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Sull’uso pubblico della storia: ossia perché Odifreddi poteva semplicemente dire “Ho detto una cavolata”

Sono alcuni giorni che si è generato un complicato dibattito in rete a partire da alcune affermazioni di Piergiorgio Odifreddi sull’Olocausto, il nazismo, e via via l’ermeneutica storica, lo statuto di verità della disciplina storica stessa. Odifreddi ha fatto il punto su questa polemica che lo ha visto come oggetto, più che come soggetto del discutere, nel post precedente, rispondendo a Christian Raimo che qui, sua volta, indirettamente (rispondendo a Quit the Doner) lo chiamava molto direttamente in causa. In questo intervento spostiamo l’attenzione su alcune questioni di metodo che investono la storia, il suo uso pubblico, e la funzione dell’intellettuale nel dibattito pubblico.

di Vanessa Roghi

Ogni volta che, da storica, penso alla matematica mi viene in mente Alberto Sordi che, ne Il maestro di Vigevano, detta alla classe un problema incomprensibile fondato peraltro su un assunto assolutamente discutibile e casuale: una massaia lascia le mele dal lattaio e deve tornare a prenderle. Perché, si domanda Sordi, la massaia lascia le mele?

Perché lasciare le mele serve a dimostrare qualcosa, a spiegarlo, a renderlo comprensibile, un ragionamento induttivo. Un metodo che gli storici non usano, e per quanto possa parere loro assurdo, funziona. Vorrei ritornare dunque sulla questione del metodo, che sul merito altri sono intervenuti.

A ripercorrerla tutta, questa discussione su un’ infelice quanto affrettata dichiarazione di Odifreddi, affrettata quanto lo può essere il commento di ognuno di noi in un post su Facebook o su un blog, appunto, a ripercorrerla tutta, dicevo, l’unica cosa che vale la pena di aggiungere, sottolineare, ricordare, è quanto la storia sia, fra le discipline tutte, e non certo per la sua “relatività” di cui si è a lungo scritto, la più condivisa, quella che più di tutte suscita reazioni, genera polemiche, scuote le coscienze. Una disciplina usata pubblicamente, insomma, nel bene e nel male, e per questo esposta alle incursioni di chi non è addetto alla materia ma, giustamente, vuole dire la sua su qualcosa che avverte come prossimo, se non suo, di proprietà. È sempre stato così. E non stupisce chi, come me, si occupa di comunicazione della storia, trovarsi di fronte all’ennesima bagarre mediatica, anzi: ogni discussione di questo tipo diventa un caso di studio che arricchisce un bagaglio di riflessioni da restituire, per esempio, nei miei corsi universitari su Public history e uso pubblico della storia e che fa crescere il dispositivo degli anticorpi da rafforzare affinchè “opinioni” non sostituiscano, nella vulgata comune, quelle poche verità di cui tutti, storici e storiche, crediamo di essere in possesso.

Perché qualche certezza ce l’abbiamo anche noi.

Scrivevano Borges e Bioy Casares in Cronache di Bustos Domecq: «Più di uno storico ha stabilito per sempre che le scienze esatte non si basano sull’accumulazione statistica; per insegnare alla gioventù che tre più quattro fanno sette non si sommano quattro meringhe con tre meringhe, quattro vescovi con tre vescovi, quattro cooperative con tre cooperative, e neppure quattro stivaletti di vernice con tre calze di lana; intuita finalmente la legge, il giovane matematico afferma che, invariabilmente, tre più quattro danno sette e non ha bisogno di ripetere la prova con caramelle, tigri avvezze alla carne umana, ostriche e telescopi. La medesima metodologia esige la storia». Ecco a volte la storia funziona così, come l’aritmetica: stabilito una volta e per tutte che la II guerra mondiale l’hanno vinta gli alleati e che nei campi di sterminio sono morti sei milioni di cittadini d’Europa che avevano il solo difetto di essere ebrei, beh, stabilito questo, si va avanti a farsi altre domande, a verificare i dettagli, a cercare di capire, per quanto possibile, le ragioni, le scelte, ad ascoltare le diverse storie.

Jacques Le Goff scriveva che la storia si fa con i documenti e con le idee, con le fonti e con l’immaginazione. Non solo con le fonti, non solo con l’immaginazione. Pure la matematica funziona così, o sbaglio? Se non vi fosse stata immaginazione neanche la scienza avrebbe fatto un passo avanti.

La discussione seguita alle dichiarazioni di Odifreddi però ha interpellato soltanto l’immaginazione spiccando il volo nei lidi più alti dell’ermeneutica dimenticandosi quanto noi storici amiamo la terra, gli uomini in carne ed ossa, quanto noi storici siamo orchi. Il bravo storico somiglia all’orco della fiaba, scriveva Marc Bloch, là dove c’è carne umana, e non raffinate disquisizioni sul concetto di verità, lì lo storico si tuffa.

