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Sull’uso pubblico della storia, a proposito di un articolo di Walter Veltroni su Sergio Ramelli e di un altro di Mauro Piras

di Christian Raimo

Ieri ero a un convegno all’università a Perugia, in un contesto felice, come anche la settimana scorsa, a Urbino, a discutere di nazionalismi, patriottismi, costruzione dell’identità nazionale.
Ho fatto a un certo una domanda in entrambi i casi: se vi chiedo cosa mette insieme Lungotevere Arnaldo da Brescia, Riano Flaminio, Rovigo e Fratta Polesine, a voi viene in mente qualcosa?
Duecento persone da una parte, cento persone dall’altra, in dipartimenti di materie umanistiche. A nessuno veniva in mente qualcosa, forse a uno.
Poi ieri invece per esempio un signore ha parlato di Porzûs, e metà della gente sapeva di cosa si stava parlando.
Poi ho chiesto se qualcuno sapesse cosa era Debre Libanos: uno o due su cento.
Poi ho citato Predappio, tutti sapevano di cosa stavo parlando.

Quello che mette insieme il lungotevere, Riano Flaminio, Rovigo e Fratta Polesine è Giacomo Matteotti: sono i luoghi dove stato rapito, dove è stato ritrovato il suo cadavere, dove faceva politica, dove è nato e cresciuto e dove è la sua tomba.
Porzûs è il luogo di un controverso episodio della Resistenza, in cui morirono 17 persone.
Debre Libanos è il luogo di una rappresaglia dell’esercito di Rodolfo Graziani dopo un fallito attentato, in cui in Etiopia furono massacrate 2mila persone.
Predappio, beh, è Predappio.

Mi viene in mente di fare questi esempi leggendo il pezzo di Mauro Mauro Emanuele Piras, articolato, onesto intellettualmente, sulla questione Ramelli-Veltroni.

Perché il primo punto da sollevare è: quale peso stiamo dando agli avvenimenti nella costruzione della nostra storia?
Perché è fin troppo ovvio che non si fanno paragoni tra morti e morti, ma proprio per questo la storia e il canone di una nostra storia pubblica serve a capire e a parlare del presente.

La realtà a me sempre più evidente è che di Giacomo Matteotti, dei suoi luoghi di battaglia socialista, dei luoghi del suo delitto, i miei studenti, gli studenti universitari, non sappiano nulla. Cito l’esempio macroscopico della più importante figura antifascista.
Mentre a forza di dire – anche Mattarella l’ha ribadito il 10 febbraio – che delle foibe non si parli e non si sia mai parlato, la vicenda delle foibe abbia occupato uno spazio, all’interno di quel canone storico, gigantesco.
Qualunque mio studente sa cosa sono le foibe, molti studenti universitari sanno se parlo di Basovizza di cosa stiamo parlando, alcuni ci sono andati. Nessuno, per dire, è mai andato a Fratta Polesine o sa dov’è.

Questo vuol dire non riconoscere il valore delle foibe?
No, questo vuol dire contestualizzarlo.
Questo vuol dire che non esiste nessun negazionismo, come dice Mattarella – usando per me una parola oscena rispetto alla questione degli infoibati il 10 febbraio nella commemorazione ufficilae – o come scrive Pierluigi Battista sul Corriere qualche giorno fa. Di foibe si parla, tanto, sempre, si fanno fiction tv che vanno in prima serata sulla Rai da almeno un decennio.

Si può dire anche un’altra cosa senza essere tacciati di insensibilità e di antipatriottismo?
Che la vicenda delle foibe, luttuosa, drammatica, è stata usata come una clava strumentalmente politicizzata dalla destra nazionalista e neofascista? Che spesso questo è accaduto in un contesto in cui la storia non c’entrava più nulla, c’entrava solo l’idea di riscrivere la storia come un derby? E che addirittura spesso questo derby era disgustosamente immaginato nemmeno con la storia partigiana e le sue vittime, ma addirittura con l’Olocausto?

E arriviamo a Ramelli, Veltroni e all’articolo di Mauro Emanuele Piras, che scrive: È giusto ricordare un fascista. (http://www.leparoleelecose.it/?p=37762) Il che è chiaramente, di nuovo, un’ovvietà.

