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Sull’editoria di poesia contemporanea – #5: Guido Mazzoni

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Quinta puntata dell’inchiesta a cura di Francesca Sante sulla poesia contemporanea in Italia. Qui le puntate precedenti: Benway Edizioni, Alessandro Burbank, Franco Arminio, Franco Buffoni. (fonte immagine)

In Libri, editori e pubblico nell’Europa moderna (1977), Armando Petruccis crive a proposito di Gabriele Giolito, editore del Cinquecento, all’interno dei cui cataloghi troviamo molti successi editoriali del tempo: “Giolito comprese il processo di ampliamento del campo sociale della scrittura, e in particolare comprese che tra pubblico della poesia e poeti non c’è più la separazione profonda di una volta, ma che i due campi finivano sempre più per sovrapporsi: la folla crescente (e che chiedeva spazio tipografico per realizzarsi) dei petrarchisti tendeva ad assumere il volto e le proporzioni della folla degli alfabeti”.

Il pezzo conferma, con sorprendente attualità, come il mercato editoriale si organizzi su un orizzonte politico-antropologico che ne determina strutture ed esiti.In generale, la produzione artistica non è altro che le possibilità aperte dalle mutazioni sociali che interessano la produzione artistica. Di ragioni ed esiti di tale mutazione nella poesia moderna, si è occupato Guido Mazzoni – poeta (I mondi, La pura superficie) e saggista (Sulla poesia moderna, Teoria del romanzo, I destini generali).

Quali sono le caratteristiche sociali della poesia moderna? Si possono individuare delle differenze tra produzione nell’arte contemporanea e nella poesia?

Si può parlare del rapporto fra poesia e società partendo da un aneddoto. Per molti anni ho tenuto un corso di base sulla poesia contemporanea per gli studenti del triennio dell’Università di Siena.  Si apriva con una specie di inchiesta. In classe c’erano più o meno ottanta studenti. Chiedevo «quanti di voi conoscono il nome di cinque registi viventi?», e quasi tutti gli studenti alzavano la mano. Poi chiedevo «quanti di voi conoscono il nome di cinque romanzieri viventi?», e anche in questo caso le mani alzate erano molte. Poi chiedevo «quanti di voi conoscono il nome di cinque poeti viventi?», e solo due o tre persone alzavano la mano. A quel punto domandavo «quanti di voi hanno scritto la sceneggiatura di un film o provato a girare un film?» Una, due mani al massimo. «Quanti di voi hanno scritto o provato a scrivere un romanzo?» Più di un terzo degli studenti ci aveva provato, a volte quasi la metà. Infine chiedevo «quanti di voi hanno scritto o provato a scrivere una poesia?» E dopo un momento di smarrimento che veniva vinto quando io per primo alzavo la mano, veniva fuori che la maggioranza schiacciante degli studenti aveva provato a scrivere una poesia una volta nella vita.

Insomma: la poesia è l’arte più praticata e la meno conosciuta. È la forma più pura di dilettantismo estetico. La situazione descritta da Petrucci ha una lunga durata, ma ciò che succede in epoca moderna è peculiare, sia perché il prestigio della poesia come genere letterario è molto diminuito, sia perché è saltata ogni barriera tecnica. Lo si può dire con una metafora tratta dai giochi di carte: oggi la posta di ingresso, la posta che bisogna mettere nel piatto per praticare il gioco della poesia, è molto bassa: non occorre possedere degli strumenti metrici, un lessico specifico o una retorica. Basta aprire un file e tutto può andar bene, almeno in teoria. Non solo. La poesia è il genere della soggettività: ogni espressione di sé può finirvi dentro, o sotto forma di sentimenti (qualunque cosa la parola ‘sentimenti’ voglia dire) o di idiosincrasia psicolinguistica.