Ma altri, meglio di me, hanno affrontato questo spinoso tema che rientra nello statuto della disciplina come una tautologia e che, per questo, fa sempre sorridere quando lo si incontra sui quotidiani trattato come argomento di discussione mondana.

Perché la cosa che soprende è che succede anche questo, quando si parla di storia: mettiamo che uno dice una sciocchezza su una questione storica, non è che dopo rettifica con un semplice “Vabbè mi sono sbagliato”. No, spara in alto, e mette in discussione l’epistemologia stessa della disciplina affermando: ma se lo dite anche voi che non avete certezze, perché dovrei averle io che sono pure uno scienziato e lo so bene qual è la differenza fra verità e opinione. Beh, molto semplicemente, perchè non è così. Le certezze, appunto, le abbiamo. Sono le sfumature che ci sfuggono. Per approfondire la questione ci sono centinaia di titoli, ma io ne voglio suggerire uno solo che sono le Lezioni di metodo storico di Delio Cantimori, così per iniziare, oppure la risposta di Carlo Ginzburg a Hayden White sul relativismo ne Il filo e le tracce, se proprio si vuole andare avanti.

Ma il punto, ripeto, non è neanche questo quanto il rapporto che gli “intellettuali” hanno con la disciplina storica e che ha a che vedere con il suo uso pubblico. Nessuno storico si sognerebbe mai di intervenire con tanta leggerezza su una questione matematica, né alcun giornalista, se non un giornalista scientifico, si sognerebbe di sollevare un putiferio sull’epistemologia di una disciplina scientifica. Ma con la storia questo è possibile: matematici, giornalisti, pasticceri, massaie, politici, intervengono quotidianemente su qualche argomento storico, molto di più di quanto lo facciano gli storici stessi e la vicenda della legge sul negazionismo, nata da un’alzata di testa della politica, sostenuta da qualche giornalista compiacente e deprecata da ogni storico serio è, in questo senso, emblematica.

Potrà sembrare incredibile a chi è abituato a pensare che la volgarizzazione dei saperi sia una conseguenza della diffusione della tv e della cultura di massa, ma su questo gli storici ragionano da almeno un secolo. Nel 1926 Johan Huizinga, ne Il compito della storia culturale scriveva che la storia “è la scienza che più di tutte tiene aperta la porta al grande pubblico. In nessun’altra scienza il passaggio dal dilettante all’esperto è così sfumato, e in nessun’altra scienza una particolare conoscenza preliminare di natura scientifica è richiesta in misura tanto scarsa quanto lo è nel caso di chi voglia comprendere storicamente e operare storicamente. In tutti i tempi la storia è cresciuta molto di più nella vita che nella scuola. Nel sistema scolastico medievale, nato da quello della tarda antichità, non c’era posto per la storia. Le sette artes liberales e i tre indirizzi di studio che esse coronano, cioè teologia, diritto e medicina, sono state il terreno di coltura su cui si sono sviluppate, grazie a ramificazioni e specilizzazioni, la maggior parte delle scienze moderne. Diverso è il caso della storia. La storiografia trova impulso là dove una fase culturale ha il suo centro spirituale: nell’agorà, nel convento, presso la corte, nella tenda del comandante, nel gabinetto, nella redazione di un giornale. Il fatto che la pratica della storia fosse poco o per nulla coinvolta nelle artes liberales, ha come conseguenza che anche dopo il Medioevo la storia ha continuato ad essere scarsamente rappresentata nelle Università, le quali infatti hanno basato fino XIX secolo il loro tipo di insegnamento sul vecchio sistema. Fra coloro che sono diventati celebri come storici nel secoli dell’Umanesimo al Romanticismo, ci sono pochi accademici. Quasi nessuno dei grandi lavori storici che hanno visto la luce in quel periodo è stato prodotto nell’ambito dell’università. In Inghilterra la figura dello storico-statista ha ancora un peso notevole”.

Huizinga ragionava, insomma, su quella che oggi viene definita Public History. E aggiungeva:«Il tempo in cui ognuno si formava la propria idea di una civiltà passata attraverso la lettura sembra essere finito… Ai giorni nostri sono le arti figurative che presiedono al formarsi di simili rappresentazioni culturali; il mezzo con cui si stabilisce la percezione è cambiato; l’organo della conoscenza storica si è fatto più visivo: il guardare ha preso il posto del leggere».

Unica possibilità di non perdere completamente l’egemonia sulla disciplina è prendere coscienza di questo fenomeno e essere sempre presenti nel dibattito pubblico, tema questo perfettamente sintetizzato dallo storico statunitense Jim Grossman in un suo commento al film Lincoln e al ruolo pubblico degli storici (qui).

