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“Suttaterra”: un estratto

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal secondo romanzo di Orazio Labbate, Suttaterra, uscito per Tunué.

di Orazio Labbate

“Sei un vedovo”, sussurrava alla camera, tastando con le dita smagrite la tasca dei jeans. Il cielo di là dalla finestra si inscuriva, sopra i palazzi, come la fantasia di un demone addormentato. Fissò la scrivania. Tentò di sfondarla con le mani, solo per scuoiarsi ancora una volta la pelle. Lui la chiamava malinconia: era un mestiere, da quando la moglie Maria era scomparsa un anno prima. Tre corvi sbattevano contro la finestra, uno si era spaccato il becco riuscendo però a forare il vetro. L’uomo allora si avvicinò, raccolse quella polvere adamantina e tracciò un cerchio attorno al buco a mo’ di un mago. Poi alzò l’imposta, e si arrampicò fino a sedersi, rivolto verso l’esterno, sulla sporgenza di pietra del davanzale. Pioveva nella notte e l’acqua caduta dal firmamento tintinnava come i campanelli di una messa.

Di nome faceva Giuseppe. Giuseppe Buscemi. Trent’anni. Siculo americano. Nato lì: a Milton, West Virginia. Era basso, coi muscoli tesi come gli orecchi di una bestia impaurita nella stalla durante la notte, preda dei tuoni. Le sue orbite erano scure. I capelli di quella paglia nera che sono le ceneri dei campi notturni. La faccia scheggiata da una cicatrice della forma di una ‘V’ che pareva finire dentro l’occhio destro del ragazzo. La bocca inquieta era solcata da ferite rimarginate, mentre il suo sguardo pareva serrare la luce circostante.

La mattina, davanti allo specchio del lavabo, usava accompagnare con le dita la pelle rigonfia. Ne studiava l’ampiezza, e infine la richiudeva ché si appiattisse il derma e lui potesse sospirare.

“Dove sei…”, diceva, e la mano destra, a contatto col sapone, gli tremava come se una fiamma la stesse avvolgendo. I mattoni bianchi luccicavano. La vasca, annerita, ospitava insetti che si arrampicavano ai bordi. Lasciava spesso che l’acqua scorresse. Si dilettava a guardare gli animaletti che il flusso vorticoso poi inghiottiva. Lei non c’era più, ma l’acqua non fa dileguare un amore morto. In quella vecchia casa, la ruggine cresceva tra le tubature e un sottile borbottio annunciava la loro imminente rottura.

“I ricordi sono insignificanti quando la persona che ami è cosa morta”, pensava e poggiava la testa al muro. Da piccolo, in castigo, ascoltava le pareti, e con un gesso provava a tracciare i sentieri che il suono rivelava al muro. Poi, suo padre Razziddu lo richiamava e la vita macinava, sempre uguale, cogli anni. Come le nuvole nere che il padre esaminava, e che sarebbero state sepolte nei sogni, una volta trascinate dal vento americano.

Tentava di rimembrare quella sensazione, ma la riproduzione dell’infanzia non poteva sistemare il dolore antico. La faccia di Maria si riproponeva ogni pomeriggio nei barba- gli degli oggetti alla luce del tramonto. Il ferro da stiro riposto sul tavolo, come l’aveva lasciato prima che partissero per il matrimonio. La collana in bigiotteria che penzolava dal porta cappelli; e anche alcuni capelli chiari, duri come aghi di pino, negli angoli della camera da letto. Pulviscoli e peli fluttuavano in quelle stanze religiose. Le schegge del rivestimento del frigo, che usava prendere a calci per la rabbia, erano attaccate al tappeto lungo il quale da ubriaco s’addormentava. Una volta sveglio si incastravano alla sua barba, e piccole punture di sangue tingevano la maglietta, in origine bianca, che indossava da mesi. Il frigo era vuoto, solo un frutto ammuffito e una bottiglia. Lo apriva giusto per incantarsi dinanzi alla luce della lampadina. Lo vedeva come una porta, un passaggio artificiale in cui riusciva a fermarsi, a non approssimarsi ancora di più alla morte. Succube di quell’esorcismo delle cose ammutolite, stravolgeva di nuovo il disordine scaraventando gli oggetti in giro. Mobili. Piatti dagli scaffali della cucina. Portafoto da cui si smembravano i ritratti di lui e di lei.

Negli ultimi tempi, quando si presentava alla gente notturna, lui becchino di Milton, nascondeva il cognome in periodi biforcuti. “La vedovanza si occulta”, diceva. Era solito piegare la carta d’identità. A volte la riapriva, uno sguardo tremolante verso l’immagine: non vedeva che i propri occhi, nella foto, niente faccia. Niente, come tutti i morti che aveva poi ficcato nella terra del nostro Dio, che è carica di acqua e ossa e anime ossute. Gli bastava intravvedersi, come quando si guarda l’alba dal didentro di una serra di plastica. “Non si è più coniugati se tua moglie è coi vermi”, così credeva e si ripeteva.

