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Sunset

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Vet aveva sorriso soffermandosi un istante sui piedi nudi di lei prima di rimettersi il casco.
Guidava da ore, sempre la stessa velocità, una strada dritta, niente semafori. Solo una sosta per due banane che con mezzo dollaro erano diventate una decina di quelle piccole e succose.
Erano saliti sul suo tuk-tuk in Pub Street nell’Old Market di una Cambogia in piena era turistica, tra bar, officine e agenzie di viaggio. Ce n’erano a dozzine di quei carretti aggiogati alla ruota di un motorino come a un animale. Li aveva intercettati per primo, la macchina fotografica al collo, i visi sudati. Si era mosso più sottile e sinuoso degli altri. Aveva gridato più forte il suo nome, con quella voce che gli veniva dal naso e il suo inglese che era come uno starnuto di parole di cui i due stranieri avevano colto solo il suono finale.

Vet? Is Vet your name?
Vet, your name?

La contrattazione si era chiusa con due mani giunte al petto e dieci dollari. A fine giornata l’uomo li avrebbe stretti tra le dita, palmi in su, come un’offerta. Si fa così, le aveva detto sull’aereo, mentre usava la sua tecnica. Due parole centrali e una alla fine di ogni riga. Una lettura rapida e mnemonica che aveva appreso iscrivendosi a uno di quei corsi aziendali che certe sere lo sollevavano dai riti familiari. Aveva letto duecento pagine in meno di un’ora e aveva colto lo spirito di quel popolo gentile e martoriato, come diceva la guida.

Il giorno prima Vet li aveva portati a vedere quella montagna di ossa umane e teschi che è un Killing Field, uno dei tanti campi di morte sparsi per il paese. Memoria, e monito di quell’orrore che affiora sempre come un’acqua testarda.
Lei si era appiccicata alle didascalie sbiadite delle foto in bianco e nero, nomi illeggibili sotto facce sfinite. Gente arrestata, torturata, giovani come me, aveva concluso Vet prima di rinnovare il suo invito a proseguire.

Ready?

Solo altri due turisti, aveva lamentato all’inizio. Altro giro altra corsa di templi, tramonti e pescetti a smangiargli i piedi la sera in quelle vasche buone per un popolo di canottiere bermuda e infradito. Eppure, un driver che avrà avuto sì e no vent’anni, aveva abbandonato le parole shopping e souvenir già il secondo giorno, si era fermato dietro una processione di bancarelle di uova sode e tamarindi e aveva proposto di vedere una cosa interesting, no tourist.

Gente che non dimentica, aveva commentato il suo cliente, gente che ha la storia tra i piedi e non la scalcia via, se uno che allora non era neanche nato sa cosa è successo. Gente che si domanda come nasce un carnefice, come la fantasia di morte di un solo uomo possa diventare la realtà di un popolo da un giorno all’altro. Con la complicità di uomini con l’alibi dell’obbedienza, o della paura.Lei lo ascoltava guardando la strada. La retorica con cui diceva certe cose era rassicurante e irritante allo stesso tempo, come se tra il mondo e ciò che diceva del mondo ci fosse qualcosa che rimaneva staccata dalla terra, come un’ombra.

La strada si era assottigliata. Case sospese allargavano la corte di tavoli e pentole fino al ciglio. Legno e cemento, e qualcuna dipinta fino a metà di azzurro, rosso, arancio. Una miseria variopinta. Elegante, suggerì lei.E mascherine sulla bocca di chi incrociavano sui motorini, in tre, quattro, un bambino o due nel mezzo. Li vedevano vendere frutta e baguette gialle come pannocchie appena sfornate dalla storia coloniale.

Si lasciavano portare. La stagione secca infilava folate di vento caldo sotto la copertura plastificata del tuk-tuk. L’estate che si frapponeva all’inverno nel breve giro di qualche aeroporto, gonfiava le dita e seccava la pelle, ma faceva provare anche un piacere nuovo in tutto il corpo, una specie di unità dei sensi. Tutto sembrava più tattile, e il visivo si mescolava al sonoro con la densità e la trasparenza di una resina.

Vet si levò di nuovo il casco, sorrise puntando il dito verso i due cordoni di pietre immobili come serpenti vivi, sotto il sole e l’afrore dei frangipani. Un ordine estivo, fermo e accogliente.

Stop?