La poesia è anche il genere che ha rotto la catena sociale, quella che lega la singolarità scrivente agli altri, e la catena cronologica, perché, a differenza della narrativa, tende a risolversi in tempi brevi o brevissimi, a non avere una trama. Il tempo della poesia può essere corto o infinitesimo; con un verso, cinque versi, un frammento, si può avere un testo. Allo stesso tempo la poesia è anche la forma letteraria meno prestigiosa, quella che ha meno aura; o meglio, che ha un’aura di lunga durata – canonizzata, monumentale, quasi sempre post mortem. Nelle arti dotate di prestigio la distanza fra creatore e pubblico è massima, in poesia è minima. I ruoli di poeta e di lettore sembrano intercambiabili. Anche quando sono al cospetto di un poeta riconosciuto nel circuito della poesia, spesso i lettori si comportano come se avessero davanti qualcuno che non ha tutti i titoli per stare dove sta.

Questa è un’impressione che si ha anche nell’arte contemporanea più recente.

Da un punto di vista estetico sì, da un punto di vista sociologico no. L’arte, da Duchamp in poi, canonizza l’idiosincrasia, l’oggetto qualsiasi, il gesto qualsiasi, ma nella prassi sociale le cose non stanno così. Posso in qualunque momento dire che questo pezzo di carta è un’opera d’arte, posso entrare in un museo e trovare delle opere che sono più o meno uguali; però la distanza sociale oggettiva che separa il mio ipotetico pezzo di carta dal pezzo di carta esibito al MoMA è enorme. Il mondo dell’arte contemporanea ha istituzioni relativamente chiuse e segue logiche burocratiche o mercantili precise: entrarci è molto complicato. Invece l’ingresso nella sfera pubblica della poesia, soprattutto nell’epoca di internet, è semplice e avviene dal basso. Alcuni poeti della mia generazione che hanno credibilità e reputazione pubblicano o hanno pubblicato per case editrici piccole o per case editrici che non vanno in libreria, per dire.

Come si è arrivati a questa situazione? 

A partire dagli anni Sessanta, la poesia contemporanea vive una storia parallela a quella di un’arte nata e cresciuta nel contesto di una cultura alternativa a quella umanistica ufficiale – cioè alla cultura pop. L’arte pop che svolge la funzione della poesia è la canzone. Se confrontiamo la condizione sociale del poeta con la condizione sociale del cantante, ci rendiamo conto di una differenza palpabile: nel campo della poesia il ruolo del poeta e il ruolo del lettore sono spesso interscambiabili (il pubblico della poesia è fatto in gran parte di poeti o di aspiranti poeti); nel campo della canzone la distanza è netta.

Nella storia della poesia italiana c’è un evento fondatore e allegorico – il festival di Castelporziano. Nell’estate del 1979 il Comune di Roma organizza una lettura di poesia sulla spiaggia di Castelporziano, vicino ad Ostia. Gli organizzatori montano un palco, si aspettano poche centinaia di spettatori, e invece la spiaggia si riempie: alla fine ci sono migliaia di persone; nessuno le ha calcolate, ma erano tante. Si diffonde anche la voce che ci sarebbero stati poeti beat americani (gli iniziatori della pratica contemporanea del reading), e soprattutto si diffonde la voce che ci sarebbe stata Patti Smith in veste di poetessa.

Patti Smith non c’è, e la parte di pubblico che è venuta per lei si arrabbia. Ad un certo momento, dopo il terzo o il quarto poeta italiano, il pubblico comincia a contestare, rumoreggiare e chiedere la parola. Sale sul palco una ragazza adolescente che parla con un pesante accento campano. È vestita in t-shirt e costume da bagno, prende il microfono e dice, con un linguaggio per metà dialettale e per metà gergo dei freak degli anni Settanta: «anch’io voglio esprimermi, anch’io ho le mie cose da dire, chi siete voi per parlare». Gli organizzatori cercano di strapparle il microfono. All’inizio la prendono in giro, le dicono: «dài, ora basta, è finito il tuo momento», ma il pubblico si schiera con lei e col suo diritto di parlare. A un certo punto, rivolgendosi agli organizzatori, la ragazza dice: «perché mi umiliate così? Anch’io ho le mie vibrazioni, anch’io tengo le mie vibrazioni da esprimere. Non c’è un giudice supremo».

