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Sull’editoria di poesia contemporanea – #4: Franco Buffoni

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Ed ecco la quarta puntata dell’inchiesta sulla poesia contemporanea in Italia curata da Francesca Sante. Le interviste precedenti sono qui: la prima, la seconda, la terza.

Franco Buffoni è qui interpellato non come poeta, né come traduttore, né in qualità di critico, ma in un’ulteriore sfaccettatura della sua figura intellettuale, quella forse meno approfondita al momento, per quanto da sempre presente: ovvero nel suo ruolo di editor di collane di poesia e dunque di operatore culturale della poesia. Una qualità che deriva probabilmente dal suo essere mediatore culturale tra le lingue, dunque traduttore. Esemplare da questo punto di vista è l’antologia da lei curata, Italian Contemporary Poets, che lei ha voluto e curato in inglese, e che è un tipo di testo diretto e pensato più che per il pubblico di lettori di poesia per l’ambiente dell’ambasciata, dell’Istituto Italiano di Cultura e della fiera del libro, con la quale si vogliono far conoscere le varie voci italiane a un possibile mercato estero. Lei ha anche curato antologie di poeti italiani tradotte in russo, cinese, spagnolo, arabo, ebraico,per volontà del Ministero dei Beni Culturali in accordo con il Ministero degli Esteri. Qual è il senso del suo impegno come operatore culturale all’interno del mercato della poesia? Cosa ha fatto sì che intraprendesse questo ruolo?

Questo tipo di ruolo è venuto da sé, in seguito a mosse precedenti. Quindi il fatto di essere poeta, un accademico, il fatto di avere sempre frequentato come donatore di idee la piccola, la media, la grande editoria, questo ha fatto sì che in età abbastanza giovane io abbia cominciato con l’esperienza dei Quaderni di Poesia Italiana Contemporanea che risalgono ormai ai primi anni ’90 e poi appunto alla curatela di antologie sempre mirate a un target specifico; lei ha ricordato quelle appunto in portoghese, cinese.

Che rapporto c’è tra i quaderni e la collana che lei cura per Interlinea?

Si tratta di due iniziative che hanno radici molto diverse. I Quaderni nascono da una costola della rivista Testo a Fronte, che tuttora è esistente. La rivista Testo a Fronte aveva due collane: i Saggi di Testo a Fronte e i Testi di Testo a Fronte (una collana creativa e una collana saggistica). Nella collana creativa, poiché la rivista andò in attivo – che sembra di parlare di fantascienza oggi, ma agli inizi degli anni ’90 succedeva, perché Umberto Eco ci fece una bustina di minerva sull’Espresso – avevamo 400 abbonamenti, pensai “cosa devo fare per farla andare in passivo e farla stare nella tradizione?” – “La collana di poesia”.Mi sembrava l’ideale. Invece anche la collana di poesia è andata bene, tant’è vero che dopo quasi trent’anni siamo qui ancora. È andata bene perché è venuta fuori questa formula delle sette sillogi di sette autori giovani, in un volume unico.Fanno sinergia: nel senso che il segreto dei Quaderni è che tu hai ogni autore che lavora anche per gli altri sei, perché ogni autore promuove il libro perché c’è dentro la sua raccolta, però promuove le sei raccolte degli altri autori. E quindi questa capacità di diffusione non l’avresti mai col volumetto singolo. A marzo uscirà il quattordicesimo Quaderno, significa 28 anni di vita, significa: moltiplica 14 per 7 e viene fuori tutto quell’elenco di cento autori che abbiamo pubblicato in questi anni. I giovani di trent’anni fa adesso hanno 55 anni insomma. È passata dai Quaderni tutta la poesia italiana degli ultimi trent’anni. Però la tua domanda verteva sulla differenza con l’altra iniziativa, che è un’iniziativa di natura completamente diversa. Nel senso che i Quaderni hanno avuto una struttura collettiva sin dall’inizio, collaborativa, con un comitato.