Yes, thank you, disse lui, unendo le mani al petto davanti a un’oasi di tavoli vuoti, bibite e cocco in un silenzio di sole e ombrelloni coca-cola. Un nugolo di ragazzine uscì dall’ombra gridando forte. Emma, and your name, sir? My name Sur, and your name? Emma, remember? Si erano appuntate il nome dei nuovi arrivati e erano volate via lentamente come api con un carico di nettare. You back, we are here. Water, fresh coconut, sir. Li avrebbero aspettati e accolti dopo aver visitato le rovine, acqua fresca banane latte di cocco.

Ready?

Vet era ripartito voltandosi un istante col sorriso impastato dell’ultimo morso.
È il nome. Disse lei improvvisamente, a voce alta, come se avesse appena ricostruito la dinamica di un assassinio. Il nome, hai capito? Abbiamo scelto Emma, tra tutte, per via del nome. Si sono date un nome che potessimo ricordare. Una promessa, un patto di fiducia. Io ti aspetto, tu torni e vieni da me. Stava parlando da sola, come succedeva da un po’, senza pretese o rimostranze.

Vet imboccò una strada più stretta. L’aria rinfrescava e la luce si incollava ai tronchi degli alberi e alla polvere della terra sabbiosa. Si girò un istante, una specie di rassicurazione. Vide il suo cliente agganciato al tubo di plastica penzolante in cerca di stabilità tra una buca e l’altra del sentiero, mentre lei estraeva tamarindi da un sacchetto di nylon. Le valve del baccello si spaccavano in scaglie friabili che le cadevano sulle ginocchia. Aveva imparato a sfilare in un colpo solo il reticolo che avvolge il frutto, premendo delicatamente ma con forza. La polpa liberata dal guscio e dai filamenti era gommosa e rossa come il ferro, ma dolce, con una fila di noccioli scuri e lisci che dalla sua bocca finivano in una tasca della borsa. Ne porse qualcuno anche a lui con aria soddisfatta invitandolo a conservare i noccioli. Ogni tanto si soffermava a rigirare tra le dita quello scheletro fibroso che si ficcava nel frutto come una radice nelle parti molli della terra.

Sunset, sir?Lake, sunset? Chiese Vet schiudendo le labbra al suo solito sorriso gentile.

La strada si era aperta in una campagna acquitrinosa. Un prato saltò fuori come una rana dal fango, un rettangolo verde di riso perfetto. I due si guardarono cercando negli occhi i segni di un desiderio fosse pure passato. Vedere il tramonto sul lago rimandava a tramonti già visti. Diversi più per geografia che per stato d’animo.

Water, floating village?

I due rimandarono alle spalle di Vet lo stesso sguardo, la stessa espressione, un misto di Ma sì, andiamo, Magari è bello il villaggio galleggiante, ne parlano tutti, Per me è lo stesso, Non mi sono mai piaciuti i tramonti.

Yes, thank you Vet.

Il cielo si era velato, una foschia marina soffocava il sole e venava l’aria di grigio liquido che si infilava dappertutto.In fondo alla strada videro vecchie motociclette poggiate una all’altra, e uomini blu neri marroni scuri come alberi. Il ronzio del tuk-tuk li fece voltare.

No problem, yes. Moto, boat, lake, village. Sunset.

Vet sarebbe tornato a prenderli dopo il tramonto.
Due di quegli uomini, friends, aveva detto Vet, amici suoi, avevano inforcato una motocicletta senza una parola. Dopo la contrattazione, si erano solo scambiati sguardi veloci.
Sembrava non ci fosse nessuno intorno, una specie di deserto bagnato. L’avevano visto il deserto, una volta. E anche il tramonto, nel deserto. Se lo aspettavano rosso, un sole gigantesco che sfrigolava all’orizzonte, maestoso e lento. E invece era stato bianco, un tramonto tutto bianco in mezzo a un cielo che era scurito in pochi istanti. Ogni tanto lui glielo ricordava. Non mi sono mai piaciuti i tramonti, aveva detto lei. Quelli rossi, poi. Come le rose, tutte uguali quelle rosse, aveva detto, quella mattina dopo il tramonto. Per non dargliela vinta neanche al sole.

Era ora di andare. La moto su cui doveva salire non aveva una maniglia che la tenesse salda. Mettere le mani sulle spalle di quel giovane appena conosciuto le risuonava improvvisamente come una nota stonata. Era la prima volta che provava quel tipo di disagio, quella sensazione di distanza. Una questione di costumi, di cultura, avrebbe detto lui. Lei donna, lui uomo. Le era presa una specie di malizia. Non c’era niente, si rendeva conto, che potesse far pensare a un fraintendimento, niente di equivoco. Ma la questione uomo donna tra intenzione, provocazione e colpa le appariva ancora più ingarbugliata del solito, dopo lo scambio di una manciata di parole balbettate, con i suoi seni che sbattevano contro la sua schiena.

