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Sull’editoria di poesia contemporanea – #6: Movimento per l’emancipazione della Poesia

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Nuova intervista per la serie di Francesca Sante sulla poesia contemporanea in Italia. Qui le puntate precedenti.

«La prima cosa che c’è da dire è che le risposte che arrivano, arrivano da una parte di noi, non sono per forza rappresentative dell’intero Movimento. Anche se abbiamo dei capisaldi comuni, è importante far sapere che dietro il MeP ci sono molti punti di vista e solo alcune certezze condivise, in questo siamo molto contemporanei».

Così avvertono alcuni membri del Movimento per l’emancipazione della Poesia (MeP), appena ci sediamo per cominciare questa intervista. Loro sono in quattro, avranno dai 23 ai 30 anni al massimo, ma mi spiegano che ci sono anche membri più vecchi e alcuni minorenni. Il MeP è un gruppo eterogeneo di militanti «che si propone quale rete alternativa di creazione e diffusione della poesia contemporanea». Non è composto da soli poeti, molti arrivano come semplici volontari, tutti sono anonimi. Anche tra di voi? «dipende, alcuni tra noi si conoscono da anni, ma ci sono sempre facce nuove». Il MeP è nato nel 2010 a Firenze e si è diffuso spontaneamente nelle città italiane e in alcuni centri all’estero. I suoi poeti hanno scelto come principale canale di pubblicazione dei propri versi la strada.

Innanzitutto, che cosa vuol dire Movimento per l’emancipazione della Poesia?

― Io partirei da “poesia”, che paradossalmente è la cosa più semplice da spiegare. Il MeP non definisce da un punto di vista artistico cosa sia e cosa non sia poesia. Quindi l’oggetto della sua azione rimane abbastanza indefinito, lasciato al giudizio di chi la scrive e di chi la legge. Quindi sono io che scrivo a decidere se la mia è poesia, e tu che la leggi a decidere se è vero. In questo senso non facciamo critica e non ci interessa fare critica sui testi: ognuno deve sentirsi libero di esprimersi nella maniera che preferisce all’interno di un contesto che uniforma tutti: la strada.

― Per quanto riguarda il significato di“emancipazione”, questo è argomento di dibattito interno, e vale l’avvertenza iniziale che abbiamo fatto.Possiamo parlare di emancipazione della poesia da tre punti di vista. Un primo socioculturale, che vuole emancipare la poesia da un’idea elitaria della poesia come “cosa per pochi”. Così come non tutti si sentono autorizzati ad entrare in una galleria d’arte o in un museo (non perché qualcuno veramente lo impedisce, ma perché tu senti che ci sono delle barriere socioculturali all’ingresso), non tutti si sentono autorizzati a comprare un libro di poesie o a entrare su un sito, cercare e leggere dei versi, perché magari pensano che sia qualcosa di distante che non gli può appartenere. In questo senso la strada è il luogo privilegiato di diffusione. L’editoria non ha interesse a scardinare questo tipo di pregiudizio, noi ci battiamo invece per questa maggiore accessibilità concettuale alla poesia. Si può parlare anche di emancipazione della poesia a livello artistico, ovvero, come diceva A. prima, emancipazione dall’imposizione di certi canoni stilistici, contenutistici, metodologici e di finalità artistica.

Un altro tipo di emancipazione che cerchiamo di mettere in atto, è una emancipazione di tipo economico, cioè strettamente connessa a restrizioni dovute alle dinamiche economiche che regolano la produzione e la circolazione dell’arte e dei libri: quindi un’emancipazione contro le scelte editoriali obbligate. Tutti questi aspetti sono strettamente connessi tra di loro. Poi si potrebbe dire altro.

Parlando della questione editoriale: quando avete pensato al MeP per la prima volta, avete pensato anche alla pubblicazione e all’editoria di poesia, alla diffusione dei testi. Cosa vi ha portato a fare questo tipo di scelta invece che puntare su una stampa indipendente o a progetti editoriali che si appoggiano a circuiti di diffusione alternativi? Da che tipo di esigenza iniziale siete nati?

