che scrive su un litblog dal titolo sparato in aria come M&M.

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