1susp

Suspiria di Guadagnino: non un horror ma un saggio sul male

1susp

Confesso che, fin dall’inizio, avevo nutrito una forte perplessità sull’idea di Suspiria diretto da Luca Guadagnino.

Che senso poteva avere un’operazione (in un’epoca di reboot, remake, cover, ologrammi di cantanti morti, edizioni deluxe) rifare il film concettualmente più irripetibile di Dario Argento (per mera questione tecnica, visto la scelta magistrale del Technicolor di Luciano Tovoli), unicum estetico non solo nel cinema italiano o nel genere horror ma della storia cinematografica tout court?

Perplessità che si sono rafforzate dopo il, pur intrigante, trailer, proprio davanti alla bellezza delle immagini: che senso poteva avere ridirigere un film che è un prodigio nato dallo spirito guascone del giovane Argento e del genio fotografico di Luciano Tovoli, con uno stile impeccabile e laccatissimo, con omaggi evidenti a Fassbinder e Tarkovskij?

Devo ammettere, però, che le mie perplessità erano premature. Il film di Guadagnino non è un banale remake, non è un inutile reboot, non è un mero omaggio: è una completa riscrittura, colta, consapevole, che arricchisce l’opera originale sviluppandone temi e spunti cruciali.

Il film non solo merita la visione, non solo ne merita di successive, ma ispira, consapevolmente, delle riflessioni molto più interessanti e, verrebbe da dire, fatidiche dal punto di vista culturale rispetto alla vexata quaestio sull’originalità.

In poche parole, chi se ne importa del genere horror, qui c’è una riflessione non banale sulla presenza degli archetipi nella contemporaneità.

Non è un film horror (in quel senso è noioso e deludente), è un saggio sul Male (e in questo senso è molto stimolante dal punto di vista intellettuale).

Se Argento si era ispirato (con l’entusiasmo incendiario quasi adolescenziale con cui le letture maledette contagiano le menti più fertili) alle pagine eleganti del Suspiria De Profundis di Thomas De Quincey (su ispirazione dell’allora moglie e co-sceneggiatrice Daria Nicolodi)  per poi rovesciare violentemente l’archetipo nell’anticlimax estetico delle due successive parti della trilogia sulla Madre (Inferno e La terza Madre), Guadagnino decide di approfondire i legami occulti che legano in maniera quasi invisibile l’opera originale.

Ora consentitemi, dopo aver ammesso il mio errore di valutazione istintiva, di vantarmi invece di una mia lettura (credo) esclusiva: avevo ragione quando notavo nel trailer la presenza di un omaggio a Bowie e un richiamo consapevole alla gestualità rituale di Crowley.

Quel gesto, non a caso, è il primo col quale si presenta al memorabile provino la protagonista: un gesto potente, carico di magia nera, una rivelazione esoterica sbattuta in faccia allo spettatore ignaro (come il nome della fermata della metro berlinese dalla quale la stessa Susie si reca all’incontro fatidico si chiama proprio Suspiria).

Ricordo che il gesto è chiamato “The Enterer”: con quel gesto non solo la protagonista entra nella scuola di danza, ma più profondamente nella rete psichica di telepatia demoniaca che scandirà in crescendo il disvelamento della sua natura.

Come direbbe Elémire Zolla, “Verità segrete esposte in evidenza”.

E ha ragione Luca Valtorta quando, nella sua interessantissima intervista a Thom Yorke (autore di una colonna sonora che intelligentemente si distanzia completamente dal precedente glorioso e ingombrante dei Goblin), sottolinea l’indugio della camera sul saggio di Jung , La psicologia del transfert.

Il film, infatti, è (anche) un intelligente riflessione sull’archetipo junghiano della Grande Madre.