Meno ovvio, evidentemente, è quanto e come sia stato ricordato Ramelli, e se l’articolo che ne fa Veltroni ragiona su questa memoria oppure avvalora anche una volta un acritico e strumentale uso di quella memoria.
Le mie questioni aperte sono allora: si può ricordare Ramelli presumendo che sia una storia dimenticata quando è evidente che non sia così? Si può ricordare Ramelli glissando sulla memoria ingombrante e neofascista che dal suo funerale in poi è stata costruita sul suo povero cadavere massacrato? Si può ricordare Ramelli non tenendo conto che la sua commemorazione è a Milano ogni anno uno dei due raduni numericamente più consistenti dei neofascisti di tutta Italia? Si può ricordare Ramelli avendo come fonti di questo ricordo i libri di Luca Telese, una voce di un anonimo amico, la testimonianza di Ignazio La Russa di cui si dimentica la militanza neofascista e lo si riduce a un semplice avvocato?

E queste sono le domande più elementari.
Ce ne sono tre poi più sottili.

Prima. Perché Walter Veltroni e il Corriere decidono di ricordare Ramelli il 16 febbraio, senza nessuna ricorrenza, senza nessuna riapertura del caso, senza nessun appiglio di notizia, nella settimana in cui a Roma si stanno svolgendo 60 eventi per la commemorazione del quarantennale di Valerio Verbano, a cui in maniera davvero indigesta vengono dedicate due righe nell’articolo su Ramelli? Si può pensare che una pacificazione avvenga con la semplice giustapposizione di storie di vittime in una Spoon River che assomiglia a una notte in cui tutte le vacche sono nere e tutti i morti sono morti, o forse è un processo più complesso, che ha bisogno di storia, di laicità, di studio, di attenzione, del riconoscimento delle individualità, della dimensione politica? È o non è un odioso frankenstein concettuale, per qualunque storico, per qualunque persona onesta intellettualmente, quello della “memoria condivisa”?

Seconda. Perché il Corriere affida a Veltroni e non a uno storico o a più storici la memoria di quegli anni di violenza politica? Perché non li affida questi pezzi a dei giornalisti bravi che conoscono e riconoscono il valore della storia? Perché quando leggo pezzi simili di Giovanni Bianconi, riesco a commuovermi e a riflettere, mentre quando leggo i pezzi di Veltroni li trovo mielosi, strumentali, poco documentati, scritti male?

Terza. Perché Veltroni ha deciso di improvvisarsi memore della Repubblica? Perché un exsegretario del Pd, un exsindaco di Roma, un exsegretario della Fgci si cimenta, oltre che con i documentari orripilanti su Berlinguer e i bambini, con quello che è il cuore del dibattito storico della Repubblica, anche a costo di farlo in maniera così grossolana? C’è un intento di posizionamento? Si vuole presentare come figura super partes, di garanzia nazionale per la candidatura a presidente della repubblica che lui stesso riduce a un giochino di indiani e cowboy? Non a me, ma a chiunque quest’intento sembra evidente. E allora non posso considerare l’effetto politico che quel pezzo di Ramelli produce: un sostegno pubblico, consistente alla parte neofascista che sta cercando di darsi un’immagine più moderata e istituzionale, quella di Fratelli d’Italia per capirci, per proporsi come forza di governo, e avere meno problemi nel gestire quell’eredità neofascista anche violenta che ancora oggi viene rivendicata da una comunità corposa del mondo di destra e neofascista. Meloni e Alemanno hanno ringraziato Veltroni del pezzo.
Perché il punto è sempre lo stesso, anche per la storia: non è fondamentale capire chi si era nel 1975, ma chi si è oggi.

Commenti
2 Commenti a “Sull’uso pubblico della storia, a proposito di un articolo di Walter Veltroni su Sergio Ramelli e di un altro di Mauro Piras”
  1. Francesca scrive:

    Sono d’accordo con lei Raimo
    Non mi è piaciuto il pezzo di E.Piras fin dalle prime righe, sarà pure intellettualmente onesto…non pensò sia giusto ricordare un fascista
    E allora non posso non considerare credo)
    Su Veltroni : inqualificabile

  2. Giorgio scrive:

    Sono d’accordo con Raimo, almeno se mi esonero dal giudizio sul prevedibile attacco a Veltroni ( sul quale questa volta non entro nel merito) oltre che scontato inizia ad essere anche un po’ comico.

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