Public History e uso pubblico della storia. Di solito la storia finisce nel dibattito pubblico sotto due forme: quella della Public history e del suo uso pubblico. Due cose diverse. La Public History è, negli Stati Uniti, per esempio, una vera disciplina accademica che forma professionisti che opereranno, poi, in quegli ambiti della vita pubblica nei quali la disciplina viene raccontata: i musei per esempio, la televisione, i giornali, ma anche le istituzioni che spesso si avvalgono di consulenti storici con particolari competenze in fatto di celebrazioni, ricorrenze e via dicendo.

In Italia non c’è nessuno che ragioni seriamente su quanto ci sarebbe bisogno di una formazione in questo senso, e così tutto scivola sempre verso un uso pubblico della storia più o meno consapevole, un uso pubblico che attraversa la nostra quotidianeità, nei mezzi di comunicazione, e non conosce limiti dettati, appunto, da chi il mestiere di raccontare la storia al grande pubblico dovrebbe averlo imparato da qualche parte. Sia chiaro, non c’è niente di male a usare pubblicamente la storia, perché non è un monolite, proprio perché appartiene a tutti, è la più democratica e bella delle discipline, perché affianca alle sue regole quella relatività (non relativismo) di cantimoriana memoria, appunto, che nasce dalla serietà dell’utilizzo delle fonti, e dalla parzialità delle stesse.

In Italia a fare il punto sull’uso pubblico della storia è stato Nicola Gallerano che, nel 1995, chiamando a raccolta storici e filosofi, ha voluto ragionare sull’ipertrofia raggiunta dal discorso storico nella sfera pubblica. Un fenomeno, questo, connaturato alla disciplina stessa ma che dagli anni Novanta ha conosciuto, grazie all’appropriazione da parte dei mass media della storia come oggetto di palinsesto un’estensione mai avuta in precedenza.

Historysells è il titolo di un interessante volume uscito in Germania, paese nel quale, per la prima volta in modo eclatante la battaglia sulla storia (quella del passato nazista e delle sue permanenze) è esplosa sui quotidiani, in tv, persino al cinema (del resto è un episodio di Fassbinder che l’ha tematizzata in modo esemplare in Germania in autunno). Giornali, tv, cinema, perfino videogiochi, il discorso storico, la conoscenza storica, l’immaginario storico nascono dall’intreccio casuale di questi diversi agenti, e quello che otteniamo sono competenze, che poi la scuola e l’università dovrebbero trasformare in conoscenza. Ma non succede sempre. E così i mass media formano soggetti convinti di avere conoscenze storiche solo perché hanno letto qualche libro o visto film. Ma anche in questo non c’è niente di male. Proprio per quello che scriveva Huizinga: «Una tale fame di immagini non può più essere appagata leggendo, non c’è il tempo: può essere appagata solamente guardando (…) Noi vogliamo delle immagini che siano metà sogno, che non abbiano contorni netti, in cui l’interpretazione soggettiva del nostro animo abbia campo libero. Questo bisogno trova più spazio in una percezione visiva dei fenomeni storici, piuttosto che in una intellettuale»

Dato per scontato dunque che tutti possono intervenire su questioni storiche, cosa c’è che davvero non mi sembra corretto nel ragionamento di Odifreddi? Procedo per punti, come ha fatto lui stesso nel post precedente (senza andare in ordine, perché sono una storica e dei numeri mi interessa il contenuto).

Parto dunque dal punto

6) “Il problema che io ho sollevato non è che “gli storici non prendono i libri di storia per oro colato”, ma che “l’uomo comune prende i film e i romanzi per oro storico colato”. e quasi i partecipanti al mio linciaggio si sono dimostrati pronti a coprire di insulti una persona che non conoscono, non solo non capendo cosa ha detto, ma opponendogli il fatto che “noi sappiamo che le cose sono andate così”: cioè, appunto come hanno imparato da film e romanzi”.

Prescindendo dalla logica da stadio che anima la rete il punto è che il disprezzo insito in queste parole verso quanto appreso da film e romanzi (anche se Odifreddi dice di essere lui stesso formato da queste fonti) è lo stesso che fa si che, altrove, esistano docenti convinti che le competenze dei loro allievi, proprio quelle nate dall’aver visto film, letto romanzi, siano spazzatura. Una logica accademica, o meglio, baronale, di chi divide il sapere alto da quello basso. Compito di un divulgatore è proprio quello di ricucire l’alto e il basso, soprattutto in una discussione come questa. A questa missioni Odifreddi manca in modo eclatante ammettendo “anche io sono un ignorante come voi”. Non è da un’ammissione di ignoranza che si acquisisce legittimità a parlare, è un atteggiamento falsamente modesto, che elogia implicitamente la cialtroneria come motore di dibattito pubblico. So di non sapere, quindi taccio, non “dico la mia comunque”. Chi sa non sprechi, recita un vecchio detto toscano.

La “scandalosa” distinzione è una banalità filosofica, analoga a quella tra “verità di ragione” e “verità di fatto” di Leibniz”. Vero.