Certo, è un tema sotterraneo (fino all’epifania finale), un fiume carsico che esplode solo dopo essere stato seppellito sotto tutti gli altri temi (puntualmente notati da molte altre recensioni): Berlino nel 1977 come luogo tragico e iniziatico del Male ma anche di Rinascita (Bowie, appunto);  il legame con la violenza contemporanea del terrorrismo (le cronache della vicenda tragica Banda Baader-Meinhof ritmano ossessivamente il crescendo della vicenda) e allo stesso tempo con la Memoria della Colpa (lo spettro allora molto più vicino del nazismo); il vincolo nemmen tanto incoscio tra femminismo e stregoneria, come rivendicazione agguerrita del Femminile negato dalla società patriarcale (il claim del film è stato proprio lo slogan storico “Tremate, tremate /Le streghe son tornate); la condanna secca e convincente del fanatismo religioso come seme della negatività, il richiamo semplice ma agghiacciante all’attualità (“Perché tutti sono convinti che il peggio sia già passato?” chiede Susie a Madame Blanc, nel momento di massima complicità esoterica tra le due prima dell’agnizione spettacolarmente infernale del finale).

Prima di approfondire questo aspetto, alcune considerazioni generali da recensione classica: il film dal punto di vista squisitamente estetico è molto bello.

Il casting è notevole: fin dalle prime immagini, la scelta di caricare così grottescamente le vecchie signore della Scuola di Danza (quasi come arconti lynchiani, pensiamo ai vecchietti di Mulholland Drive) è vincente e non caricaturale.

Guadagnino è intelligente nel prendere un immaginario tra i più connotati della controcultura (la grigia Berlino di fine anni’70, della trilogia di Bowie e di Christiane F.) restituendolo con misura, senza cadere nello squallore della cartolina dall’altro lato del muro.

L’omaggio iniziale a Nico (il film si apre con Chloë Grace Moretz già impazzita che ripete ossessivamente il ritornello di The Fairest of the Season) dà subito la misura dell’eleganza: la trappola del citazionismo (croce e delizia del postmoderno) è evitata con cura, afferrandola subito con decisione.

Un gioco di richiami interni che avrà il suo picco nel commovente canto della Ninna Nanna di Brahms, intonata da Ingrid Caven (che fu moglie proprio di Fassbinder), il cui significato straziante si svelerà solo nel finale.

Perciò che riguarda l’aspetto horror, a parte la straziante e riuscitissima torsione vodoo intravista nel trailer, fino a tre quarti il film fa pensare più a Bergman che a Dario Argento.

Certo, nel finale (che non riveliamo) ci sono delle concessioni splatter che rendono un po’ forte il passaggio tra la perfetta matematica del rito e gli effetti alla Silent Hill: immaginate un film di Fassbinder che si tramuta in un video di Marylin Manson.

Tilda Swinton (sodale ormai fondamentale di Guadagnino) è maestosa: oltre alla perfetta reincarnazione di Pina Bausch e all’ovvio gioco androgino col Bowie berlinese (sulla loro somiglianza il Duca Bianco costruì il video di The Stars are out tonight), la disinvoltura nel recitare splendidamente in più lingue (nel film si parla tedesco, inglese e francese), è credibilissima e quasi commovente, la più sincera delle false maestre.

E questo per tacere dell’ulteriore gioco sul Doppio (anzi sul Triplo) sul quale si è tanto speculato (attenzione alla voce dello psicanalista).

Dakota Johnson supera la prova: difficile gestire la sfida con la prova magistrale della Swinton, soprattutto con una precedente esperienza non propriamente d’autore.

Eppure (anche grazie allo sguardo di Guadagnino) appare veramente un’icona potente in alcune scene: splendido il contrasto fra la frivolezza mondana della cena di gruppo durante la quale si stabilisce il contatto telepatico fra maestra e allieva.

Sono anche bellissime le scene di gruppo in cui l’agnizione del Male trapela nell’apparente quotidianità delle prove.

Un rapporto di forze destinato al capovolgimento (come insegna la dialettica hegeliana), in un transfert non solo psicanalitico ma propriamente magico.

Carisma del resto, etimologicamente, è collegato a Grazia.

Una grazia satanica, rovesciata, che diviene un potere magico.

E se uniamo Energia, Grazia e Potere otteniamo quello che nella cultura indiana si appella Shakti.