― L’esigenza era proprio quella di imporsi come scrittori. Nel 2010 un gruppo di ragazzi si riunisce, scopre che ha in comune il fatto di scrivere poesia e che ha in comune il fatto che tutti quanti la tenevano nel cassetto. Quindi subentra qualcosa di istintivo, molto istintivo, che dice “basta, nel cassetto non ci sta più e noi ve la facciamo leggere. Non con gli schemi e con i percorsi standardizzati con cui si dovrebbero far leggere le cose ma con arroganza, andiamo e la attacchiamo per le strade. Così voi siete obbligati a leggere quello che scriviamo e noi non siamo obbligati a seguirvi”. Quindi è stato qualcosa di spontaneo, che è venuto da come eravamo. L’indagine sui motivi per cui lo facciamo è nata sicuramente quella sera, ma non ha accompagnato il primo “attacchinaggio”, nella nascita pura del Movimento.

Il Movimento nasce per mero istinto e provocazione nei confronti di un sistema che non permetteva e non permette tuttora di esprimersi, di condividere qualcosa che sia scritto da autori emergenti, se non con certe limitazioni che a noi non piacciono. C’era una voglia di provocare una reazione nei confronti delle persone; quella sera c’era la catarsi personale di queste quattro-cinque persone, poi diventata indagine, poi diventata struttura. Il MeP non nasce per una necessità, cioè per un bisogno, nasce per una esigenza appunto, che accompagna la necessità (di pubblicare) a una pretesa (farlo in una certa maniera).

― Il MeP nasce dal tentativo estremo e stremato di puntare l’occhio su qualcosa che non c’è più. Si può definire questa cosa un cadere, si può definire il cadere un fantasma: è uguale, è un dato di fatto.La letteratura non vive nelle mani degli scrittori. Entrare nel mercato editoriale per vie traverse avrebbe fatto del MeP la solita identica cosa, di tanti altri progetti più o meno buoni che ci possono essere al riguardo. Abbiamo deciso di parcheggiare in mezzo ai coglioni perché era l’unica cosa che si poteva davvero fare, per far capire che non tutte le macchine devono stare ben incolonnate dentro i parcheggi o tutte nei garage, perché a volte il garage non ce l’abbiamo o non ci piace averlo.

A guardare queste istanze iniziali il pubblico sembra qualcosa di accessorio. Il Movimento per l’emancipazione della Poesia sembra un tentativo per rimettere la poesia nelle mani di chi vuole scrivere, più che il tentativo di metterla davanti agli occhi di chi non la legge. Si parla quindi di un Movimento che fa emancipazione della produzione di poesia (dall’impulso creativo al foglio) più che emancipazione della diffusione e della lettura (dal foglio al pubblico)?

― Per me vanno sulla stessa linea. Nessuno legge più poesia. È chiarissimo che la poesia non è letta dai non poeti ma c’è un altro problema: non viene ormai più letta nemmeno dai poeti. E la soluzione a questa cosa quale avrebbe dovuto essere? Creare una nuova casa editrice? Quello che stiamo producendo in realtà vale tanto come poesia quanto come gesto artistico. Nel senso che qui c’è qualcuno che si sbatte per dire che si parla di poesia, si legge la poesia e vuole che le persone lo facciano. Per questo va in giro e attacca le sue poesie.

A questo punto si potrebbe parlare di un tema narcisistico nel MeP, e a questo punto avrebbe senso e ha senso chiedere per quale motivo il MeP è sempre stato favorevole ad affiggere proprie poesie e non pseudo letteratura sotto copyright. Ma anche in un ipotetico mondo in cui non esistesse il copyright, il MeP avrebbe fatto più o meno lo stesso ragionamento, ovvero: un operaio, un muratore, o anche un architetto per quale motivo dovrebbe costruire una casa per l’architetto Pinco Pallino? Sono un muratore, sono un architetto, mi costruisco la mia casa.