Ma la maggior parte degli spettatori dei film e dei lettori di romanzi non ha idea di cosa stiamo parlando, e questo era appunto ciò che volevo sottolineare, in una discussione che era nata osservando i neonazisti fare il saluto alla bara di Priebke, e i neoantinazisti prendere a calci il suo carro funebre”. Sbagliato, ma non nel merito, bensì nel metodo, che per un matematico, così come per uno storico è fondamentale. La funzione di intellettuale prevede scivoloni, errori, banalità. Ma il metodo del ragionamento non può fallare. Se mi trovo in mezzo a persone che considero assolutamente incompetenti, o faccio una lezione o abbasso i toni. Alzare la bagarre su opinioni personali su fatti storici è soltanto, incredibilmente, assolutamente, inutile, e non svolge alcuna funzione da intellettuale, che per citare il buon vecchio Adorno ha il compito, pubblico, di rompere lo specchio della duplicazione, evitando di ripetere verità note o date per note, introducendo elementi di analisi basati sui fatti e non su una storia controfattuale (per questo abbiamo avuto romanzi eccellenti).

Sugli altri punti, velocemente, e sempre per questioni di metodo:

1) Nessuno, che non abbia voglia di aprire una polemica per il gusto di farla, o semplicemente per far dimenticare qualche recente sciocchezza, si sognerebbe di dare del razzista a Odifreddi. Citare un articolo su Martin Luther King però non serve, anzi confonde, perché si potrebbe rispondere: esiste un radicato sentire in aree insospettabili e laiche e antirazziste che sulla questione dell’Olocausto è sempre pronta a fare distinguo, proprio per quell’uso pubblico della storia che ha recentemente coinvolto anche il filosofo Gianni Vattino, che ha buttato là un’ (altra) infelice battuta su Israele e il suo diritto di esistere nonché il suo uso strumentale della Shoah. Non serve citare Martin Luther King. Basta dire: non ho dubbi, non ho i dubbi che mi sono stati attribuiti.

2) “Sullo spettro di verità, che separa fra loro quelle matematiche, scientifiche, storiche, eccetera, mi sembra di aver detto delle banalità”. Infatti. Quindi non ci torniamo.

3) La storia controffattuale è un genere: nella Svastica sul sole Philip Dick ce ne ha dato una prova proprio nel senso indicato da Odifreddi. Così Philiph Roth ne Il complotto contro l’America. Ma è storia controfattuale. Fantascienza. Fiction. La storia, invece, è andata così come è andata, con tutti i suoi dubbi, le sue aporie, i suoi distinguo. Con questa storia dobbiamo fare i conti. Non mi piace la parola benaltrismo, ma credo che quanto scritto da Raimo sia, in questo senso corretto.

4) Antifascismo parola vuota? Questo è interessante e apre tutto un filone sulle responsabilità dei media nello svuotarla, filone troppo complesso per essere affrontato velocemente qui ma vorrei soltanto far notare che lo svuotamento della parola antifascismo è un processo culturale con il quale, anche in circostanze come queste, facciamo i conti. Iniziò la Tv, nei primi anni Novanta, in programmi come Combat film, o Nascita di una dittatura, venti anni dopo, a ospitare storici e “testimoni”, a partire da Renzo De Felice, che svuotarono pezzo dopo pezzo, quel senso che per 50 anni aveva avuto nella Repubblica. Se oggi è vuota è anche per colpa di discussioni come questa.

7) Per me l’affermazione ”Napoleone è morto a Sant’Elena” ha un valore assoluto, anche se non è una verità di ragione.

Infine: non so se Odifreddi ha mai visto il film Furia di Fritz Lang. Un altro film, che ci ha insegnato, più di mille libri o articoli su Repubblica, moltissimo sul senso della parola linciaggio, e sul ruolo dei media nel darle contenuto, senso, spessore. Ecco, la mia è anche la reazione sorpresa di una storica di fronte a un uso disinvolto di questa parola. Forse avendo visto qualche film in più tutto questo sarebbe stato soltanto un banale svarione, detto in un momento di compensibile sconcerto, mentre, per come è fatto il dibattito sulla storia, il suo uso pubblico, è diventato un linciaggio, una gogna mediatica, con tifoserie a far da spalla all’una o l’altra fazione. Guardiamo più film, leggiamo più romanzi, insegniamo a interagire con queste narrazioni senza snobbarle, rispettiamo il nostro ruolo di divulgatori, anche quando non interveniamo sulla nostra disciplina, evitiamo di dire “non so niente ma voglio dire la mia” che sa tanto di grillismo culturale, altrimenti i calci e i pugni contro la bara di un morto sono il meglio che possa accaderci.