L’Energia Femminile Primordiale.

Arriviamo al cuore ardente del film: ben più consapevolemente gnostico della blasfemia quasi punk di Argento, Guadagnino tocca temi esoterici non come meri giocattoli estetici.

Nelle coreografie (stupende, di Damien Jalet) ci sono echi delle danze di Gurdjieff, nel sabba la citazione di Crowley si rivela come precisa e non peregrina: come nei suoi maledetti rituali, i ballerini diventano automi disarticolati, in una immonda parodia del sama, la danza rituale sufi dei dervisci (al centro il pir, ovvero l’elemento fermo e catalitico è proprio la Madre).

Sia la gestualità (la Swinton tocca il punto relativo al chakra del Sahasrara sulle mani di Dakota Johnson nel momento in cui le trasmette la sua energia) che la precisione del rituale (la presenza di un Testimone maschio come nella cosmogonia induista) rivelano una conoscenza più approfondita dei rituali esoterici rispetto a mere suggestioni estetizzanti.

Nel finale, la Madre appare nel suo Doppio aspetto analizzato (guarda caso) da Jung: tremenda e vendicativa con chi attacca i propri figli, nutrita del sangue dei demoni; benevola e compassionevole, portatrice di Verità e Liberazione nei confronti delle vittime innocenti.

Completamente fuori strada la recensione del New Yorker, che parla dell’effetto di una maglietta di Che Guevara realizzata come elemento di design. Quello, è vero, era l’effetto del trailer.

Ma (al di là della perfezione estetica di molte scene e al compiacimento kitsch di alcune scene barocche) qui ci troviamo di fronte a un film di notevole spessore intellettuale. Un monito e un appello sulla necessità di risvegliare l’archetipo della Madre, unica via alla Rinascita.

Post Scriptum:

Per non incorrere, in questa mia interpretazione, nel rischio di eccesso apofatico, vorrei chiarire: mentre alcuni riferimenti che ho individuato appaiono dichiarati, altri potrebbero essere mere coincidenze. Trattandosi però di temi quali l’esoterismo e la psicanalisi junghiana, se non fossero riferimenti consapevoli, potremmo a questo definirle sincronicità.
Come potrebbe spiegare degnamente uno dei protagonisti del film.
Adriano Ercolani è nato a Roma il 15 giugno 1979. Appena ventenne, ha avuto il piacere di collaborare con Giovanni Casoli nell’antologia Novecento Letterario Italiano e Europeo. Si occupo di arte e cultura, in varie forme dalla letteratura alla musica classica e contemporanea, dal cinema ai fumetti, dalla filosofia occidentale a quella orientale. Tra i suoi Lari, indicherei Dante, Mozart, William Blake, Bob Dylan, Charles Baudelaire, Carmelo Bene, Andrej Tarkovskij e G.K. Chesterton. È vicepresidente dell’associazione di volontariato InnerPeace, che diffonde gratuitamente la meditazione, come messaggio di pace, nelle scuole e nei campi profughi di tutto il mondo, dalla Giordania al Benin, dal Libano a Scampia.
Nel suo blog spezzandolemanettedellamente riversa furiosamente più di vent’anni di ricerca intellettuale. Tra le sue collaborazioni: Linkiesta, la Repubblica, Repubblica-XL, Fumettologica e ilfattoquotidiano.it.
Commenti
19 Commenti a “Suspiria di Guadagnino: non un horror ma un saggio sul male”
  1. Marco scrive:

    Sinceramente credo che questo film sia stato un po’ sopravvalutato da molti critici. A parte la bellezza estetica di alcune scene (soprattutto nella prima parte), è proprio l’aspetto intellettuale che viene a mancare: nel mescolare terrorismo anni settanta, campi di concentramento, stregoneria, psicanalisi junghiana, scene horror di serie B e chi più ne ha più ne metta, Guadagnino non trova il bandolo della matassa e gira una pellicola potenzialmente interessante ma non riuscita. La scena finale splatter, che vorrebbe essere disturbante, e apice di emotività e senso, è totalmente Kitsch, confusa e ridicola (il pubblico, alla mia visione, sghignazzava invece di assistere turbato in silenzio). Insomma, un film ambizioso (e anche inutilmente lungo) che lascia parecchio perplessi.