― Sul motivo per cui diffondiamo solo nostre poesie e non poesie di tutti, oltre al copyright c’è anche una questione di tipo artistico: diffondere poesie di autori contemporanei o non, vuol dire innanzitutto fare una scelta, e attribuire un grado di legittimità a un certo tipo di poesia invece che a un’altra. E noi non riteniamo che questo sia un ragionamento che abbia validità nel momento storico che viviamo, (poi ognuno internamente ha i suoi autori di riferimento).

Ma se il problema della poesia è che non viene letta – e non che non viene scritta – perché continuare a produrne ancora? Il vostro sembra quasi un sistema capitalista di produzione di massa di versi.

― Ma noi non diciamo «scrivetela», diciamo «leggetela». Poi non puoi chiedere ad un architetto-muratore di non fare la propria casa. Un poeta è nato per scrivere poesie, è nella propria indole.Può evitare di farlo, perfetto, ma perché dobbiamo parlare di innaturalezza, di non natura?

― Questa cosa della produzione è un’obiezione che ci fu già fatta. A mio parere il MeP, per come lo intendo, cioè come la funzione di un’epoca, proprio perché segue, come si diceva, la naturalità degli istinti che ci vengono da una situazione che è stata comunemente considerata povera, mancante di qualcosa, principalmente vuole educare ad un modo di intendere la poesia e quindi sì, anche alla produzione. Perché, mi insegna M., la poesia impari a leggerla solo quando ti viene insegnato un certo modo di approcciarcisi, che vuol dire conoscere gli strumenti della poesia, come va affrontata.

Come qualsiasi arte, bisogna riconoscerla per poterla apprezzare. E il MeP dice “facciamolo, rimettiamoci a toccare la poesia e quindi anche a scriverla per conoscerla”. È produzione finalizzata alla diffusione, non una produzione finalizzata alla produzione, come invece accade a volte in contesto editoriale.Sono persone che si coalizzano per diffondere le poesie, non per scriverle: in questo senso siamo prima militanti e poi poeti. L’azione è quasi più importante.

Perché è più importante?

― Più che importante io invece direi fondamentale. La risposta facile qual è? che il MeP si vuole rendere il più possibile indipendente da qualunque altra realtà esterna, perché ha degli obiettivi e degli scopi propri e quindi tutto ciò avviene semplicemente grazie alla militanza. Il MeP esiste solo grazie al fatto che ci sono persone militanti. Con le parole del manifesto nuovo potremmo dire che il nostro scopo è «creare uno spazio di incontro e dialogo con la poesia».

Se il nostro obiettivo è creare uno spazio di incontro, la creazione di questo spazio è nell’azione. “Noi siamo quello che facciamo”. Questo è uno dei mantra a cui siamo attaccati (anche perché è una delle cose su cui siamo tutti d’accordo). Noi siamo l’azione che portiamo avanti, che è declinata in tutte le maniere che sappiamo: “attacchinaggio”, “leghinaggio”, raid nelle biblioteche o librerie, ecc. Di fatto non si può neanche dire semplicemente che il MeP è solo azione, perché nessuno milita “per fare”, no? Il MeP non è un fare cieco, è un fare con delle intenzioni forti alla base. L’essere militanti è l’azione del fatto che la poesia è cultura e come tale deve essere sentita. E qual è lo scopo della cultura? Lo scopo della cultura è evidentemente la sua trasmissione. Essere poeti militanti è allora rendere alla poesia quel ruolo, quello status di cultura. Poi, il motivo che ci spinge ad agire da militanti anonimi con una certa struttura dietro e non da attori-poeti su un palcoscenico senza senso, è perché tutti noi personalmente avvertiamo delle contraddizioni, diverse per ognuno, nel rapporto tra poesia e società. E il fatto che tutti noi le avvertiamo crea la necessità di muoversi affinché queste contraddizioni vengano risolte o come minimo ne vengano tamponate le conseguenze. 