 

 

 

 

 

 

Vanessa Roghi è una storica del tempo presente e ricercatrice indipendente. Fa ricerca sulla storia della cultura: ha scritto di donne e preti, di Manzoni e Le Monnier, di diritto degli autori e della fatica di guadagnarsi da vivere con la scrittura. Ma il suo amore più grande è la storia della scuola. I suoi ultimi saggi sono “La lettera sovversiva” (Laterza 2016) e “Piccola città” (Laterza 2018). Le piace pensare che l’immaginario storico possa avere un posto nel dibattito storiografico, fa di tutto per portarcelo. Ha insegnato per anni alla Sapienza ma poi ha smesso. Fa documentari di storia per Rai Tre.
Ha due figlie che si chiamano Alice e Anita. Pensava che dopo Nick Drake e Fabrizio De Andrè la musica avesse poco da dire poi meno male sono arrivati i Radiohead.
Commenti
24 Commenti a “Sull’uso pubblico della storia: ossia perché Odifreddi poteva semplicemente dire “Ho detto una cavolata””
  1. h scrive:

    Vanessa, lei è sposata?

  2. rfr scrive:

    gentile Vanessa, ci può spiegare in cosa consisterebbe “l’infelicità” delle frasi (che lei riduce a “battute”) di Vattimo “non voglio che ci sia uno Stato confessionale e razzista come Israele” e “l’uso spregiudicato che Israele fa dell’olocausto per giustificare la propria politica di oppressione nei confronti dei palestinesi”?
    Crede che siano frasi false? Che vuol dire che sono “battute infelici”? E’ il suo modo soft di far passare l’idea che l’antisionismo è antisemitismo?
    Si spieghi meglio per favore, non è chiaro.
    Grazie.

  3. Alessandro C. scrive:

    Non sono un negazionista e tantomeno un antisemita/antisionista. Ho letto le spiegazioni dell’accaduto da parte di Odifreddi e son convinto della sua buona fede e della validità delle sue ipotesi.

    Bisognerebbe smetterla di scatenare fango contro chiunque come se si conoscessero le intenzioni dietro un messaggio (seppur fraintendibile) più a fondo del suo stesso autore.

  4. monica scrive:

    Apprezzo molto il modo giudizioso e chiarificatore con cui la Roghi affronta, analizzandoli e spiegandoli anche a chi come me non ha strumenti per comprendere tutto di questa polemica. Ma devo anche confessare di aver apprezzato altrettanto la sintesi e quella certa dose di coraggio con cui ha liquidato il punto due.

  5. Vanessa scrive:

    @rfr: mi dispiace che una persona perbene come Vattimo si faccia mettere nel mezzo da due persone in totale malafede come i conduttori della zanzara. Avete ascoltato la trasmissione? Fatelo per piacere: http://video.repubblica.it/politica/vattimo-israele-fa-un-uso-spregiudicato-dell-olocausto/144325/142856
    Vattimo balbetta di fronte ad accuse assurde, usa la ragionevolezza in un contesto di violenza verbale. Ma poteva pure capirlo e cambiare rotta. Non l’ha fatto, e questo è infelice, si è lasciato trascinare in una polemica sterile che è servita soltanto ai soliti pasdaran per dargli contro. Poi non sono d’accordo sul fatto che Israele non debba esistere perché confessionale: è una delle conseguenze della II mondiale, degli equilibri della guerra fredda, se dovessimo riportare l’Europa alla situazione precedenete a Yalta staremmo freschi. Quando parlo dello stato di Israele guardo lontano, attraverso la storia del 900, quando mi riferisco alle sue politiche oggi, le politiche di governo, perché esiste anche altro, quando mi riferisco alle sue politiche non posso non dirmi contraria , ma sono due cose diverse. Non credo che essere antisionisti significhi essere nazisti. Ma non capisco il senso di definirsi antisionisti per dirsi contrari alla violenza dell’occupazione israeliana nei territori. Sull’uso della Shoah. Ho già scritto quello penso sull’uso pubblico della storia qua sopra, credo basti.
    @Alessandro: non ho dubbi sulla buona fede, non mi sembra di aver gettato fango su nessuno.

  6. Angelo scrive:

    “Nessuno storico si sognerebbe mai di intervenire con tanta leggerezza su una questione matematica, né alcun giornalista, se non un giornalista scientifico”
    Perchè non ne avete i mezzi. Ed il linciaggio di Odifreddi lo tesimonia, giornalisti di rilievo del panorma italiano che non sono in grado di comprendere un testo di 10 righe.
    Ma dato che siete in maggioranza questo vi conforta della convinzione di stare dalla parte della ragione.
    Il punto è che 3+4=7 sarà sempre vero fino alla fine dei tempi.
    Non si può dire lo stesso di quello che ci insegnano a scuola durante l’ora di storia, basti pensare alla favola dell’unificazione d’Italia, aile mille camicie rosse ecc…
    Non è poi così difficile da capire, o siete in malafede oppure non ci arrivate proprio, e non sono ancora convinto di quale delle due ipotesi sia la peggiore.