Da quel momento, per due giorni il festival di Castelporziano è anarchia. Anarchia e negoziato. Il pubblico reclama la parola, si alzano persone che vogliono leggere poesia, gli organizzatori contrattano una scaletta nuova, fino a quando, il terzo giorno, salgono sul palco i poeti americani, le stelle riconosciute, e placano la folla.

Castelporziano è un’allegoria. Se noi pensiamo alle rockstar e al loro circuito sociale, vediamo che la distanza col pubblico è massima. “Mai dai tempi dei faraoni le masse hanno decretato un tale culto a una singola persona come la cultura pop moderna fa nei confronti delle rockstar” (Houellebecq, Le particelle elementari). Nella poesia contemporanea succede il contrario.

Lei è sostenitore di una posizione per la quale la canzone ha sostituito l’autorità e il prestigio sociale della poesia per quello che riguarda le necessità di espressione emotiva della soggettività individuale e di gruppo. Dall’altra parte c’è il fenomeno dei nuovi poeti di Instagram (ma non solo), che sembrano ricostruire un’aura e un culto di sé che può essere paragonabile a quello delle rockstar, creando a volte delle vere e proprie comunità. Parlo di Francesco Sole, Gio Evan, Rupi Kaur, ma non solo. Ci sono, poi, i campioni dell’editoria tradizionalmente intesa: Franco Arminio, Chandra Livia Candiani, Mariangela Gualtieri.

Fino a dieci anni fa queste figure non esistevano, o esistevano in misura molto ridotta. Sono in gran parte un prodotto della rete e dei social network. La sociologia delle arti distingue tre livelli di diffusione sociale dell’arte – la nicchia elitaria, il midcult e il masscult. Nella musica rock ci sono quelli che fanno i concerti nei locali off, quelli che fanno i concerti nei palasport e quelli che fanno i concerti negli stadi. Nel romanzo ci sono i romanzieri di ricerca, i romanzieri midcult e gli autori dei bestseller da milioni di copie. Nella poesia il livello principale era la nicchia. Esisteva anche, ed esiste, un midcult. Basta entrare in una libreria Feltrinelli e guardare lo scaffale della poesia per vederlo: Neruda, Gibran, Hikmet, Merini, Szymborska sono il midcult della poesia. Non esisteva invece il masscult.

O meglio, la poesia arrivava alle masse in un’altra forma, cioè attraverso i testi delle canzoni. I testi delle canzoni erano (sono) il masscult della poesia. Quando Bob Dylan è stato premiato col Nobel per la letteratura, di lui si è detto, “i suoi testi sono una nuova forma di poesia”; la stessa cosa si dice e si legge di De André, per dire, o di Guccini. La differenza è che la canzone ha, o può avere, il riscatto e il sovrasenso della musica, il suo elemento dionisiaco. Apre un piano di percezione di sé e della realtà che le parole non aprono, perché ha a che fare col profondo, col corpo, col ritmo, con la ricorrenza, con l’estroflessione. Se noi pensiamo al testo delle canzoni che ci piacciono e lo isoliamo dalla musica, vediamo che quasi mai il testo si regge da solo. O meglio: vediamo che, se si ha una cultura poetica, è facile che ci suoni banale. Negli ultimi anni la rete sembra aver creato un masscult poetico senza la musica, ma è presto per dirlo.

Si tratta comunque di forme di ibridazione della poesia con altri generi dell’arte: musica, arte visiva, fotografia che accompagna il testo. Quindi è la fruizione scritta dei testi che è sempre stata, per caratteristiche intrinseche al genere, un fenomeno adatto alla fruizione di nicchia. Cioè, il pubblico ristretto della poesia è un problema della scrittura e della lettura della scrittura in versi, non della poesia tout court.