Il compagno, a gambe larghe dietro il suo motociclista, non aveva colto il senso di quella esitazione. Ma a Vet era bastato lo sguardo di lei poggiato sul sedile e sulle spalle grassocce del suo accompagnatore, per rendersi conto che doveva ristabilire quel senso di fiducia reciproca che non ha bisogno di dichiarazioni verbali. Aveva fatto cenno a un altro ragazzo, gli aveva fatto mettere in moto un’altra motocicletta, questa volta con la maniglia dietro il sedile. Aveva teso la mano alla sua cliente e l’aveva aiutata a salire, mantenendo aperto il suo sorriso giocondo.
Prima di partire, il nuovo motociclista si voltò a metà in cerca di approvazione. Lei era lì che fissava le spalle ossute di quel ragazzo che ora non avrebbe sfiorato, rassicurata da quella distanza, quando il profilo scuro del suo viso le si aprì davanti insieme a una cicatrice che gli increspava la guancia sinistra e gli crepava la tempia come un crostone di lava.

Le due moto si rincorrevano. Il sentiero le faceva sobbalzare come biglie. Finalmente si ritrovarono tra pentole e sacchetti di pesce fritto affondati nel fango insieme alle ciabatte di plastica di uomini e donne, e ai piedi di bambini mezzi nudi. I due motociclisti si dettero un’occhiata e saltarono su una delle barche ormeggiate. Il canale era stretto, altre barche di turisti rientravano dalla gita al floating village.

Ready?

Il canale si allargò in un’ansa, palafitte di ogni colore si specchiavano sull’acqua oleosa. Incroci di pali e corde, sezioni di scalette di legno e reti da pesca tagliavano la luce in figure geometriche che nell’acqua perdevano fissità e precisione. L’aria non sapeva di marcio, e neppure di nafta, di pesce o di escrementi di uccelli o di piscio. Lemongrass, invece, un odore fresco e delicato. E a parte il suono leggero dello scafo che rompeva l’acqua, c’era una calma lenta, dolce. Non che non ci fosse nessuno, anzi, c’erano schiene e visi curvi su tante faccende. Ma erano come corpi ritratti di un affresco. Sembravano lì per farsi guardare. Anche le case, con quei colori vivi e puliti, i vasi di fiori ai balconi, e i panni stesi come amache, sembravano messi lì apposta, fissati al paesaggio, obbedienti a una qualche estetica della visione. Un fondale, un palcoscenico, un pubblico.

Elegante, vero? Tutto pulito, ordinato, sussurrò lei, adeguando il tono di voce alla piattezza dell’acqua e alla morbidità dell’ora. Che eleganza, questo paese.
La barca raggiunse una piattaforma su cui dondolava il bancone di un bar, una borsa freezer di birra e coca-cola. Doveva essere l’ultimo approdo prima che il canale si immettesse nel lago. I due stranieri vennero invitati a bere con piccoli gesti di preghiera, prima chinandosi verso le bibite, poi verso sedie di plastica bianca. Ma avevano voglia di muoversi. Salirono qualche gradino di terra rossa che si sfarinava al passaggio, e si piegarono sotto il soffitto di un piccolo tempio. Le finestre erano feritoie che davano sul retro di quelle palafitte. Dietro la facciata immobile, imborghesita, dei balconi fioriti c’era la corte polverosa delle case che da questo lato avevano perso il colore che ricopriva il fango. C’era un’unica strada, rumorosa e affumicata di pentole sul fuoco, ingombra di bacinelle di acqua e detersivo, c’erano mani, voci e piedi. Donne indaffarate, bambini che correvano dietro una palla sgonfia e sputavano dentro una canna. Un dietro le quinte. Un avamposto di umanità. Sporca, viva.I due, dentro l’ombra lunga del tempio tagliato a metà dal tramonto, si fermarono a guardare, cercando di avvicinare l’occhio a quel quadro fitto di dettagli come un Giardino delle delizie. Niente foto, neanche uno scatto. Troppo vicini, troppo interna la visione, impossibile entrarci senza avere paura di non c’entrare per niente. Era come guardare dal buco della serratura. Lo shock del reale, avrebbe commentato lei, più tardi.