  2. Ho letto con piacere questo articolo, anche perché pure io ho amato il film di Guadagnino e mi sono divertito ad analizzarne i vari livelli di significato.
    Mi permetto di criticare il titolo che avete scelto. Mentre l’articolo sostiene in sintesi che “Suspiria” sia deludente come horror, e che può essere visto come un film che trascende il genere (e su questo non sono d’accordo; poi spiegherò meglio), scrivendo “Non un Horror ma un saggio sul male” si dà a intendere che gli horror siano un’altra cosa.
    Sbaglio se in questo vedo un pregiudizio contro la letteratura di genere in quanto tale? Siamo pur sempre nel paese in cui se un autore famoso scrive un libro di fantascienza, lo descriverà come mainstream, sperimentale, colto, folle, tutto tranne che vera Sci-Fi, insomma.

    Perché “Suspiria” è bello anche come horror? Lo spiego nella mia recensione su Filmhorror.com.
    http://www.filmhorror.com/recensioni/2256/suspiria

  3. Chiara Babuin scrive:

    Ciao Andrea,
    Posto che sono d’accordo con quanto scritto da Ercolani,ho letto il tuo articolo e tipongo la seguente domanda: Lynch per te è horror? Diciamo un film come FIRE,WALK WITH ME e una serie come TWIN PEAKS.

  4. Il “Suspiria” di Guadagnino ha tutte le caratteristiche dell’Horror.
    A livello elementare Horror vuol dire: scelta di un’ambientazione inquietante, tensione, senso di minaccia e di pericolo, sangue, splatter; a livello più profondo significa una forte vicinanza con la tragedia antica (lo spettatore prende coscienza della sua fragilità, della forza cieca del destino, dei dilemmi morali a cui può essere sottoposto, e può sperimentare la catarsi). Se dovessi nominare qualche regista horror che è veramente un autore, con una sua poetica, oggi farei per esempio i nomi di Ari Aster (“Hereditary”), Mike Flanagan (la serie Netflix “Hill House”), Takashi Miike, Bong Joon-ho, e magari, a un livello più basso, anche Rob Zombie e altri.
    Più complicato il discorso per il grande Jorgos Lanthimos, ancora più difficile per David Lynch.
    “Twin Peaks”, serie eccellentissima, non è propriamente horror, anche se ha delle parti che appartengono in pieno al genere.
    Su “Fire walk with me”, che ricordo come molto deludente, non mi pronuncio, dovrei rivederlo daccapo.

  5. Chiara Babuin scrive:

    Sì, Andrea, ciò che dici è vero, anche se definisce solo un aspetto dell’horror. Tu hai preso in considerazione solo gli elementi della trama (anche se “splatter” è un sottogenere dell’horror, non è una caratteristica del genere di per sé), poi c’è un discorso di vero e proprio linguaggio cinematografico: il tipo di inquadrature, il tipo di obiettivi che vengono usati, il connubio tra questi e fotografia, il ritmo; inoltre, c’è una particolare intenzione che emerge nell’horror: quella di voler spaventare il fruitore, attraverso la fruizione di qualcosa di orrorifico (appunto).
    Questi sono aspetti importanti (stiamo pur sempre parlando dell’intenzione del regista), perché ti posso dire che i video dell’attacco dell’11 settembre rientrano esattamente nella tua descrizione di horror, ma non lo sono, pur essendoli nella loro più intima e atroce essenza.

    Ciò detto, Suspiria, proprio perché tratta e richiama forze e temi atavici trascende l’horror stesso (da qui il perché del titolo). Per intenderci: nessuno mai si sognerebbe di inserire L’Inferno di Dante nel genere horror. Perché certamente lo è, ma è anche qualcosa di più, di molto di più.
    E non è una discriminazione di genere (io ADORO l’horror italiano degli anni ’70: Lado, Bido, Bava, senza parlare che per la prima scena di Suspiria di Argento è un vero e proprio capolavoro), ma si tratta anche di ammettere che certe opere trascendono ogni tipo di categorizzazione (come Twin Peaks, su cui siamo d’accordo).