È uscito da poco un saggio molto interessante da questo punto di vista, La letteratura circostante di Gianluigi Simonetti. Il libro parla proprio di quello che lei ha appena detto: ormai la letteratura è percepita come qualcosa che, da sola, non ce la fa più. Subisce l’influenza (e la concorrenza) di forme di comunicazione più popolari: l’immagine, la musica. E non sempre è un bene. A volte è solo una scorciatoia, un modo per non attraversare la tradizione, per sbarazzarsi dall’unica cosa che, secondo T.S. Eliot, permette di scrivere poesie dopo i venticinque anni – il senso del passato, il senso della posizione che quanto si scrive occupa nella storia delle forme, magari anche solo per negarla, ma consapevolmente.

A questo punto penso che la sua risposta alla domanda: è vero il cliché per il quale la poesia viene letta solo da addetti ai lavori, tranne pochi casi particolari, sia sì.

La domanda interessante è un’altra: perché la poesia, prima dei social network e dell’instapoetry, non aveva un pubblico ampio? Io credo che la risposta sia la seguente: perché la poesia moderna è il genere della soggettività, quello in cui il testo porta con sé contenuti personali (esperienze, passioni, pensieri, epifanie) scritte in uno stile personale, cioè distante dal grado zero della comunicazione ordinaria. La poesia moderna è considerata difficile o oscura proprio perché il tasso di allontanamento dal grado zero è più alto che nel romanzo.

Ora: quando la soggettività prolifera, il terreno di intesa diminuisce. Entrare nella soggettività altrui è faticoso. In questo la poesia è davvero un laboratorio straordinario, perché anticipa di decenni ciò che vediamo accadere nei social network. Nei social network riconosciamo il diritto all’idiosincrasia a qualcuno (i pochi influencer) ma la soggettività di tutti gli altri ci stanca, la seguiamo distrattamente. La poesia fa lo stesso effetto. Ci vuole molta concentrazione, tensione, apertura all’altro per entrare in un mondo egoriferito. La soggettività, peraltro, non significa individualità irrelata: la soggettività della poesia è quasi sempre di gruppo. Si è soggettivi perché si segue un modo di scrivere che è al tempo stesso stereotipato, gruppuscolare, gergale e lontano dal grado zero della comunicazione ordinaria.

Quindi, a livello estetico, è nella semplificazione della parola, nell’avvicinamento al grado zero del linguaggio, che è possibile ritrovare una dimensione collettiva della poesia. Ciò si riflette anche a livello tematico: è probabile che questi poeti vengano seguiti, preferiti e fatti circolare con maggiore facilità, anche perché offrono delle verità semplici, delle affermazioni certe (basti pensare all’immediatezza che caratterizza i messaggi di questi testi) con una lingua estremamente lineare, comunicativa, all’interno di mezzi che vengono esperiti giornalmente, cioè Facebook e Instagram. Dal lato opposto, per quello che riguarda la canzone d’autore ad esempio, sembra che un testo più complesso possa incrociare un pubblico più ampio, solo se accompagnato da un altro tipo di medium (musica, teatro…). Alla fine, la poesia di per sé sembra stare bene. Ciò che soffre è al limite un certo tipo di libro, a cui va aggiunta però un’altra considerazione, che si può fare sulla collana Bianca di Einaudi, ad esempio, in cui si nota un’apertura negli ultimi anni.

Ha cominciato a pubblicare romanzieri, psicoanalisti, persone che avevano autorità al di fuori della poesia.

Ma questa è una mossa commerciale ben precisa, perché questi autori hanno delle vendite al di là del settore della poesia, e se le trascina.

È così. È interessante riflettere sulla demografia culturale. Nel 1961, cioè cento anni dopo l’unità, il numero di persone che accedeva alla scuola secondaria superiore era il 15% delle donne e il 25% degli uomini. Oggi la percentuale è per entrambi i sessi superiore al 90%. Il numero di libri posseduti è andato aumentando parallelamente. È ancora vero che quasi il 60% degli italiani non legge nemmeno un libro all’anno e così via, tuttavia se non guardiamo ciò che manca ma ciò che è stato fatto, la scolarizzazione di massa ha prodotto un ampliamento nel dominio della cultura. L’ultima tappa del processo è internet, soprattutto l’internet 2.0, i social network, YouTube, lo user generated content. Che cosa succede?