Quindi è la percezione di queste contraddizioni che crea un bisogno di azione. Se non percepisci queste contraddizioni e questo non crea in te un bisogno di muoverti, perché in qualche modo vengano risolte, e non pensi che sia necessario farlo anche nei modi in cui il MeP ha deciso di agire, non c’è motivo per cui tu stia nel Movimento e militi. Puoi fare le cose da solo. Ecco, lo stare insieme, l’agire insieme e non singolarmente è anche un altro fatto importantissimo. Come l’acqua sulle rocce: anche le goccioline consumano le rocce, però se abbiamo un fiume intero che butta acqua sulla roccia è evidentemente molto più efficace come azione. L’essere poeti militanti è anche uno scopo personale dei membri: essere una qualche persona che si muove nella società nella forma del MeP. E questa è un’ottica cruciale secondo me. A questo punto la poesia diventa anche azione sociale e qui viene fuori un tema nascente, che vale la pena pensare, non so se abbastanza condiviso da poter essere trascritto in qualche cosa che vorrebbe raffigurare tutto il Movimento: il MeP come modulo sociale interessante.

Noi mettiamo in atto attraverso la nostra azione, anche organizzativa, tanti meccanismi che sono considerati virtuosi, in generale: l’orizzontalità interna, l’assenza di gerarchia, l’anonimato, l’assenza di selezione ma comunque il riuscire a mantenere un’integrità e un’efficienza in quello che uno fa, e altre cose che noi portiamo avanti e che fanno parte della nostra identità. Ecco queste cose e il fatto che si riesca a metterle in atto, sono esse stesse azioni di organizzazione sociale e politica, che fanno parte dell’identità stessa del Movimento.

E in questo senso, se guardiamo il lato attivo, il lato di militanza, la poesia diventa un qualche cosa di intercambiabile: questo potrebbe essere un movimento che si muove per qualunque altra arte, per qualunque altra cosa, il fatto che sia poi per la poesia si lega a quel voler rendere alla poesia quella statura di cultura, per la trasmissione della cultura ecc. Però da un punto di vista di azione e basta la poesia diventa un pretesto. Potrebbe essere un Movimento di emancipazione della Scultura, della Pittura, di tutte le Cose che uno vuole.

Ho notato che da un po’ non esiste più la vostra pagina Instagram e il 21 marzo (giornata mondiale della poesia) è stato pubblicato un comunicato sulla vostra pagina Facebook dove spiegate che non utilizzerete più i social per diffondere i vostri versi. Perché?

― Ci sono diverse ragioni per cui siamo fuori dai social. La prima è che ci siamo resi conto che all’interno di social come Facebook e Instagram avvengono fenomeni noti come “profilazione”, che consistono nell’ottenere informazioni attraverso la tua interazione col social e che generano poi un reddito alla piattaforma e sono anche un modo in cui, ormai lo sanno tutti, paghi il tuo utilizzo del social. Questo tipo di logica ci è estranea. La seconda ragione, un po’ meno tecnica, è che probabilmente mi tocca anche un po’ di più personalmente, è che ci siamo resi conto che la meccanica del consenso del social, quindi del “mi piace”, della possibilità di conteggiare a quante persone piace qualcosa, non aveva molto a che fare col MeP, che invece non punta sul consenso delle persone, ma punta ad altro. (Poi difficile dire effettivamente a cosa, visto che ne parliamo da anni, però sicuramente non a questo. Siamo unanimi nel dire non a questo). E poi alcuni di noi hanno riflettuto sul fatto che il social poteva veicolare in maniera sbagliata la raison d’être del MeP e quindi si poteva pensare che il MeP fosse un Movimento che dava molta importanza alla sua immagine, alla sua estetica, cose che invece sembrerebbe non avere: l’impaginazione, il font delle poesie sono più il tentativo di darsi un’identità riconoscibile e differenziabile dagli altri, più che il tentativo di dare un modello, pretendendo che altri street artist facciano la stessa cosa.

In questo tentativo di darsi un’identità riconoscibile, nel cercare di affermarsi rispetto a una determinata omogeneità non c’è un germe di elitismo e narcisismo? Che è quel germe di elitismo e narcisismo da cui voi volete sfuggire ma che hanno infondo tutti gli outsider: quella sensazione di sentirsi speciali e in un certo senso superiori con la propria identità.

