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Amare la vita sulle rive del Bajkal, senza alibi o sedativi

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La recensione di Nelle foreste siberiane di Sylvain Tesson (Sellerio) è uscita sul blog del gruppo di lettura Monteverdelegge.

Diffido dei viaggi degli altri. Per molti motivi. A maggior ragione diffido di chi i viaggi li racconta, ne fa scrittura, e spesso vetrina. Non sopporto l’irresistibile esposizione di sé, l’assunto di fare della propria esperienza privata materia d’interesse generale. E meno sopporto chi quell’interesse lo corona, lo abbraccia. Massimi sistemi, certo. Un discorso che tocca il nervo esibizionista insito in ogni letteratura e pseudo-tale, nonché l’ossessione autonarrativa che pervade tanto e tante delle nostre vite appaltate alla socialità scritta del virtuale, ridotte in monoporzioni dal packaging più o meno attraente e pronte per essere mattoni di un esoscheletro che mira alla seduzione e, all’interno, divora e secerne. Chiusa parentesi.

Solo per dire le perplessità che avevo di affrontare il libro di uno che in quarta viene presentato come “grande viaggiatore” e scrittore, appunto, di viaggi. Ovvero uno che sulla carta, di quanto detto poco sopra, ne ha fatto sì e no una professione, e non solo di fede. La riconciliazione, e quindi il patto di lettura, avviene dopo la premessa. Ovvero il “pentimento” del moto a favore della stasi. Colui che ha dichiaratamente cercato la vita nel viaggio, decide di entrare nel vuoto, di sua sponte. E che vuoto. Quello dell’inverno siberiano, di una capanna di tronchi sul lago Bajkal, vero e proprio mare d’inverno, ottocento chilometri di voragine di faglia, piena d’acqua scura che con il gelo diventa infinita lastra di ghiaccio rimbombante.

Tesson parte, e questa volta per fermarsi. Ha con se scatolette, vodka, sigari, e un minimo di equipaggiamento. Un telefono satellitare (che resterà quasi sempre spento) e una valigia di libri. Uno scorcio di Irkutsk, limite del civile, e poi il nulla. Temperature ben al di sotto dello zero, neve, ghiaccio, vento. Cime da scalare, chilometri da camminare, legna da tagliare. E soprattutto giorni e notti da far passare.

Con un piglio da diario asciutto solo raramente inficiato da qualche leziosità, le pagine si dipanano in una missione non dichiarata che tende all’impossibile: raccontare il tempo vuoto. Se il viaggiatore ragiona in termini di spazio, l’eremita si affeziona al tempo. Certo, ci sono i ricordi, le letture, le riflessioni sul dentro e fuori, sulla civiltà, sulla lotta e sulla fuga. Ma alla fine tutto si riduce alla contemplazione attiva del tempo che passa, mettendone in discussione il movimento, gli assiomi lineari. Non si derubrichi questo libro nei facili cassetti della decrescita e del ritorno alla natura, integratissimi rigurgiti tutti interni alla mitologia del progresso indefinito. Il rapporto con il paesaggio, con l’ambiente, con le cose solo in minima parte fatte dall’uomo e per l’uomo, è soprattutto una questione di ritmo, e di silenzio. La lentezza non è un contraltare vendibile della frenesia, è l’unica velocità possibile.

Lo scopo, unico, indicibile, è vivere, è sopportare prima e amare poi la vita senza eventi, senza alibi o sedativi. Guardare una stufa, o gli infinitesimi dettagli di neve racchiusi da una finestra, per ore. E confrontare tutto questo con le strutture cartesiane del pensiero automatico. Metteteci poi gli orsi, e i russi, atavici maestri del riso e del dramma, e capirete perché Tesson dalla piccola spiaggia a nord del Bajkal proprio non ne voleva sapere, di andarsene. E questo conferma, tra le altre cose, il brutale mistero che per ogni libro è il suo finale.

Nel modo in cui questi russi vuotano i bicchieri e afferrano pezzi di carne si sente il loro orgoglio di non dipendere da nessuna catena commerciale. Si nutrono solo di ciò che offre la foresta. Vivere prelevando il necessario dai boschi è una garanzia di felicità. Questi uomini sono autonomi nelle questioni pratiche ma restano legati alle tradizioni dei padri. Sono agli antipodi rispetto ai liberi pensatori che hanno rotto i ponti con dio e con il re ma dipendono dalla città e dai suoi servizi per mangiare, spostarsi o stare al caldo. Chi ha ragione, il mugicco autarchico che affida l’anima al cielo ma non entra mai in un negozio, o l’ateo moderno che si è liberato da tutte le pastoie spirituali ma è costretto a succhiare le mammelle del sistema e ad accettare le regole imposte dalla vita sociale? E’ meglio uccidere dio ma sottomettersi ai legislatori o vivere liberi nei boschi continuando ad aver paura degli spiriti? La conquista dell’autonomia pratica e materiale sembra altrettanto nobile di quella dell’indipendenza spirituale e intellettuale. “Si tende a dimenticare che è particolarmente pericoloso asservire gli uomini nelle questioni di dettaglio. Per quanto mi riguarda, sarei portato a credere che la libertà sia meno necessaria nelle grandi cose che in quelle di minore importanza” scrive Tocqueville nelle “Democrazia in America”, nel capitolo dedicato al tipo di dispotismo che deve preoccupare le nazioni democratiche.

Fabio Donalisio è nato in Piemonte, in mezzo alla provincia Granda, nel 1977. Vive e tribola a Roma. Poeta, per prima cosa. Ha pubblicato miti logiche (ExCogita, 2007) e la pratica del ritorno (in Poesia Contemporanea. XI quaderno italiano, Marcos y Marcos, 2012). Poi, scrive di libri su Blowup (di cui cura la sezione letteraria), Il manifesto, Rolling Stone e Pulp. Prima o poi tornerà sulle montagne, dove tutto sembra un po’ più solido.
Commenti
2 Commenti a “Amare la vita sulle rive del Bajkal, senza alibi o sedativi”
  1. RobySan scrive:

    L’autonomia pratica e materiale non solo è “altrettanto nobile” ma precede – o dovrebbe precedere – l’indipendenza spirituale e intellettuale. Senza di essa, l’altra è solo una commediola da salotto.

  2. marco m scrive:

    grazie Fabio.

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