Negli ultimi 5 anni è entrato Massimo Gezzi, che essendo più giovane finisce col subire l’urto di maggior affluenza dei dattiloscritti, tutto per via telematica, ovviamente, e poi cominciamo a diventare operativi noi del comitato storico, con i miei due colleghi Umberto Fiori e Fabio Pusterla e con i due editori Marco Zapparoli e Claudia Tarolo, che è il direttore editoriale di Marcos y Marcos. Io faccio da coordinatore e fondatore e mi prendo tutte le responsabilità degli errori; le cose belle le condivido. C’è un comitato e quindi ciascuno dà un giudizio di lettura, si devono mediare varie spinte, varie idee, varie condizioni nella situazione editoriale del momento. Una situazione collettiva è come un partito politico. Chi fa il coordinatore, come nel mio caso, deve mediare, mediare, mediare.

E questo lo faccio da trent’anni. Mentre invece la collana Lyra Giovani è una cosa molto più leggera, è una cosa nata con un altro editore, che come Marcos y Marcos era un piccolo editore, ma dopo trent’anni è diventato un editore medio, cioè Interlinea, col quale io collaboro già da molti anni. Poi parlando con il direttore editoriale, che è Roberto Cicala, ho detto: “beh una collana Lyra Giovani si potrebbe fare”, puntata proprio ai giovani, alla coniugazione tra innovazione e tradizione, e il direttore editoriale, anche patron della casa editrice, ha accolto l’idea e quindi diciamo che questa operazione ha un segno e una natura completamente diversa rispetto ai Quaderni. Qui sono io da solo a decidere. La sigla penso che sia proprio quella coniugazione tra tradizione e innovazione. Questa coniugazione tra tradizione e innovazione può essere grossomodo di due tipi: una coniugazione di tipo stilistico-formale (l’esempio di Zhara che dal punto di vista metrico è un caso praticamente unico nel panorama italiano, perché è diventato forse il più interessante autore per quanto riguarda la ricerca metrica e non è di madre lingua italiana). Ma sono un po’ i miei casi: io seguo molto anche per esempio la Jhumpa Lahiri nella Guanda e poi sempre nella Guanda Helena Janeczek. E gli esiti sono interessanti. E ripeto, quindi: un’innovazione di tipo stilistico e una di tipo contenutistico.L’altra possibilità di innovazione che ho individuato è nel libro di Giovanna Cristina Vivinetto, che ha fatto un vero e proprio exploit sul piano dell’interesse critico e dell’interesse mediatico. Giovanna ha una scrittura molto sulla linea della tradizione italiana: Giovanna a me ha ricordato molto la scrittura anni ’60 di Dacia Maraini, con Rivendicazione Femminista, oppure la scrittura poetica di Primo Levi (lui aveva alle spalle addirittura la rivendicazione della persecuzione ebraica). È il primo poeta trans italiano, non c’è niente da fare, e anche nell’Europa occidentale non è che ci siano molti altri esempi di poeti trans a questo livello. Quindi certamente un’innovazione di tipo contenutistico: ti racconto una storia che nessun altro ha raccontato prima in poesia. Quindi prendendomi tutte le responsabilità, perché poi quando le cose vanno bene e il libro ha successo è bello, fa piacere, ma quando tu lo porti a un editore e dici: “voglio pubblicare questo libro”, in quel momento tu ti assumi una responsabilità enorme. Anche perché queste cose si fanno per puro spirito di servizio. Non è che io ricevo uno stipendio; io lo faccio perché credo nella diffusione della buona poesia, nella diffusione dell’arte in genere. Tutta la vita mi consumo in questa direzione. Quindi la collana Lyra Giovani si aggiunge ai Quaderni. Abbiamo iniziato con Marco Corsi e Maddalena Bergamin, poi Zhara e Vininetto, Borio e Jacopo Raimonda, altri due giovani poeti molto interessanti: Jacopo Raimonda e Maria Borio, che ha costruito un paradigma quasi filosofico, puro, trasparente che sarebbe tesi, antitesie sintesi sostanzialmente, un libro che mi ha appassionato fin da subito […], al di là del fatto che Maria Borio è una notevolissima testa critica, ma questo mi è successo anche per la Claudia Crocco che ho messo nel penultimo Quaderno.

Chi arriva alla scrittura con un approccio critico e con un percorso ragionato così composto e forte, non ha un che di anacronistico rispetto al dilettantismo dilagante?