― È la tipica domanda a cui tutti all’interno del Movimento risponderebbero in modo diverso, con una propria opinione. Io penso che – forse questo è un discorso un po’ slegato – nel mondo di oggi viene data molta poca importanza all’identità. Viviamo in un mondo globalizzato che ci sta portando verso il tentativo di arrivare ad un’unica identità che sia universale, ma ovviamente è impossibile avere un’unica identità che sia universale. E quindi là dove ti crei un’identità, una riconoscibilità, puoi veicolare un messaggio. Perché forse, anche un po’ stupidamente, noi siamo abituati ad associare un’identità un relativo messaggio. Quindi credo che l’identità sia importante per veicolare il messaggio. “Quello è il MeP. Il MeP fa quella cosa”. Se domani ci mettessimo a fare un’altra cosa non saremmo più in grado di veicolare il nostro messaggio.

― Io penso che ci sia un germe narcisistico molto forte in tutte le realtà artistiche in generale,anche nel nostro modo di fare. Nel momento in cui noi ci poniamo in contrapposizione rispetto a delle élite intellettuali dominanti stiamo costruendo un nuovo tipo di élite. Sicuramente anche la scelta di fare a meno dei social network ci distanzia da una scena dominante e paradossalmente esacerba l’elitismo da cui vogliamo sfuggire. Viviamo di un protagonismo di fondo. Noi ci affermiamo come identità al di fuori di determinanti contesti che definiamo “peggiori”, rispetto ad un sistema che invece giudichiamo “migliore”. E questa contrapposizione bene/male che riusciamo a vedere con più o meno chiarezza, ci porta effettivamente a sentirci dei paladini di qualcosa. Ma la poesia contemporanea è fatta di personaggi che si sentono i paladini di qualcosa. In questo senso noi non aggiungiamo né togliamo niente. Siamo tutti in una nicchia in questo senso. Siamo solo deboli in modi diversi. Sentirsi superiori per quale motivo? Ci differenziamo sicuramente da chi lo fa per puro snobismo. Se questo mondo è un acquario, a noi non interessa emergere, zampillare in superficie: a noi interessa che i pesci abbiamo l’ossigeno giusto. Non ci interessa astrarci, vorrebbe dire allontanarsi troppo dalla missione principale. Nel mondo della poesia di oggi c’è chi fa questa missione per sé stesso, allora ha senso astrarsi, brillare; e chi la fa perché tutte le altre persone abbiano poi effettivamente qualcosa indietro. In questo non abbonderemo mai la strada. Però cercare altri spazi sì. Cercare altri spazi assolutamente. Basta festival del cazzo, musei, fiere… Non ha senso. Basta tutti quegli spazi che hanno già poesia. A noi non interessa portare la poesia alla poesia o portare la nostra poesia prima di un altro tipo di poesia. Quindi bene uscire fuori da Facebook e Instagram, che ne sono saturi. Bene uscire anche fuori da internet: rimanere lì semplicemente come palinsesto informativo (ora sto provocando, magari qui gli altri non sono d’accordo). Bene andare in strada: perché è vero che ci sono altri poeti di strada però il mondo è vasto e non è come cliccare da qualche parte e trovare subito quello che cerchi. E quindi andare davvero nel darkweb, nei social che non si fila nessuno. Andare in posti che non immaginiamo nemmeno. Bisogna andare in posti che non riusciamo ad immaginare. Così rimaniamo visionari.

Che cosa pensate degli instapoet, della poetry slam, di Francesco Sole e di altri fenomeni quali Catalano ecc. e tutte le forme nuove che ci sono adesso e che stanno facendo letteralmente esplodere il fenomeno poesia?

― Io penso che in ogni periodo storico la poesia viene scritta con determinate funzioni. Forse quindi gli instapoet e quelli che fanno poetry slam stanno scoprendo un modo di utilizzare la parola che è diverso da quello che faceva l’ermetico Montale, o tutt’ora i poeti della prosa in prosa: bene. Io non ci trovo niente di negativo in queste persone.

