1superst (1)

Il superstite, la fiaba nera di Massimiliano Governi

1superst (1)

di Federica De Paolis

Il superstite, non ha nome. Una mattina come un’altra, con la figlia sulle spalle va a casa dei genitori. Tutto è avvolto nel silenzio, le luci del giardino sono stranamente accese. Lascia la bambina fuori dal cancello e si avventura dentro casa; l’acqua scorre sul pavimento: la sua famiglia è stata sterminata, fratello, sorella, padre e madre. Non c’è nessun indugio sul ritrovamento dei corpi: non si tratta di un racconto macabro, né sconvolgente, è un’azione “anomala” eppure inevitabile che il Supersite si vede costretto a compiere. Di fronte al corpo inanime del padre, l’uomo gli sfila un mocassino e lo annusa.

La malta di questo prezioso romanzo, uscito per e/o, è costituita da minuziosi dettagli, centrale lo straniamento del protagonista – allevatori di polli – che resta impassibile e attonito, di fronte al più sconvolgente dolore che un essere umano possa subire. Sul modello di grandi testimonianze letterarie della non-fiction, quali Truman Capote in A sangue freddo (citato più volte nel libro) e L’avversario di Carrère, Governi racconta la tragedia e l’evoluzione di questa, con una scrittura ancora più austera e una voce controllatissima: ci traghetta nella mente e nella vita di uomo che subisce un atroce destino e cade in una sorta di torpore perenne, una nube di polvere avvolge i suoi pensieri e le sue azioni. “Non è colpa mia se vivo e respiro / E mangio e bevo e dormo e vesto panni”. Questa, la frase in esergo di Primo Levi: paradigma della fiaba nera. Un romanzo breve, descritto all’osso: quello che interessa Governi è l’essenza. Una vicenda straordinaria capitata a un uomo qualunque, di cui non è necessario il nome, perché: Quell’uomo aggredito e invaso dalla cancellazione della sua famiglia, ero io eppure non lo ero. Tutto sembrava vero e falso allo stesso tempo.

Quell’uomo fa parte della nostra storia e Governi gli rende umanissima giustizia.

Come è arrivata questa storia?

Mi sono ispirato liberamente a un fatto di cronaca nera accaduto quasi trent’anni fa.  Sono partito proprio dal Superstite, l’unico sopravvissuto al massacro, che in quel momento non sa nulla, non sa, avendo perso padre, madre, fratello e sorella, se davvero è al mondo, se davvero è nato.

Perché, in quel momento, in un momento non esistono più la madre e il padre e non ha più una sorella e non ha più un fratello. Loro non ci sono più per lui, nemmeno lui non c’è più per loro. La storia familiare è cancellata e quella cancellazione lo aggredisce e l’invade.
Rischia, e forse teme, di sparire in quel momento. Mi interessava quindi capire come lui avrebbe vissuto, da quel momento in poi.

È sorprendente come riesci a descrivere lo stato d’animo del tuo personaggio: una rarefazione tra dolore, stupore e straniamento, me ne parli?

Dal lat. superstĭte, deriv. di superstāre ‘stare sopra’. Ho cercato di farlo stare sempre sopra, il mio personaggio. Sopra la tragedia, sopra i lutti, sopra l’isolamento, sopra la sconfitta, sopra la malattia, sopra tutto. Un po’ come Meursault nel libro di Camus.

La tua voce è coerente, lavori di sottrazione, come se t’interessasse soprattutto lo scheletro. E questo stile riesce ad abbracciare una storia così forte e detonante. Si crea un grande equilibrio. Vorrei sapere che tipo di lavoro fai.

È semplice. Si tratta di aprire due file. In uno metti tutto quello che tagli – il settanta per cento – e in un altro quello che rimane. Alla fine nel file dei tagli ci sono settecento, ottocento pagine, e nel file del romanzo, un centinaio.  Lavoro sempre così.

Nei tuoi libri ci sono i sogni: ritratti simbolici, pezzi d’inconscio del personaggio che riesci a descrivere. Parliamo del sogno.

Prima di mettermi a scrivere, cerco sempre di cogliere l’anima invisibile del libro e  capire come darle una forma visibile. Seguendo analogie segrete, simboli invisibili.  Se non riesco a cogliere quell’anima, di solito il libro si impianta quasi subito.

Il secondo luogo d’azione del romanzo, è l’America. Perché l’hai scelta?

Per la Tyson Foods, il più grande trasformatore di pollame al mondo, che è in Arkansas. Volevo che tutta la vita del mio personaggio, ruotasse intorno ai polli.  Anche i sogni che fa riguardano sempre i polli. Le favole e le storie che legge alla sua bambina parlano di polli. Il pollo è legato alla spirale sacra di morte e rinascita.

Sei diventato un adattatore. La consideri una buona palestra di scrittura (mi riferisco ai dialoghi)?

Mi piace come lavoro, ma non mi serve nella scrittura e non mi è d’aiuto. Perché nei libri che scrivo non mi interessa ricalcare il modo in cui le persone parlano, i loro dialoghi realistici:  come diceva anche Wallace, preferisco cercare di riprodurre il suono dei pensieri e il modo in cui procedono.

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