I due giovani barcaioli mollarono le cime e avviarono il motore scambiandosi uno sguardo come se tra loro non ci fosse bisogno di sorridersi.
Il sole era già a metà nel lago. Cielo e acqua erano immersi nella stessa luce livida, compatta come se la natura del lago, la sua chiusura, intorbidisse le sfumature.

I due stranieri si lasciavano portare come avevano imparato a fare in anni di vacanze insieme. Tra piccole barche a remi, e sottili silhouette di pescatori. Quella sera era per loro, quel sunset l’avevano montato per loro. Avrebbero potuto guardarlo, fissare lo sguardo dalla stessa parte, o perderselo, abbandonati ai pensieri, o scambiarsi uno sguardo e farsi attraversare da una qualche forza, frontale. Ma c’era qualcosa di infinitamente calmo, di stordente per troppo silenzio. Non era una pace, ma un’attesa inquieta. E lei cominciò a sentirla. Si girò verso di lui. Il suo sorriso aperto e immediato la innervosì ancora di più. Si mise a fissare i due ragazzi seduti a prua.

La barca puntava al centro del lago come per offrire spazio tra loro e l’orizzonte. I due traghettatori avevano preso a scambiarsi quello sguardo privo di sorriso che riservavano alle loro comunicazioni mute voltandosi verso i due che non sembravano dedicarsi allo scopo di quella crociera.
Lei cercò il punto in cui stava finendo il sole. Si rese conto di quanto rapido fosse quel sunset. Glielo aveva detto lui sull’aereo, Il sole cala più in fretta più ci si avvicina all’equatore. Si girò di nuovo verso i due barcaioli. Poi verso di lui. E ogni volta che passava davanti alla sua faccia, si ritrovava di fronte il suo sorriso, sempre più aperto, e inadeguato.

Le salì alla gola una specie di nausea. Ma cosa aveva da sorridere? Stavano lì, in mezzo al nulla, nessuno intorno, senza più nessun tramonto. Su quella barca. Due inermi contro due inerti. Sentì il sapore di un conato. Tornò su di loro. Che si girarono all’unisono. Prima di sorridere. E per la prima volta vide qualcosa. Non avevano il sorriso di Vet, gentile, mite. Era più un riso, invece, piatto obliquo storto. Le arrivò in gola un altro conato.
Erano arrivati al centro, i due barcaioli smorzarono il motore e lasciarono i due al dondolio.

A quel punto le salì in bocca il vomito insieme a qualcosa che le riuscì come un accesso di rabbia. Non vedi che siamo soli, con questi due che ci sorridono? Perché siamo qui? E non sorridere anche tu, per favore. Hanno visto i soldi mentre pagavi. Sanno chi siamo, stupidi turisti sentimentali. Sanno quanti soldi abbiamo. Ci derubano, ci tagliano la gola e ci buttano a mare. Tutto, possono farci di tutto. Siamo due cretini, due turisti cretini, in gita nel fango, a vedere un tramonto qualsiasi, in mezzo alla giungla, in balia di due pescatori che sembrano usciti dalle risaie di Apocalypse Now. Che poi, sai cosa, se fossi una di loro, povera come loro, farei lo stesso, qui con le nostre facce sudate, la nostra guida in mano, neanche un posto vero che sia rimasto a dirci veramente dove siamo. L’hai visto, no, il villaggio? Un set, una roba da vetrina, compriamo pure la realtà, adesso, basta che ce la incartino un po’. Fossi una di loro ci avrei già uccisi, derubati e buttati in canale da un pezzo.

Sentì la pelle che si gelava. Si rese conto che non c’era niente che potesse fare, e niente che il suo compagno potesse dire. La fissava come ipnotizzato, con gli occhi cerei, la bocca aperta. Erano soli, sentiva che erano soli. Si sentiva come al solito  sola.

Cercò di ricordare i nomi. Di ricostruire il momento in cui li avevano incontrati. Vet le aveva presentato il tipo con le spalle grassocce. Peh, le uscì di bocca. E sembrò avere un appiglio, una speranza, prima di realizzare che non era lo stesso uomo che aveva di fronte, con quella cicatrice che gli correva lungo la guancia e gli deviava il sorriso. No, non era il suo nome. Non c’era stato nessuno scambio di nomi.
Smetti di sorridere e digli che ci portino indietro. Lui pareva uno di quei serpenti di pietra stesi davanti all’ennesimo tempio con l’aria beffarda di chi resiste a tutto.

Back, we wanna go back.