Da un anno aveva preferito l’abbandono. Bottiglie vuote di whisky dozzinale ornavano il tavolo al centro della cucina, lame di rasoi usa e getta infestavano lo spazio sotto la lampada principale come piccole croci metalliche. Riempiva interi quaderni di cogitazioni, come un maniaco che tenta di venire a capo della fisica della morte. Disegnava anche bare e stelle. E studiava il modo in cui ammazzarsi. Maria lo avrebbe abbracciato nell’eterno riposo che non ci è donato dal Signore. Sognava di essere divorato dal Diavolo: masticato letteralmente, addentato con foga sovrumana. Gli incubi lo accudivano, come i vagheggiamenti fantasmatici di un uomo vicino all’impiccagione.

Ora, seduto sul cornicione dell’appartamento, guardava verso lo strapiombo, e leggeva da un foglio. Lanciarsi o credere a quel che c’era scritto? “Proprio quando ero sicuro di rivederti solo nell’Aldilà…”.
Aveva ritirato una busta, nel pomeriggio, dalla cassetta della posta. S’era promesso di aprirla più tardi.

Da giù le macchine, i clacson, le luci al neon del ristorante sembravano sfocare a contatto con la pioggia, come gli spiriti che attraversano le porte delle case dei morenti. Ai piedi del palazzo i radi passanti si nascondevano sotto gli ombrelli, e non guardavano quel firmamento fulminato.

“Ho questa lettera in mano. Sull’involucro c’è scritto Maria, e la data d’invio risale a neanche dieci giorni fa. Com’è possibile?”

La lettera diceva: Arriverai dal mare e ci rivedremo nel nostro posto speciale. Tra un mese. La tua Maria.

“Come può una morta scrivere una lettera? Può aspettare? Devo andarci davvero? Uno scherzo? No, è la sua calligrafia. Il suo imprimere l’inchiostro con decisione sino a forare la carta. La sua firma semplice, aggraziata.”

La notte era purpurea. Gli occhi di Giuseppe Buscemi pure erano rossi perché iniettati di sangue e irritati dalla pioggia. Maria non c’era. “Non si può credere ai fantasmi poiché essi non risuscitano”, disse mentre la finestra dietro di lui traballava scossa dai tuoni. Il vetro possedeva il suo riflesso bagnato. Maria vi aveva lasciato, anni addietro, le sue impronte, quando lui la baciava mentre la pioggia si ingigantiva tra le fessure di pietra del balcone. Quando erano ancora fidanzati ma lei gli annunciava la nascita di una terza vita dentro di lei…

“Il posto speciale… Il porto? L’hotel? Il luna park? Il…”

Si voltò verso l’interno della casa. Il verde del divano gli ricordava un ramarro. Pensò a Maria, la immaginò ballare nelle alghe, tra i pesci, e le alghe la avvolgevano e la tagliavano nei muscoli come il fuoco quando si infiltra spaventoso nella legna. Lo reclamava una voce, che era il buio di quella casa di Milton. Un vortice d’aria accennò a strappargli il pezzo di carta. Lo strinse forte, come fosse stato di carne. Il lampo d’una sirena azzurra spezzò la nebbia che la corrente faceva sibilare. Rilassò il collo. Provò dunque a proiettarsi nel tempo chiudendo lentamente, come di ceralacca, le palpebre che colavano d’acqua piovana.

“Mi manchi Maria.”

Perse per un attimo l’equilibrio, ma il gelo e la tensione dei suoi muscoli riuscirono a immobilizzarlo.

“Il tuo capo era illuminato come da un’aureola, amore mio”, disse tra sé, e lesse ancora la breve lettera. Le occhiaie gli si stagliavano profonde sulle guance. Sorrise mentre i denti masticavano acqua come se fosse la mollica imbevuta di cui si nutrono i morti. Chinatosi alla finestra, rientrò torpido in casa. I suoi stivali dalle punte in ferro emisero uno scricchiolio simile al gemito di un cristiano. Prese una sedia e accese la luce della cucina, il suo corpo che balbettava per il terrore. Riprese con entrambe le mani la lettera e la distese sul tavolo per farla asciugare. Al sorgere di un’alba grigia era ancora lì, ingobbito su di essa. Lui, il becchino di Milton, preciso a costruire le bare, attento nel riempirle e portarle in giro col carro funebre, accorto a vegliare le salme rimaste cogli occhi solidi sotto la terra nera, adesso venerava la lettera della sua amata. Poi disse, figgendo sicuro la foto del matrimonio appesa al muro: “Sei tu, Maria Boccadifuoco”.

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