  7. Damiano scrive:

    Se si continua a parlare di linciaggio a Odifreddi, forse si farebbe meglio a leggerlo tutto l’articolo che si decide di commentare e criticare con cotanta verve polemica. Non per insegnarle niente, caro Angelo, ma la differenza tra una disciplina scientifica e una umanistica è proprio l’interpretazione della disciplina stessa, e dei fatti. Meno male che, almeno in storia, 3+4 non fa sempre 7, e che i fatti sono interpretabili. Detto questo, io non parlo di cose che non conosco, e forse ci vorrebbe un pochino più di umiltà prima di intervenire pubblicamente in un dibattito così spinoso. Ma c’è chi, dall’alto della sua tuttologa conoscenza scientifica, si crede di poter dire la sua su tutto. Tanto per curiosità, quale sarebbe questa favola dell’unificazione d’Italia e delle camicie rosse? Da storico, ne sono molto curioso.

    Per quanto riguarda le frasi di Vattimo è davvero triste, ogni volta, doversi ridurre a identificare le politiche coloniali dello Stato d’Israele alla sua stessa esistenza. Anche Vattimo, come purtroppo la maggioranza degli intellettuali italiani di sinistra, ha dimostrato di non riuscire a separare le due faccende, che Vanessa ha sintetizzato benissimo nel suo ultimo commento. Voglio bene a Vattimo, ed è per questo che vorrei sperare che le sue siano battute infelici, dovute soprattutto alla situazione “paradossale” in cui si è trovato. Anche perché: 1. Israele è uno stato confessionale, certo: e questo sarebbe un buon motivo per metterne in dubbio l’esistenza? 2. Israele non è uno stato razzista, come la stessa società israeliana non lo è. Questo governo ha adottato delle politiche coloniali discriminatorie, sì, e vanno condannate: è un buon motivo per metterne in dubbio l’esistenza?

    L’unica cosa che mi interessa delle parole di Vattimo è la sua dichiarazione sull’utilizzo pubblico della Shoah per permettere agli israeliani di opprimere i palestinesi. Di questo sarebbe bello discuterne, ma dopo aver studiato. E leggere l’articolo di Vanessa (tutto) sarebbe un punto di partenza importante.

  8. Vulfran scrive:

    @Angelo
    Il fatto che giornalisti di rilievo non siano in grado di comprendere un testo di 10 righe non esclude il fatto che Odifreddi abbia scritto un testo ambiguo, mica sono due elementi in contraddizione tra loro. E, una volta ammessa la buona fede di Odifreddi, non capisco perché non voler ammettere anche che una formulazione ambigua sia comunque l’emergere di un qualcosa di irrisolto. Il fatto che la storia sia soggetta a scritture e riscritture non implica che per ogni fatto storico (accertato dagli storici e divulgato dell’industria culturale di massa) si debba premettere che le nostre conoscenze da non-storici siano al riguardo “uniformi all’opinione comune” fornita dal “ministero della propaganda” (il post originale recita «Non entro nello specifico delle camere a gas, perché di esse “so” appunto soltanto ciò che mi è stato fornito dal “ministero della propaganda” alleato nel dopoguerra. E non avendo mai fatto ricerche al proposito, e non essendo comunque uno storico, non posso far altro che “uniformarmi” all’opinione comune. Ma almeno sono cosciente del fatto che di opinione si tratti.»). Se le dicessi che per quanto riguarda lo schiavismo dei neri non posso far altro che uniformarmi all’opinione comune diffusa dal ministero della propaganda lei penserebbe che sto dicendo che non ho personalmente svolto ricerche storiche al riguardo o che nutro dubbi sul fatto che lo schiavismo sia esistito? Il fatto che lei poi non potrebbe dimostrare che io abbia effettivamente espresso un dubbio non significa che il mio discorso non potesse, appunto, suggerire, volutamente o meno, tale interpretazione.

  9. Fernando (un libraio) scrive:

    La matematica è un’astrazione.

    7 + 3 = 10. In natura, però, non esistono due mele (o due sassi) perfettamente uguali.

    Un morto in un campo di concentramento è invece innegabilmente morto.

    La scienza smentisce se stessa di continuo. E’ il suo mestiere. La Terra da piatta diventa tonda. Il tempo, da lineare non lineare.

    Un morto in un gulag è invece innegabilmente morto.

  10. Hop-Frog scrive:

    Fortunatamente, durante questa valang di (noiose) chiacchiere inutili, si sono verificati anche tre fatti rilevanti e secondo me positivi.

    1) L’azione punitiva di un piccolo manipolo di (pessimi) giornalisti manganellatori e’ stata scoperta e respinta.