I due ragazzi si guardarono come se quell’urlo risvegliasse qualcosa. E tornarono a fissarli, spianando ancora il loro bianco purissimo sorriso.
Sembrava una prova di resistenza. Poi, improvvisamente, il tipo con la guancia squarciata fece cenno al suo compagno e si mise a tirare forte il cavo di accensione. La barca cominciò a muoversi. Dritta, come se il centro fosse sempre più in là, o non ci fosse più un centro.

Back, back!, riprese a urlare lei.

I due sorrisero di nuovo voltandosi verso i due stranieri.

Back!

Per un momento la attraversò un dubbio. Le parve che i due non capissero quel back, semplice, duro, inequivocabile, Indietro. Non è possibile che non capiscano, continuava. Erano lì, in mezzo al lago che era il nulla. E nessuno di loro sembrava capirsi, sembrava sapere cosa fare di sé.
La barca si fermò un’altra volta. Il ragazzo senza cicatrice spense di nuovo il motore e girò il suo sorriso prima verso di lei, poi verso il suo compagno di timone, come a dire, Va bene qui, allora?
Non c’era più niente da fare, niente che potessero dire. Finivano lì, dentro un lago, dopo un altro tramonto bianco senza parole, senza possibilità di fuga. La fine, a immaginarsela così non ci sarebbero riusciti. Fu lei a cominciare. Strinse le mani al petto e cominciò a dondolare avanti e indietro. Una preghiera muta, alternata a una serie ripetuta di Please che le usciva di bocca con la chiarezza con cui avrebbe pronunciato un nome se lo avesse saputo. Anche lui, vedendo lei in quell’atteggiamento finale, si scantò da quell’attesa passiva e portò le mani giunte al petto. I due barcaioli si guardarono a lungo come se aspettassero il momento giusto. Finché il giovane senza cicatrice scivolò giù dalla prua e si diresse a poppa, sfiorando la pelle dei due come un’aria fredda che li allontanava, li separava per sempre. Col pensiero di non essere stati capaci di ribaltare la sorte, di non essere riusciti a farsi piacere un tramonto, sentendo salire un desiderio, una qualche voglia. C’era da pentirsi, da fare uscire almeno una reazione, un moto che spezzasse l’ineluttabilità di quel che stava succedendo, che era successo già per troppo tempo.

Lei seguì i movimenti del loro traghettatore nel buio che ormai confondeva l’acqua col cielo insieme ai loro lineamenti. Lo vide spingere le dita sotto una botola, e metterci un braccio dentro, tutto, come per tirar su qualcosa di pesante, nascosto nel fondo della stiva.
Il giovane a prua lasciò il timone, si voltò per l’ennesima volta verso i due, e sorrise bucando di denti quel buio pesto che calava sull’ultima scena.

Ready? chiese puntando il dito questa volta verso il suo compagno e a quella cosa che teneva in mano, alzata su di loro, luminosa contro l’oscurità come una lama.

Ready?

Caterina Serra, scrittrice e sceneggiatrice. Ha vinto nel 2006 il premio Paola Biocca per il reportage letterario con “Chiusa in una stanza sempre aperta”, da cui ha avuto origine il romanzo-reportage Tilt (Einaudi, 2008). Il suo secondo libro “Padreterno” è uscito nel 2015 sempre per Einaudi.
È sceneggiatrice di film documentari come “Napoli Piazza Municipio” (Bruno Oliviero, Premio per il miglior film documentario al Festival del Cinema di Torino, 2008), di “Parla con lui” (Elisabetta Francia, 2010) e
autrice del soggetto e della sceneggiatura di “Piccola Patria” (Alessandro Rossetto, Venezia ’70 sezione Orizzonti, 2013). Con lo stesso regista ha lavorato al film in uscita “Effetto domino” tratto dal romanzo
di Romolo Bugaro, Einaudi.
Collabora all’ideazione di Immemoria con il coreografo e ballerino Francesco Ventriglia, Teatro alla Scala, Milano, maggio 2010. È autrice di Displacement – New Town No Town, (fotografie di Giovanni Cocco), un progetto di scrittura e fotografia, esposto al MACRO di Roma nell’ambito del Festival Internazionale della Fotografia 2015 (Quodlibet 2015), e in esposizione al Centre de la Photographie di Ginevra nel 2020. Scrive regolarmente per il settimanale “L’Espresso” e collabora come autrice con “La Repubblica” e con la rivista online “Minima&Moralia”.
Sta scrivendo il suo terzo romanzo.
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