Svendita sulla collezione Alitalia

Questo pezzo è uscito sulla rubrica curata da Stefano Catucci per il settimanale Romac’è.

di Stefano Catucci

I lavori per «Italia 90» hanno modificato le vie d’accesso all’aeroporto di Fiumicino e nascosto tra gli svincoli la statua di Leonardo da Vinci che prima troneggiava solitaria e imponente. Di Leonardo l’aeroporto esibisce però una citazione collocata nella sala delle partenze internazionali: una grande scultura in legno di Mario Ceroli del 1967, Squilibrio, che riproduce al suo interno l’immagine dell’uomo vitruviano così com’è stata disegnata dal Leonardo e che i viaggiatori conoscono bene come riferimento per gli appuntamenti. Qualche settimana fa Alitalia ha venduto la scultura per 120.000 euro ma si può star tranquilli: Squilibrio resterà dov’è, visto che ad acquistarla è stata la società Aeroporti di Roma.
Chi pensasse a una vendita incestuosa o a una semplice alchimia finanziaria dovrebbe tener conto che Aeroporti di Roma non aveva molta scelta, giacché Alitalia avrebbe venduto – o tentato di vendere – comunque. Da un anno, infatti, è iniziata la dismissione del patrimonio artistico accumulato da Alitalia negli anni del boom economico e di cui Finarte ha curato la vendita all’asta l’8 dicembre scorso. Collezionare arte italiana era un modo di costruire l’immagine di una compagnia e di un paese. I quadri erano esposti nelle sedi internazionali, nelle sale d’aspetto Vip, decoravano l’interno dei DC8 per farne «una galleria di via del Babuino», come diceva un cinegiornale d’epoca. Per ironia della sorte la vendita si è consumata nei paraggi, a via Margutta, ma per chiunque sappia cosa significa, anche in termini di valore, l’unità di una collezione d’arte, saperla frantumata è imperdonabile. Se Alitalia doveva o si era impegnata a vendere, il Ministero dei Beni Culturali o una Regione, un Comune, avrebbero potuto acquistare dando un aiuto non a fondo perduto. Più di 180 tele e incisioni con tutti i nomi più importanti del dopoguerra, sono state vendute per 811.000 euro, una goccia nel mare del deficit dell’Alitalia e più o meno il minimo preventivato. Fra i pochissimi invenduti c’è l’opera più pregiata, Zeus partorito dal sole di Gino Severini, quadro di 3 metri per 4 commissionato negli anni Cinquanta per la sede di Parigi. Verrà messo di nuovo all’asta in aprile con il prezzo base di 350.000 euro, non raggiunto a dicembre.
Non è un buon periodo per le vendite d’arte. La crisi si ripercuote molto sul settore, banche e fondazioni in difficoltà vendono e inflazionano l’offerta. Sarebbe stato un buon momento per comprare, tanto più che le amministrazioni pubbliche soffrono da tempo di una pulsione museale che resta spesso priva di contenuti. Sul sito web della Finarte la collezione Alitalia si può ancora vedere. Ma sarebbe bene che il catalogo dell’asta diventasse una pubblicazione a tutti gli effetti, prima che l’ultima testimonianza sparisca.

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