Perché dice anacronistico? Beh, potremmo aggiungere anche Gilda Policastro, ho pubblicato anche lei. Ne abbiamo già dette tre e mi sembrano tre pezzi da novanta. Io mi sento rassicurato dal punto di vista della critica con loro, con caratteristiche tutte diverse peraltro. E questo mi permette di darti una notizia in anteprima, una chicca. Chiudo con la programmazione dei libri di poesia prima. Allora, con Milano Bookcity facciamo i due nuovi libri: Jacopo Raimonda che è un giovane che scrive poesia in prosa, sulla linea di prosa in prosa del gruppo gammm, che adesso si è sciolto (ormai tutti quelli del gruppo gammm sono cinquantenni, da Zaffarano, Bortolotti, Andrea Inglese, Andrea Raos, Marco Giovenale); questo ha trent’anni e forse è quello che si ricollega di più a Giampiero Neri, che ha novant’anni e che ha fatto di prosa in prosa in Italia il genere. Neri è tuttora operativo ed è uscito da Garzanti con il libro precedente al mio,siamo compagni di collana. Poi è sempre bene non pubblicarsi nelle proprie collane, è sempre bene che ci siano altri che ti pubblicano.

Alcuni la ritengono un’azione importante di critica culturale che l’autore fa nei confronti di un contesto che non ha interesse a offrire una collocazione a un certo tipo di proposte. E chiaramente non stiamo parlando dell’ennesimo romanzo che poi trova sfogo nella piattaforma di self publishing

Guarda, io da questo punto di vista ho sempre avuto un atteggiamento molto… Io amo molto la piccola editoria (questo si capisce dalle scelte che ho fatto), però sono anche convinto che per potersi affermare e potersi far leggere in modo ampio occorra ogni tanto uscire con la grande editoria. Per cui ho sempre giocato su due tavoli, perché ho pubblicato tre raccolte da Guanda, due da Donzelli, due da Interlinea ma allo stesso tempo il grosso della mia produzione, i libri più importanti, sono usciti da Mondadori, ne Lo Specchio, negli ultimi 25 anni. E riuscire a scrivere dopo aver pubblicato L’Oscar riassuntivo non è stato facile. Per me la piccola editoria e la grande editoria si tengono nel senso che svolgono ruoli diversi. A me piace molto l’editoria di ricerca e inevitabilmente non può essere altro che piccola editoria. Ora il prossimo progetto che mi hai fatto venire in mente tu quando hai sottolineato delle scrittrici poetesse, con forte coté critico (e abbiamo citato la Policastro, la Crocco…), è di fare una collana di saggistica volta anche a questi autori giovani che sono anche dei critici. Attualmente l’editore, Interlinea, vorrebbe mettere delle solide basi e chiedeva a me se avevo un libro nuovo di saggistica io per inaugurare la collana. E io ce l’ho nel senso che non ho mai fatto un mio libro con i miei scritti di poetica e ce ne sono parecchi. Adesso stiamo studiandola, la collana, ma se il progetto va in porto dovrebbe aprirsi con questo Scritti di poetica e più un titolo che ancora non ho ma che verrà. Da qui vorrei pubblicare il libro della Policastro. Poi ci sono altre idee: c’è una cosa molto variegata di Gianluca D’Andrea, mai entrato nei quaderni che hanno la deadline della data di nascita, inevitabilmente. E l’editore, ha i diritti degli scritti critici di un autore come Sebastiano Vassalli in catalogo, mai pubblicati. Dunque, potremmo inaugurare la collana così e poi a seguire mettere questi autori giovani. Questo non l’ho mai detto a nessuno perché la stiamo ancora studiando. Ma non so se l’editore lo vorrà fare.

Che poetiche si possono rintracciare al momento nel panorama contemporaneo?

Nel Novecento, la definizione più chiara l’ha data Luciano Anceschi: “La riflessione che gli artisti e i poeti compiono sul proprio fare, indicandone i sistemi tecnici e le norme operative, le moralità e gli ideali”. Io sono un anceschiano convinto. Non è una domandina semplice. Direi che ancora viva, visto che tu stai parlando con me, e io ho fatto una nota finale dentro La linea del cielo, entro cui io mostro come le mie radici poetiche siano anzitutto saldamente legate ai miei maestri lombardi (Sereni, Erba…) e poi come la mia Linea Lombarda si intersechi con una cosiddetta Linea Appenninica. “I sistemi tecnici e norme operative” per me rimangono legate all’officina di poetica di Linea Lombarda, però “moralità e ideali” trovano maggiore consonanza con una “Linea Appenninica” che se vogliamo parte addirittura dalla Trieste di Saba, giunge alla Bologna di Pasolini e poi attraverso la Perugia di Penna arriva alla Roma di Bertolucci e Bellezza. E questa per me è la base, poi ho costruito altro. Per me la poetica è qualcosa che deve essere lì perché fa parte del tuo background più intimo, oltre che l’aspetto tecnico che per un poeta è fondamentale. Ci tengo molto a questo punto. Esiste proprio una consistenza morale nelle cose e la consistenza morale, l’etica, è qualcosa che viene dall’interno e si consustanzia poi alle parole, visto che siamo scrittori, ma che deve essere sentita sennò suona falsa.