    2) Si e’ passati dal “e’ palese che si tratti di un antisemita: dovrebbe chiedere perdono per le gravissime affermazioni, anche perche’ quelle affermazioni hanno generato uno spaventoso rigurgito di neo-nazismo” al “non si tratta certo di un antisemita, tuttavia… bla bla bla… la Public History… bla bla bla… ha detto una cavolata… bla bla bla… perche’ non lo ammette?… bla bla bla… ”

    3) Il bizzarro progetto di legge sul reato di negazionismo e’ stato ritirato.

    Vista l’arietta che tira, poteva andare anche peggio.

  11. Sascha scrive:

    Se non ci fosse stato l’Olocausto oggi nessuno si appassionerebbe a questioni di epistemologia storica. Per metterlo in dubbio bisogna mettere in dubbio tutte le possibili basi della storiografia e ridurre tutti i libri di storici a retorica o romanzi. Il giorno che si torna al potere, ovviamente, la verità storica sarà una sola, categorica e impegnativa per tutti.

  12. Vulfran scrive:

    @Hop-Frog

    Potremmo aggiungere alla tua lista un quarto punto: i difensori stizziti di una frase palesemente ambigua hanno capito che il loro idoletto laico li aveva portati su un terreno molto scivoloso e hanno smesso di entrare nel merito della questione, limitandosi a provocazioncine più adatte ai tweet di Riotta che alla disamina libera e schietta della questione.

  13. Hop-Frog scrive:

    @Vulfran

    No, quello mi sembra un punticino troppo stizzosetto e soggettivo per far parte della mia lista di fatti.
    Quello fa parte dell’arietta.

    Saluti.

  14. Hop-Frog scrive:

    P.S.
    Per quanto riguarda la ” disamina libera e schietta della questione”, quella c’e’ gia’ stata. Nonostante fosse ottima e abbondante, sta ancora continuando. Immagino che non finira’ mai. Poco male.
    Io volevo solo far notare i tre fatti suddetti.

    Risaluti.

  15. Vulfran scrive:

    @Hop-Frog
    Avevo aggiunto il punto quarto in quanto i tre punti che avevi messo in evidenza tu riguardavano elementi che non facevano parte dell’articolo che stavi commentando. Mi spiego, con riferimento ai tre punti da te proposti:

    1) «L’azione punitiva di un piccolo manipolo di (pessimi) giornalisti manganellatori e’ stata scoperta e respinta.»/// In questo articolo nessuno ha difeso il giornalismo di Riotta e colleghi, che hanno attaccato Odifreddi come negazionista.

    2) «Si e’ passati dal “e’ palese che si tratti di un antisemita: dovrebbe chiedere perdono per le gravissime affermazioni, anche perche’ quelle affermazioni hanno generato uno spaventoso rigurgito di neo-nazismo” al “non si tratta certo di un antisemita, tuttavia… bla bla bla… la Public History… bla bla bla… ha detto una cavolata… bla bla bla… perche’ non lo ammette?… bla bla bla… ”.» /// Affermare che qualcuno ha detto una cavolata e preferisce non ammetterlo non significa dargli dell’antisemita. Anzi, a essere precisi nell’articolo il fatto che Odifreddi possa essere antisemita non viene nemmeno preso in considerazione.

    3) «Il bizzarro progetto di legge sul reato di negazionismo e’ stato ritirato.»/// Nessuno ha qui difeso il progetto di legge che prevedeva l’istituzione del reato di negazionismo, soggetto su cui, del resto, si sono espressi nel corso del tempo molti intellettuali, come ad esempio Sergio Romano; la posizione di Odifreddi non costituiva novità.

    Il quarto punto, quello proposto da me, riguardava invece una mia impressione: i punti da te elencati non entrano nel merito delle osservazioni proposte nell’articolo, limitandosi a una difesa basata sull’evocazione di una specie di complotto (“giornalisti manganellatori”, “arietta che tira”). Ti faccio presente che al momento attuale qualsiasi commentatore del popolo-della-rete può esibire il certificato di persecuzione globale: le banche, lo stato, i comunisti, i capitalisti, i fascisti, la nsa, google… Ti faccio anche presente che un intellettuale e divulgatore “scomodo” non ha accesso all’insegnamento universitario, non pubblica libri per le maggiori case editrici nazionali né viene invitato ai festival della scienza e della filosofia. Intendiamoci, mica è un male,anzi!, ma presentarlo come vittima di chissà quale complotto non mi sembra né plausibile né rispettoso nei suoi confronti; sarebbe la stessa contro-accusa che sicuramente avrebbero tirato fuori i fans di Marcello Pera o Giuliano Ferrara in seguito a delle loro frasi infelici più o meno volutamente equivocate, per questo parlavo di “disamina libera e schietta della questione”. Senza contare che, stando al tuo ragionamento, se tutta questa minacciosa “arietta che tira” si è dissolta in un batter di ciglia… o era un’arietta da poco o ha trovato un’altra corrente d’aria ancora più potente e chissà che c’è dietro!