  6. Innanzitutto, grazie per l’attenzione. Bisogna distinguere l’analisi delle tematiche presenti dal gusto individuale. Posso non apprezzare un film di Lars von Trier (esempio fra tanti), ma posso comunque analizzare tutta la ricchezza di elementi simbolici che esso contiene. Per Andrea: concordo con la risposta di Chiara, anche se ammetto di non essere (a differenza sua) un amante del genere. In questo caso, mi riferivo proprio alla grammatica cinematografica, che il “Suspiria” originale (nella sua innovazione) rispettava. Qui l’elemento horror è inserito in una progressione narrativa distinta (proprio perché per horror non mi limito alla presenza di sangue e squartamenti). Ci sarebbe ancora molto da dire, segnalo solo alcuni spunti emersi nei commenti su Facebook sulla mia bacheca: segnalo l’analisi psicanalitica di Eugenia Fattori su “Esquire” https://www.esquire.com/it/cultura/film/a25786788/streghe-femminismo-suspiria-sabrina-cinema-tv/?fbclid=IwAR3E0UTjQlPeSu8qN2t4ex9M7fWQKBoWJodu9jJK4l815831my-M4rbFnao; Pietro Lullis nota: ” il cognome dello psicanalista,Kemplerer, è lo stesso di uno dei massimi studiosi del linguaggio e della ritualità nella propaganda nazista. Con un’attenzione specifica anche al richiamo all’antico paganesimo germanico, “prima della religione,prima di Dio”, come viene detto nel film”; anche tante citazioni ulteriori su Bowie non l’ho inserite: all’inizio dell’esecuzione di “Volk”, Madame Blanc cita la famosa frase dell’ultimo concerto di Ziggy Stardust prima di “Rock ‘n’ Roll Suicide”; c’è il tema del viaggio USA-Berlino come rinascita per diventare se stessi; il trucco della Swindton/Kemplerer è uguale a quello di Bowie in “Miriam si sveglia a mezzanotte”; come ha notato Flaviano Bosco ( (in un incontro organizzato durante il 21esimo David Bowie Birthday Bash a Bassano del Grappa) nella scena piú commovente (prima del beffardo trucco) gli amanti si baciano “standin’ by the wall”…

  7. *Pietro Lulis, non Lullis, chiedo scusa ho scritto dal cellulare.

  8. Alessandro scrive:

    Con tutto il rispetto per quanto riguarda Suspiria credo si stia scatenando tra i critici quella che sono solito chiamare la Sindrome da Hollywood Ending.
    Avete presente il film di Woody Allen? Quando nel finale il regista Val Waxman afferma riferendosi al film che ha girato da cieco, quindi senza né capo né coda, “ Portiamolo ai francesi, a loro piacciono le cose senza senso!”
    Insomma credo che si stia costruendo su questo film un mondo che non esiste. La SDHE (sindrome da hollywood ending: facciamo un film a cazzo tanto qualcuno un senso lo troverà) stia mietendo molte vittime.
    Nessun dubbio sul fatto che l’ambientazione e la ricostruzione della Berlino anni 70 sia veramente notevole. Però in sala durante la proiezione diverse persone, come il mio vicino di poltrona, si sono addormentate e sul finale quando è apparso Jabba Stevie Wonder , al secolo Madre Marcos, posso assicurarvi che molte persone sono esplose in una sonora risata.
    Per quanto riguarda il riferimento alle persecuzioni naziste credo che, come Sorrentino in This must be the place, Guadagnino abbia voluto strizzare l’occhio ad un certo gruppo di potere di Hollywood. Io la butto qui, il suo prossimo film sarà in odore di Oscar.