Quindi senz’altro questa poetica in autori più giovani la riconosco. Poi esiste una poetica neo-orfica che ha continuato, se vogliamo rimanere agli autori miei coetanei, quello che ha rimesso in moto il neo-orfismo in Italia è stato Milo De Angelis, poi ce ne sono altri. C’è stato un coté mito-modernista con Giuseppe Conte. Questi sono già tre esempi di poetica, perché De Angelis ha fatto scuola. E poi questo mito-modernismo contiano, che in qualche modo secondo me si è esaurito subito e non è una linea di poetica che personalmente prediligo o approvo, però ne constato l’esistenza. Poi tutto quello che riguarda l’aspetto neoavanguardia. Non si può negare che sia esistita una poetica neoavanguardista con Sanguineti e Balestrini. Sto parlando a grandi linee. Tutto questo ha prodotto degli epigoni: Gabriele Frasca viene da quel crogiuolo e anche tanti più giovani, come quelli di prosa in prosa, di cui ti ho fatto i nomi prima, fondamentalmente si rifanno a questa poetica, poi ciascuno… perché poi vedi la poetica è come un gioco di scatole cinesi.

Si può rintracciare una poetica in ogni tipo di esperienza di scrittura? E che cosa è la banalità in poesia?

La prima domanda, se si può rintracciare ovunque una poetica: sì, solo che in molti casi è rimasticata, è la poetica di qualcun altro. È rimasticata perché non c’è una sufficiente forza personale e quindi tu tra le righe leggi il modello a cui questo si sta ispirando (è lo stesso discorso delle poetiche di gruppo). La banalità è tutto ciò che ci circonda. Tutto è banale quando diventa seriale. E quindi anche la scrittura. In filologia noi parliamo di sostrato. Bisogna stare molto attenti perché la cultura è certo conoscere un paio di lingue classiche, due o tre lingue moderne, meglio se quattro, conoscere le filologie, le etimologie… Tutto questo è importante e necessario per essere uno scrittore e un poeta vero, ma non basta. Nel senso che tutto questo fa “i sistemi tecnici e le norme operative”. “Le moralità e gli ideali” sono un’altra cosa. Le può avere anche il contadino e l’analfabeta che ha un rapporto con il vivere, con l’ideale, con se stesso. Ha un rapporto di costruzione. “Le moralità e gli ideali” dice Anceschi, al plurale, che possono variare molto di persona in persona. Se non ci sono queste cose, nel primo caso, uno che abbia solo sistemi tecnici e norme operative è un versificatore, ma non è un poeta, e ce ne sono tanti, anche bravi, anche molto colti. Invece magari qualcuno è meno colto: Saba però aveva davvero qualcosa da dire ed è riuscito a dirlo.

Che cosa pensa delle forme nuove di poesia, ad esempio la poesia su Instagram, la slam, la poesia in strada; e in che modo queste forme coniugano, a suo parere, la banalità?

Io dico che la banalità c’è sempre stata, è sempre stata in agguato, anche al tempo di Petrarca, al tempo di Leopardi. Sono assolutamente favorevole a tutte le forme di manifestazione artistica che hanno a che fare con le nuove tecnologie, perché le nuove tecnologie mettono a disposizione strumenti che prima non c’erano e quindi è sacrosanto che un giovane si cimenti e magari ottenga dei risultati. Poi alla fine, dal tempo di Saffo a quello di Petrarca, a quello di Leopardi a oggi, ciò che conta sarà il testo, che resta. E su quello ti valuterò. Non io. Ti si valuterà in seguito. Se quel testo resta ha senso o se era un artifizio. C’è sempre stata l’arte sotto forma di artifizio, sotto forma di girandola, cioè un’arte minore, un’arte del momento, un’arte d’intrattenimento, e io non la disprezzo per niente però non è destinata a restare.