    Continuo a pensare che quando si prende la parola in pubblico e si affrontano temi come il genocidio è meglio esprimersi in maniera non superficiale.

    Saluti.

  16. Hop-Frog scrive:

    @Vulfran

    Non capisco. Ti devi essere confuso con qualcun altro o qualcos’altro.

    Il fatto citato al primo punto della mia lista si riferiva ad un “piccolo manipolo di pessimi giornalisti” e non ad “una specie di complotto”. Dopo il primo giornalista, che agiva per motivi che non mi interessano e che non ritengo rilevanti, se ne sono accodati un altro paio, per motivi che certamente non hanno niente a che fare con il “complotto” di cui parli tu.

    Anche la “arietta” citata nella conclusione, non allude a complotti ma alla evidente diffusione di determinate modalita’ operative nel mondo del giornalismo. Trattasi di cronaca, non di interpretazioni.

    I punti 2 e 3 (cosi’ come il punto 1) non sono ne’ una difesa ne un’offensiva: sono fatti che mi sembrava utile riassumere a fronte di un articolo che si colloca (vedi titolo) nella seconda fase di cui al punto 2 della mia lista.

    Altro motivo per cui mi sembrava utile ricordare quei fatti in questo constesto, e’ che l’articolo di Vanessa Roghi, di per se’ interessante, entra (con molto sforzo, secondo me) in una polemica che era stata precedentemente gonfiata da altri per tanti (palesemente pretestuosi, come si capisce analizzando la traccia di false informazioni) differenti motivi. Era un modo per dire che, mentre si dispiegano le chiacchiere (dalle “manganellate” della fase 1 alle meno cattive, quanto intricate e faticose incursioni della fase 2), succedevano anche alcuni fatti rilevanti e positivi.

    Tutto qui.

    Saluti.

  17. Vulfran scrive:

    Essendo questo lo spazio dedicato ai commenti dell’articolo di Vanessa Roghi, pensavo che stessi commentando l’articolo di Venessa Roghi, tutto qui.

    Saluti.

  18. Hop-Frog scrive:

    @Vulfran

    Infatti il mio commento era riferito anche all’articolo di Vanessa Roghi, nei limiti e nei termini suddetti.

    Saluti.

  19. Vulfran scrive:

    @Hop-Frog

    Pensavo che nel tuo post avessi voluto essere puntuale nel commentare le argomentazioni di Vanessa Roghi, essendo appunto questo lo spazio dedicato ai commenti al suo articolo, tutto qua. Ora invece ho capito che hai eovcato un “manipolo di (pessimi) giornalisti manganellatori”, un passaggio da “è palese che si tratti di un antisemita [Odifreddi]” a “la Public History… bla bla bla…”, a “un’arietta che tira” senza riferirti all’articolo della Roghi, salvo la parte del “bla bla bla…”. Avevo capito male, migliorerò.

    Buona notte.

  20. Giul scrive:

    bravissimo eh, d’accordissimo. ma perché la stessa vis polemica non l’ha si è tenuta contro le sciocchezze e i luoghi comuni liberisti di PIgi Battista sul Teatro Valle radiotre? Perché non si è risposto lì con tanta fermezza a cose più attuali e gravi che sta polemica inutile su un commento sul blog? Stavo lì, solo ad urlare come un Moretti di fronte D’Alema. Perché quel bell’articolo del 20 ottobre non è nato il 17 quando in tanti sentivano? Si è persa un’occasione…

  21. giovanni scrive:

    “Christopher Hitchens che a quanto ne so certe cavolate sulla Shoah e sulla narrativa letteraria e cinematografica non le hanno mai dette”
    Hitchens nel suo piccolo ha appoggiato il macello iracheno ben sapendo, non essendo un fesso, che il macello sarebbe stato l’inevitabile esito dell’intervento americano. E tra dire cavolate sulla Shoah e appoggiare genocidi imminenti, è sicuramente peggio la seconda, perchè qualsiasi cosa se ne pensi, la Shoah è passata, i genocidi futuri no. E senza gli Hitchens che li giustificano non possono iniziare.

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  1. […] (qui per continuare a leggere) […]

  2. […] Si può ragionevolmente pensare che per credere ad un fatto storico macroscopico e recente come l'Olocausto non ci sia bisogno di alcuna volontà. Ma non è così, evidentemente, se stiamo ancora qui a parlarne. Anche nel prendere atto di una drammatica e credibilissima testimonianza ci vuole una decisione, e dunque un esercizio di umanità. La verità non scatta su come un pupazzo a molla dalla scatola dell'evidenza, richiede comunque anche un'interpretazione. I logici lo sanno. Ma una volta che si è deciso che una cosa è vera, bisogna assumersi responsabilità, trarre conseguenze, essere coerenti. Mica si può dire: "ci credo, ma è solo un'opinione" e mettersi a cincischiare con argomenti sofistici. Poi finisce davvero che qualcuno ti prende in giro.  […]



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