Succede che molte più persone accedono al campo della cultura e il mondo dell’editoria si rimodella di conseguenza. Prima l’editoria aveva più attenzione per il notabilato culturale, che voleva dire una produzione relativamente ristretta con uno standard di qualità più alto rispetto al mondo di oggi. Le lamentele sull’allargamento del pubblico risalgono al pieno Ottocento. È in quell’epoca che si produce la prima grande ristrutturazione dell’editoria, quando finisce il mecenatismo, la vita da rentiers, l’Ancien Régime culturale, diminuiscono gli scrittori che vivono di rendita e aumentano gli scrittori che stanno sul mercato. Però il fenomeno esplode veramente con la scolarizzazione di massa, nella seconda metà del Novecento. È in quel momento che l’editoria si ristruttura in modo drammatico. Nasce un mainstream contornato di nicchie.

Ora, io credo che un processo simile abbia innalzato il livello medio della cultura rispetto all’epoca in cui gli analfabeti erano molti di più di quanto non siano adesso. Al censimento del 1911, in corrispondenza del cinquantesimo anniversario dell’Unità di Italia, si scopre che la quasi la metà della popolazione è analfabeta: chi sapeva leggere e scrivere bene faceva oggettivamente parte di un’élite. Oggi, benché l’analfabetismo funzionale sia ancora diffuso, non si può più dire che chi sa leggere e scrivere bene faccia parte di una minoranza. In quella società esisteva una produzione per il pubblico popolare e borghese, ma il peso dell’élite colta era molto superiore a quello odierno, così come la loro distanza culturale dal pubblico medio, popolare o analfabeta.

Oggi i libri si pubblicano per un pubblico molto più ampio e disgregato. Per venderli in grandi quantità bisogna stare nel mainstream o in una nicchia molto grande. Se vogliamo vendere la poesia come prodotto di massa dobbiamo abbassare il livello: è inevitabile che sia così. In generale, se vogliamo vendere qualcosa come prodotto di massa, dobbiamo abbassare il livello. Ci sono eccezioni, certo, ma la regola è questa.

 

Francesca Sante è nata nel 1993. Si è laureata a Siena in Lingue e Letterature con una tesi sulle traduzioni di Vittorio Sereni da René Char. Continua con un corso in Economia e Gestione dell’Arte a Venezia, che conclude con una tesi sull’editoria di poesia contemporanea e le possibilità di ampliamento del pubblico della poesia. Ha collaborato come stagista con “Semicerchio”, Nazione Indiana e RadioRai3.
Commenti
2 Commenti a “Sull’editoria di poesia contemporanea – #5: Guido Mazzoni”
  1. Elena Grammann scrive:

    Articolo interessantissimo: preciso, conciso, nella misura del possibile esauriente.
    Solo mi suona male quel “dobbiamo abbassare il livello”, ripetuto due volte, in chiusura. Chi deve abbassare il livello? Gli editor? Ma se sono già molto spesso, essi stessi, a un livello talmente basso che ci si chiede cosa possano abbassare. Il livello delle cose pubblicate, senz’altro, ma del tutto inconsapevolmente.
    Allora sono gli autori che devono abbassare il livello? Non credo: ognuno scrive quel che può, e l’editoria (cioè gli editor, vedi sopra) sceglie. Dunque il livello si è abbassato (e continua a abbassarsi) da solo. E, questo è il bello, così deve essere. E amen.
    Però vogliamo continuare a combattere. Sul livello voglio dire. Ad esempio, l’intervistatrice: “Ma questa è una mossa commerciale ben precisa, perché questi autori hanno delle vendite al di là del settore della poesia, e se le trascina.”
    Chi trascina chi, o che cosa? Ma la gente qualche volta si rilegge? O bisogna ritenere che a questo livello di abbassamento del livello la rilettura sia superflua?
    Certo, è possibile, come no… Un articolo autoriflettente, un metaarticolo…

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