Quindi c’è ancora la possibilità di affermare un approccio critico forte? Cioè, che senso ha fare critica adesso?

No, anzi, mai come in questo momento c’è bisogno di fare critica. È chiaro che le nuove tecnologie rappresentano delle sfide enormi, quindi occorre secondo me che la critica affini sempre più le proprie armi, conosca veramente le nuove tecnologie, le frequenti, si sporchi le mani e poi però sappia valutare. Naturalmente non dimenticando mai che la critica è giusto che sia in dialogo con le critiche, con gli autori, perché critica e poeta devono valutarsi costantemente. Poi però c’è qualcun altro che è il filosofo dell’estetica che valuta questo dialogo tra critica e poetica e poi tira le somme. A volte negli ultimi decenni si è svalutato questo rapporto tra critica e poetica con questa necessità che l’estetica poi valuti questo rapporto e ne faccia filosofia e lo trasformi in filosofia. Si è molto svalutato perché lo si è sostituito con una più generica teoria della letteratura, che sembra bonne a tout faire. E questa teoria delle letteratura generica ti fa perdere di vista, soprattutto se sei giovane e se non hai le spalle ben coperte, l’importanza del dialogo costante che ci deve essere tra autore e critico, cioè tra critica e poetica e l’importanza che ci sia la filosofia che legge questo dialogo e lo interpreta filosoficamente.

Quanto è importante che le varie realtà poetiche si parlino tra di loro?

Tantissimo.

Ma non lo fanno.

Tantissimo, ma non lo fanno. Io invece ho sempre operato affinché lo facciano, perché alcuni poeti anziani della mia età e anche più anziani finiscono con l’avere degli accoliti, cioè a dire, sostenere promuovere autori che ti imitano. Io invece ho sempre pubblicato anche autori che sono al contrario di me. Io ho pubblicato anche Giovenale, voglio dire, siamo completamente diversi; ho pubblicato autori, basti veder l’elenco dei Quaderni, appartenenti a modi di pensare diversi dal mio proprio, perché invece il mio atteggiamento è in questo totalmente cattolico, cioè apro all’universo intero. Poi è chiaro che lo dico solo in senso etimologico che sono cattolico.

Secondo te ci troviamo in un periodo favorevole per quello che riguarda il pubblico della poesia?

Credo che il pubblico persegua la facilità. È chiaro che il romanziere alla moda piuttosto che il cantautore abbiano più possibilità di accesso al pubblico, però poi sulle antologie scolastiche, non nell’immediato, dopo 50 anni, restano i poeti. Oggi se tu devi insegnare a un diciassettenne di oggi, per cui il Novecento era come per me l’Ottocento, prendi Il porto sepolto di Ungaretti, 1916, prendi Diario d’Algeria di Sereni, 1947, gli fai leggere questi due libri di poesie: ecco. La poesia vince sempre sul lungo tempo, sul lunghissimo tempo.

Anche a livello commerciale.

Certo. Se uno vuole il successo commerciale immediato deve fare un’altra cosa.

Francesca Sante è nata nel 1993. Si è laureata a Siena in Lingue e Letterature con una tesi sulle traduzioni di Vittorio Sereni da René Char. Continua con un corso in Economia e Gestione dell’Arte a Venezia, che conclude con una tesi sull’editoria di poesia contemporanea e le possibilità di ampliamento del pubblico della poesia. Ha collaborato come stagista con “Semicerchio”, Nazione Indiana e RadioRai3.
Commenti
2 Commenti a “Sull’editoria di poesia contemporanea – #4: Franco Buffoni”
  1. gino rago scrive:

    Gino Rago
    Un contributo sulla lettura del Novecento poetico italiano/
    Conversazione con una professoressa associata di Letteratura Italiana in un Caffè di Piazza Esedra
    (illeggibilità e lontananza del ‘900, Futurismo, Prima stagione di Ungaretti)

    Domanda:
    So che per uscire dal ‘900, per un congedo definitivo dal ‘900, è necessario conoscerlo, bisogna sapere di cosa poeticamente si è trattato.
    Il Novecento poetico a me sembra che sia sempre meno leggibile e che si allontani da noi, e soprattutto dalle generazioni più giovani, a una velocità crescente…

    Risposta:
    Mi riferisco alla mia esperienza personale tra liceo classico e università. Ho cominciato intorno agli anni sessanta a leggere e a studiare la poesia moderna e il Novecento poetico italiano confesso che è stato un problema. Mi interessava, ma lo comprendevo come ramo secondario e minore di vicende poetiche le quali avevano altrove le loro radici: in Inghilterra, in Francia, in Germania, con Coleridge, Baudelaire, Novalis, dai protoromantici agli esordi del Simbolismo.