  9. adriano ercolani scrive:

    Il fatto che il pubblico rida o sbadigli o che un determinato effetto speciale sia kitsch non smentisce la presenza di elementi simbolici.
    Se uno spettatore non coglie una citazione, non vuol dire che essa non sia presente.
    Ad esempio, Io non capisco molto di Fisica.
    Eppure la Fisica esiste indisturbata, nonostante la mia ignoranza.

  10. adriano ercolani scrive:

    *l’io in maiuscolo è un refuso, non una manifestazione d’ego. Sarebbe paradossale mentre dichiaro la mia ignoranza.

  11. Alessandro scrive:

    Certo, sono pienamente d’accordo, ma la fisica è una scienza che si basa sui numeri e in quanto tale non si può interpretare, o si conosce o si ingora. Qui il dubbio è se tutta questa simbolicità sia proprio voluta dal regista o i critici la stiano cercando e trovando a forza. Qualcosa di simbolico sicuramente c’è ma costruirci sopra un castello a me sembra esagerato.
    Inoltre, tornando al cinema, se in un film gli spettatori si mettono a ridere palesemente durante le scene che dovrebbero essere drammatiche parliamo di un grottesco non voluto perciò qualcosa non ha funzionato, o mi sbaglio?

  12. Chiara Babuin scrive:

    Alessandro, alla prima di LADRI DI BICICLETTE il pubblico fece pressione per riavere indietro il prezzo del biglietto. Quindi, le reazioni del pubblico sono un aspetto da valutare solo marginalmente, in certi tipi di film.
    La scena culmine finale di “Suspiria” non è un granché, diciamocelo, anche e proprio perché si stacca per un momento dal ferreo sistema simbolico in cui è ingabbiato tutto il film.
    Nessuno è perfetto. Ma non è che una scena così fa crollare tutto il film, semplicemente, non lo fa risplendere come avrebbe dovuto. Pazienza.

    Qui non si tratta di “vederci troppo” o di andare di sovrastruttura: chi frequenta certi ambiti vede e riconosce uno studio rigoroso di documenti che ai più sono sconosciuti (quanti esoteristi ci sono nella tua cricca di amici?). Per riprendere l’esempio con la Fisica: io so che esiste perché me l’hanno fatta studiare a scuola: è una materia sdoganata (l’esoterismo no,invece). Ma se non me l’avessero insegnata, senza certe nozioni, ora potrei dire tranquillamente che per me la Terra è piatta (o magari non avere nemmeno un’opinione in merito). Quindi io distinguerei tra critici improvvisati e critici studiati e tra pubblico colto e pubblico incolto.

  13. D’accordo, però parliamo di valutazioni diverse di aspetti diversi.
    Il fatto che un film non sia riuscito non contraddice la presenza (magari ambiziosa) di certe tematiche.
    A me Lars von Trier tendenzialmente non piace, ma se analizzo i suoi film a partire da Nietzsche e Freud non sto facendo un mero esercizio intellettuale. Non vuol dire che quei film siano più belli di altri perché affrontano certe tematiche: vuol dire che sono presenti.
    Ora, parliamo qui di un film che inizia con un’inquadratura di un testo di Jung, ha come “investigatore” uno psicanalista junghiano che deve indagare su un gruppo di streghe che vogliono evocare la Madre…non mi sembra peregrino riferirsi all’archetipo junghiano della Grande Madre;)

