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“Taccuino delle piccole occupazioni”, il nuovo romanzo di Graziano Graziani

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Si potrebbe definire il lavoro di scrittura di Graziano Graziani come un processo continuo di catalogazione: ne sono esempi lampanti i due volumi pubblicati dallo scrittore con Quodlibet, il Catalogo delle religioni nuovissime, racconto dei numerosi culti che continuamente nascono, dal jedismo al culto di Maradona, e Atlante delle micronazioni, descrizione della fondazione e della struttura di piccoli e strani stati. Una narrazione dunque che procede per frammenti, un’idea perfettamente in linea con la nostra contemporaneità che, nella sua vastità di forme e diramazioni, non ci consente di cogliere tutto con un unico sguardo.

Nel suo nuovo romanzo Taccuino delle piccole occupazioni, pubblicato da Tunué nella fortunata, per il valore delle opere, collana diretta da Vanni Santoni, Graziani abbandona solo in parte il carattere documentaristico della sua scrittura per narrare la storia di un personaggio d’invenzione, Girolamo. Si diceva di come Graziani abbandoni solo in parte la sua inclinazione per la catalogazione perché le vicende del protagonista sono tanti piccoli frammenti, cinquantacinque quadretti per la precisione, che hanno anche la forma di una schedatura, ovviamente parziale, delle varie forme che può assumere il mondo, dei diversi oggetti con cui ci scontriamo e su cui ci troviamo a riflettere nel tentativo di dare al reale una struttura più definita. Attraverso i brevi capitoli il lettore può farsi un’idea di chi sia veramente questo strambo protagonista, ma concluso il libro non può certo dire di aver compreso e conosciuto completamente quest’uomo complesso, un uomo che ne abbraccia tanti altri, che nel corso del libro si trova ad approcciare le più varie e diverse situazioni della quotidianità, uscendone talvolta in maniera spiazzante o con idee molto strane.

Il libro inizia con Girolamo che scopre di essere vittima di attacchi di narcolessia, la prima volta quando sfoglia un catalogo dell’IKEA, la seconda mentre discute con un amico falegname e poi anche mentre sceglie un libro, in piedi, in libreria: il medico conferma la diagnosi e mentre Girolamo riflette sulla sua situazione pensa: «Girolamo si accorse di un aspetto della faccenda che all’inizio gli era sfuggito. I suoi attacchi di narcolessia avvenivano sempre in prossimità di una decisione da prendere».

Il momento in cui Girolamo subisce l’attacco riporta alla mente il protagonista di L’uomo che dorme di Georges Perec, con la differenza che quello sceglieva deliberatamente di non agire: eppure le cose non sono troppo diverse neanche qui, perché sembra di intuire che una delle motivazioni della malattia possa stare in un rifiuto del mondo contemporaneo, che conosce sempre di più leggendo riviste e giornali con il fine di comprendere a fondo la sua situazione: «più leggeva e più lo coglieva una sensazione di nausea.

Una sensazione che allo stesso tempo lo riempiva di malessere fisico e lo paralizzava». Davanti allo sfacelo della contemporaneità, alle guerre, all’indifferenza e alle disuguaglianza, «aveva senso impegnarsi, o non era meglio seguire la sua nausea, cercare un modo per fuggire da tutto questo e diventare persino non dico indifferenti, ma almeno anestetizzati?».

Come detto i capitoli non sono ordinati in maniera cronologica, ma nella libertà del racconto si può forse credere che la posizione di questo primo sia emblematica proprio per la riflessione finale sulla natura del mondo e sul dubbio se si possa fare qualcosa. Eppure Girolamo decide di stare dentro il mondo, di visitarlo con il suo sguardo disincantato, a volte storto e sfocato sul reale: è proprio questa declinazione del vedere però che gli offre una visione privilegiata del mondo, delle sue stranezze e dei suoi oggetti.

Attraverso questa chiave Girolamo si confronta con la fotografia, con l’agenda del telefono, con le religioni, con i bambini, con il tempo e con la storia, con la poesia, con i mostri, con l’astrofisica e con i fantasmi. Il girovagare di Girolamo, le traiettorie del suo pensiero si basano su un’osservazione minuziosa della realtà, dalle cose più piccole a quelle più grandi, fino a quelle che non hanno sostanza, con il desiderio di poter provare a dare un ordinamento al reale.

Girolamo ricorda sicuramente in certe pagine il Palomar di Italo Calvino, soprattutto per quel tentativo del protagonista calviniano di «imparare a essere morto», unica via per una conoscenza oggettiva della realtà, ma rimanda alla mente anche lo sguardo e il modo di vedere di Cosimo Piovasco di Rondò del Barone rampante, perché come lui vive con un piede sulla terra e uno sugli alberi, non rinunciando, come un onesto osservatore dovrebbe fare, a guardare con distacco anche ironico e doloroso la realtà e giudicarne storture e problemi (ma ci sono anche i lati positivi dell’esistenza, come il prendersi cura degli altri: «L’uomo si prende cura delle persone che ama, dei figli, dei compagni, dei famigliari. Li coccola, li fa sentire protetti, compie azioni che hanno come fine una loro migliore e più lunga permanenza su questa terra. Materiale o immateriale che sia l’oggetto della sua cura, questa resta un’azione centrale nell’esistenza di ognuno di noi»).

Girolamo è animato da un rifiuto delle regole preconcette, quelle che arrivano dall’alto, di ciò che è considerato normale, e questo gli permette di muoversi tra molte diversità non condannando nulla, ma invece analizzando ogni cosa con empatica curiosità.

Matteo Moca è dottore di ricerca in italianistica e insegnante. Scrive, tra gli altri, per Il Tascabile, Il Foglio, Il Riformista, L’indice dei libri del mese, Blow Up e il blog di Kobo. Ha curato per Quodlibet il romanzo di Giovanni Faldella “Madonna di fuoco e Madonna di neve” e pubblicato la monografia “Tra parola e silenzio. Landolfi, Perec, Beckett”.
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