― Ci facciamo caso al fatto che questa è la società con più artisti della storia del mondo?Io ormai non mi stupisco più che quando parlo con qualche tipa in giro questa ha fatto la fotografa, la poeta, la poelcan, la modella, fa teatro, fa i workshop sul bambù, se li ficca su per culo, ha girato un porno, non lo vuole fare con me e non me la dà. Palazzeschi faceva il poeta e al massimo lo scrittore. Nel 1920 se decidevi di fare il registra facevi il regista, fine. Dal momento che tutti possono fare tutto, c’è la volontà pratica di fare tutto un po’ alla cazzo di cane. Lo spirito del tempo è lo spirito della cazzo di cane. E non si può andare fuori da questa cosa, è così. Questa era la premessa. Riguardo Catalano e tutta quell’altra roba lì, ben venga! Io non smetterò mai di dirlo. Io godo e tutti godono perché quella lì è la poesia di questo tempo. Quella è l’unica cosa che può farci ricordare che almeno questa parola, poesia, nel mondo esiste. Catalano è l’espressione di questo tempo a livello poetico. L’espressione di questo tempo criticamente è la gente che mi dice: “cazzo sono andato a sentire Catalano, ho letto anche il libro, quella sì che è poesia, l’ho vista proprio”, è proprio quello. A me Catalano, a parte qualcosina che mi è vagamente piaciuta, mi fa incazzare, e io non mi incazzo più quando leggo una poesia da quando la leggevo davvero con tanto vigore quando ero un giovincello. Mi fa arrabbiare ed è quello che dovrebbe fare la poesia e solo quella poesia lì lo fa. Perché se leggo Baudelaire non mi arrabbio, invece con lui sì, quindi significa che qualcosa lui ha portato (come mi arrabbio se leggo qualche poesia di merda del MeP). Ed è comunque quello lì lo spirito: perché se sono un cultore mi fa incazzare e mi ricorda il lato buono; se non sono un cultore comunque sono convinto che quella sia la poesia con la “p” maiuscola e come c’era Ungaretti ieri, oggi c’è Catalano, fine.

È così anche per fenomeni più adolescenziali?

Assolutamente sì.La poesia non è pedagogia, non può essere pedagogia da ormai troppi anni. È un fantasmino di un morto e fine. Ce la teniamo così com’è. E queste persone qui, che ficcano bandiere nel costato del cadavere, quanto meno la fanno vedere ‘sta bandiera.

Francesca Sante è nata nel 1993. Si è laureata a Siena in Lingue e Letterature con una tesi sulle traduzioni di Vittorio Sereni da René Char. Continua con un corso in Economia e Gestione dell’Arte a Venezia, che conclude con una tesi sull’editoria di poesia contemporanea e le possibilità di ampliamento del pubblico della poesia. Ha collaborato come stagista con “Semicerchio”, Nazione Indiana e RadioRai3.
Commenti
6 Commenti a “Sull’editoria di poesia contemporanea – #6: Movimento per l’emancipazione della Poesia”
  1. Bandini scrive:

    Le altre non lo so, ma le poesie che si possono leggere nella foto sono veramente brutte.

  2. Elena Grammann scrive:

    E poi, visto che facciamo gli snob e parliamo di Parigi e nelle poesie ci infiliamo i nomi foresti che fanno tanto cosmopolita, almeno infiliamoli giusti se no facciamo solo i soliti ignoranti.

  3. sergio falcone scrive:

    Ha ragione Alfonso Berardinelli. Quando dice che pochi, in un secolo, sono i poeti veri e che la poesia italiana è morta.

  4. Lorenzo Almirante scrive:

    No, Sergio Falcone, lei si nasconde, lei lo sa che la poesia non è morta, perché c’è proprio lei che la tiene in vita.

  5. Lorenzo Almirante scrive:

    poesia italiana, ovviamente, eh

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