    Sul pubblico: sì e no. Mi spiego: la gente rideva in sala pure con Pasolini e Fellini. Fischiava Dylan a Newport, contestava Charlie Parker e ha interrotto “Sei personaggi in cerca d’autore” di Pirandello alla prima. Le reazioni del pubblico spesso sono feroci semplicemente perché vengono disattese le aspettative. Magari l’effetto “Sora Lella” (come è stato definito) di Madre Markos era voluto (è comunque la falsa Madre). Quello che voglio dire è che in questo caso la trama stessa del film è quella: l’evocazione magica di un’incarnazione satanica. Se io dicessi che “Assassinio sull’Orient Express” parla di un omicidio su un treno, nessuno direbbe che è una mia interpretazione. Ora, la scena del sabba non è piaciuta neanche a me: ma è chiaro che insiste sul valore rituale e simbolico (del resto, è un rito fatto di simboli). Altrimenti: perché inquadrarlo dall’alto? Un conto è apprezzare, un conto è analizzare. Poi, alcune cose per me sono ultraevidenti (Bowie e Jung sono didascalicamente presenti), altre potrei anche averle “viste” io. Infatti, ho aggiunto: “Per non incorrere, in questa mia interpretazione, nel rischio di eccesso apofatico, vorrei chiarire: mentre alcuni riferimenti che ho individuato appaiono dichiarati, altri potrebbero essere mere coincidenze. Trattandosi però di temi quali l’esoterismo e la psicanalisi junghiana, se non fossero riferimenti consapevoli, potremmo a questo definirle sincronicità.
    Come potrebbe spiegare degnamente uno dei protagonisti del film.”.

  14. Alessandro scrive:

    Mi scusi ma non ho mai parlato di critici improvvisati e tantomeno volevo mettere in discussione la professionalità di chi scrive per mestiere di cinema.
    Personalmente non ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte ad un film tanto brutto da dover chiedere la restituzione del biglietto, bensì ad una pellicola patinata e poco riuscita.
    Non mi ha emozionato. Non mi ha inquietato. Non mi ha messo paura.
    Come se fosse stato un regalo confezionato benissimo, colonna sonora perfetta, ambientazione originale, che una volta scartato conteneva ben poco oppure che conteneva qualcosa che era in grado di essere colto solo dai pochi che possedevano gli strumenti adatti.
    Forse come dice lei Guadagnino ha fatto un film per pochi eletti, quelli con la cricca di amici giusti, capaci di cogliere i simboli esoterici, cedendo però, e questo lo aggiungo io, a qualche compromesso come l’inserimento della questione persecuzione nazista per essere distribuito nei grandi circuiti.
    Pasolini, Fellini e De Sica giravano pellicole dai grandi contenuti ma alla portata di tutti.
    Che poi non venissero compresi, volontariamente o involontariamente, è un’altra storia. Il tempo ha dato loro ragione. Quel cinema, così italiano, era arte e non credo tornerà più.

  15. Chiara Babuin scrive:

    Alessandro, tranquillo, non volevo accursarla di alcunché. I miei erano solo esempi a sottolineare il fatto che forse per dare un giudizio decente sul film di Guadagnino dovrà passare minimo una decina d’anni. E sicuramente non volevo fare alcun parallelo autoriale tra Fellini, Pasolini e De Sica, sommi autori che non si sono però mai confrontati con remake o film di genere, come invece hanno fatto altri grandissimi registi come Bava, Leone e tanti altri.

  16. Naomi scrive:

    Mi trovo perfettamente d’accordo con la tua recensione. L’ho trovata perfetta. Tranne per una cosa… Tilda Swinton in un intervista a vAnity fair ha dichiarato di essersi ispirata a Mary wigman la coreografa tedesca crestrice della danza della strega. In effetti si nota enormemente la somiglianza e i riferimenti per lo stile di ballo. Saluti

  17. adriano ercolani scrive:

    Grazie Naomi! Dell’apprezzamento e della preziosa annotazione.

  18. Manuel Bernasconi scrive:

    L’eleganza formale e la ricchezza dei riferimenti iconografici e filosofici non sono sufficienti per fare un grande film. Guadagnino è un Visconti 2.0 e Suspiria è ancora più superficiale di Chiamami col tuo nome. La scena finale, poi, con alcune attrici in slippino color carne, è farisaica. La recensione, invece, è bella.

Trackback
Leggi commenti...
  1. […] Recensione a Suspiria di Luca Guadagnino che affonda negli archetipi della filosofia, della psicologia junghiana, dell’esoterismo fino all’occultismo, tra l’altro condivisibile anche se non ancora esaustiva – almeno dal mio punto di vista, che continuo a indagare interiormente. Su MinimaEtMoralia. […]



Aggiungi un commento