    Domanda:
    E gli italiani?

    Risposta:
    Gli italiani, i poeti ma anche i critici italiani sono arrivati dopo…

    Domanda:
    Vogliamo tentare insieme un excursus novecentesco?

    Risposta:
    Direi che tutto parte prima con Leopardi, poi con Pascoli e D’Annunzio.
    Ma Leopardi, filosofo della modernità e lirico straordinario, e agli inizi violentemente antiromantico, non si avventurò mai nelle mitologie nordiche. Anzi, le mitologie nordiche con tutta la speciale sensibilità connessa gli sembravano aberrazioni nei confronti della nostra tradizione classica e classicistica secolare;
    mentre Pascoli e D’Annunzio si mostrarono mostruosamente abili nel non decidersi fra tradizionalismi e innovazioni, mostruosamente abili nel mescolare innovazioni e tradizionalismi, repertori stilistici di scuola voracità, instabilità, dismisure moderne.

    Domanda:
    In tali scenari di mescolamenti e di non scelte a un certo punto irrompe il Futurismo…

    Risposta:
    Ha ragione, il punto più alto e il punto più basso, più estremistico ed elementare, il Novecento poetico italiano lo tocca immediatamente dopo la fragorosa (e subito caricaturale) rivoluzione futurista.

    Domanda:
    Il Futurismo dichiarò di essere stufo delle parole…

    Risposta:
    I futuristi erano stufi delle parole, desideravano che le parole fossero altro, esplosioni di luce, rumori, frammenti iperveloci, macchie di colore. Ma con tali programmi la diciamo “verbalità” poetica non poteva avvantaggiarsi molto…

    Domanda:
    E si affaccia Ungaretti…

    Risposta:
    Ungaretti prende subito, immediatamente atto della distruttività euforica dei futuristi e la piega, la usa per i suoi scopi, forte come era dell’esperienza della distruttività tragicamente non estetica della guerra in trincea del 1915-‘18

    Domanda:
    E in tale quadro e in questo clima sillaba: “M’illumino/d’immenso”

    Risposta:
    Sillabando “M’illumino/d’ immenso” il soldato in trincea Giuseppe Ungaretti dice semplicemente l’indicibile.
    E il mondo sembra sparire in una estasi momentanea.

    Domanda:
    E l’ ‘io’ ungarettiano che sillaba questi versi?

    Risposta:
    Nella estasi momentanea in cui sembra sparire il mondo quell’ ‘Io’ perde per disperazione, sì, ma gioiosamente la misura di sé e la misura delle cose

    Domanda:
    In quel preciso punto ungarettiano la poesia italiana del Novecento…

    Risposta:
    Glielo dico brevemente, in quel punto preciso tutta la nostra tradizione poetica, ed anche la stessa idea di poesia, muore e rinasce.

    Domanda:
    Nel senso che tutto è illimitatamente possibile in poesia se tutto è perduto…

    Risposta:
    E’ così, ma i rischi di scritture automatiche sono sempre possibili…

    Mi perdoni. Ora La devo lasciare.
    Spero di poter riprendere in altri momenti la conversazione con Lei, devo correre a Termini, ho il treno per Bologna tra meno di un’ora

    (gr)

  2. gino rago scrive:

    Gino Rago
    Un contributo sulla lettura del Novecento poetico italiano/
    Conversazione con una professoressa associata* di Letteratura Italiana in un Caffè di Piazza Esedra
    (illeggibilità e lontananza del ‘900, Futurismo, Prima stagione di Ungaretti)

    *(E’ una grande lettrice della critica letteraria di Berardinelli, soprattutto del Berardinelli interprete del nostro Novecento poetico)

    (gr)

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