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Sullivanorama

Americani di John Jeremiah Sullivan, pubblicato da Sellerio, è un libro che porta chi si occupa di scrittura non-fiction a reazioni viscerali e complesse riflessioni. Cesare Alemanni per esempio ne ha discusso articolatamente su Rivistastudio chiamando anche in causa direttamente il traduttore Francesco Pacifico, mentre su Europa Quotidiano, ripreso qui da minimaetmoralia, Christian Raimo ne ha fatto una lunga disamina definendolo un libro deludente e irritante. Il paragone che i suoi essays chiamano automaticamente è quello con David Foster Wallace. È chiaramente John Jeremiah Sullivan stesso a esserne consapevole. E qui su nazioneindiana trovate la traduzione del saggio-ricordo che Sullivan scrisse su Wallace qualche anno fa. Per tutti questi motivi, continuiamo a parlarne ripubblicando un pezzo di Cristiano De Majo uscito su Repubblica.

di Cristiano De Majo

Il lavoro dell’editor Mattia Carratello — brillante scopritore di talenti sin dai tempi, ormai lontani, della collana avant-pop di Fanucci — sta dando alla narrativa straniera di Sellerio una fisionomia diversa, concentrando l’attenzione su una nuova leva di scrittori americani. Dopo La persona ideale, come dovrebbe essere? di Sheila Heti, esce ora, nella traduzione di Francesco Pacifico, Americani di John Jeremiah Sullivan, titolo forse un po’ troppo piatto, specie se paragonato all’immaginifico originale Pulphead («Testa di cellulosa»).
In questa raccolta di pezzi di giornalismo narrativo, tutti accomunati da una vorace curiosità verso la cultura pop, che nel 2011 ha riscosso molta attenzione in America, si va dal ritratto quasi commosso del genio da bambino (e del genio coi bambini) Michael Jackson a una ricostruzione dell’infanzia dell’imbolsito Axl Rose nella più insignificante provincia americana; dalla lotta contro i propri pregiudizi in una corrispondenza da un festival di rock cristiano a una serata trascorsa con entusiasmo a chiacchierare con vecchi concorrenti di un reality show; dal tentativo fallito di raccontare le miserie del dopo Katrina all’apprendistato letterario passato a fare praticamente da badante a un vecchissimo scrittore sudista. E per molti motivi, dallo stile agli argomenti, torna in mente la nonfiction di David Foster Wallace, che non solo è richiamato sul risvolto di copertina, ma è anche l’oggetto di un accurato profilo critico scritto dallo stesso Sullivan e reperibile in rete.

Entrambi, Wallace e Sullivan, possono in realtà essere considerati figli del new journalism, e non tanto dell’albero genealogico che discende da Didion, Mailer, Capote e che verrebbe da definire giornalismo lirico, più attento alle implicazioni emotive dello stile che a quelle filosofiche, ma del secondo, che accomuna due scrittori diversissimi come Tom Wolfe e Hunter S. Thompson, quantomeno nell’esercizio di un perpetuo tira e molla tra coinvolgimento e distacco dalla materia. Partecipazione in media res controbilanciata da una forma di distanza ironica, fame culturale saziata fino alla nausea dalla speculazione, satira dei costumi che diventa autodenigrazione. Se queste sono caratteristiche comuni, la letteratura della realtà di Sullivan si distingue, invece, per una forma di maggiore naturalezza, che tiene sotto controllo l’aspetto digressivo e cervellotico — le elucubrazioni che hanno mummificato il mito di Wallace — ed esercita la sua maggiore potenza nel dire senza dire troppo, come se l’esperienza fosse già rivelatoria senza il bisogno di cercare a tutti i costi la rivelazione.

Non è un caso probabilmente se i migliori pezzi del libro sono quelli con il maggior gradiente personale, quando lo stile, invece di radicalizzarsi e di nascondersi nel gergo dell’intellettuale bianco sedotto dalla cultura bassa, trova il suono della normalità: il ricordo del risveglio dal coma di un fratello fulminato da una scossa presa da un microfono durante le prove della sua band; la storia di come la casa appena comprata per viverci con moglie e figlia diventa il set di una serie tv; un viaggio a Disneyworld con figli e amici che si trasforma in un’affannosa ricerca di posti dove fumare spinelli senza essere visti.

Oltre che divertiti, si resta spesso ammirati nel leggere la scrittura di Sullivan, eppure in qualche caso il centro del pezzo, il nucleo della questione, il punto interrogativo si perde di vista. Perché mi stai raccontando questo? Che genere di conflitto umano stai sollevando? Sono domande mentali che non sempre ricevono risposta. Ma, alternando stati di euforia a sentimenti di insoddisfazione, si ipotizza, senza esserne certi, che l’intenzione dell’autore sia proprio di distinguersi dall’ingombrante fratello maggiore, Wallace, anche nel passaggio di epoca, rappresentando una forma di perdita delle coordinate, di assenza di posizioni morali e politiche in questo corpo a corpo con la contemporaneità.

Cristiano de Majo è editor di Studio. Ha scritto per la Repubblica, IL, Internazionale. È autore di quattro libri, l’ultimo s’intitola Guarigione.
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