Diario afghano

forno bambino

Diario afghano – Kabul, tra propaganda e cardamomo

Kabul – Bombe che “piovono come polline”. Odore di cardamomo a ogni angolo di strada. Secondo un recente articolo uscito sul settimanale Panorama, sarebbero questi i “segni particolari” di Kabul. Vengo regolarmente in Afghanistan dal 2008 (un novizio, rispetto ad altri), quando per la prima volta ho attraversato via terra il confine che separa Iran e Afghanistan, da allora ho passato molto tempo nel paese (l’anno scorso 4 mesi), ma ancora non mi ero accorto dell’odore di cardamomo. A volerla dire tutta, girando per i quartieri di questo conglomerato urbano di almeno 3 milioni di abitanti, tirato su senza pianificazione, sventrato in passato dai muhajeddin che combattevano una sanguinosa guerra intestina e oggi da palazzinari più inquietanti dei nostri, l’odore dominante è quello di fogna. Un caratteristico, insistente, pervasivo odore di fogna a cielo aperto.

L’uomo di roccia

banksy

Ci scrive Nicola Villa: sull’ultimo numero de Lo straniero (il 150-151 di dicembre 2012 -gennaio 2013) uno speciale intitolato Guerre italiane degli anni 2000 prova a fare luce su come sono cambiate le forze armate e le guerre in questi anni con articoli di Emanuele Giordana, Giuliano Battiston, Francesco Vignarca, Giulio Marcon, Nicola Lagioia e Stefano Talone. Pubblichiamo proprio l’inchiesta di quest’ultimo, L’uomo di roccia, una storia su un “corpo scelto” dell’esercito, un “marine all’italiana” che aiuta a capire com’è mutata la figura del soldato di professione in questi anni.  (Immagine: Banksy.)

di Stefano Talone

Riccardo C. vive a Formello, un paese alle porte di Roma famoso perché ci sono i campi sportivi della S.S. Lazio. Ha trent’anni e sta finendo di costruire una piccola villa in campagna dove andrà a vivere con la sua compagna.

È stato tenente dei Parà, poi si è congedato nel 2006 e ora è un costruttore edile. Non si è mai laureato, anche se avrebbe voluto, è perito industriale e lavora in uno studio di geometri ad Anguillara, nell’entroterra laziale, vicino al lago di Bracciano.

È un uomo alto, muscoloso, con gli occhi azzurri. Gli piace la vita all’aperto, fare palestra e la pesca al luccio, così ha comprato e ristrutturato una barca di legno, che ha chiamato Northern pike e quando il tempo lo permette esce con i suoi amici a pesca sul lago.

Si è arruolato nell’autunno del 2003, ma non per soldi o perché era alla ricerca di un posto fisso e ci tiene a specificarlo. Si è arruolato per passione e perché nella sua famiglia suo padre e suo fratello sono militari.

“Non vengo da un posto come i quartieri spagnoli, non l’ho fatto come tanta gente del sud, che vede l’esercito come l’equivalente di un contratto a tempo indeterminato. Ma l’ho fatto per un motivo, che è sempre stato quello: più uomo di così non puoi essere, giusto? Vai a fare il lavoro più eroico, fico e onorevole che ci sia. Per me sedermi a tavola oggi con mio padre non è come se non fossi mai partito, perché il giorno in cui sono tornato dopo essere stato in altre città, dopo avere viaggiato da solo, dopo avere convissuto con gente che non sono più i tuoi amici, da quello figlio di nessuno a quello ricco che lo fa per il gusto di farlo. Quando sono tornato a casa, dico, e ho visto gli occhi di mio padre che non mi guardavano più come un ragazzino, ma come un uomo, è stata un’altra cosa. Forse è questa la motivazione per cui sono partito”.

La storia di Benafshah

mohammad arif sulla tomba della figlia

Questo reportage da Farah, Afghanistan, è uscito sul manifesto e in inglese su Counterpunch. La versione integrale dell’inchiesta uscirà sul prossimo numero della rivista Lo Straniero. (Immagine: Mohammad Arif sulla tomba della figlia. Foto di Giuliano Battiston.)

È il 3 maggio del 2009. Il rigido inverno afghano è ormai alle porte. La primavera mostra da tempo tutta la sua impazienza. Eppure piove, e non vuole smettere di farlo. Alcuni veicoli delle truppe straniere compiono operazioni di “patrolling” lungo la strada principale che da Herat, capoluogo dell’omonima provincia occidentale, punta verso sud, a Shindand, per poi arrivare fino a Farah, dove i ribelli continuano a tenere sotto scacco perfino gli americani. Sui bordi della strada, accovacciati e nascosti, potrebbero esserci degli “insorti”. Che realmente ci siano o meno cambia poco. Per i soldati, resta il timore. Quello di un attacco improvviso e quello degli ordigni improvvisati, in gergo burocratico IED, Improvised Explosive Devices, i micidiali esplosivi azionati con una semplice trasmittente, anche con un telecomando domestico. Sono lo strumento preferito dagli insorti, l’arma più efficace, insieme agli attacchi suicidi, di ogni guerra asimmetrica.

Itinerari afgani

afghanistan

Pubblichiamo un articolo di Giuliano Battiston, uscito sul «manifesto», sui percorsi di lettura dedicati all’Afghanistan.

A più di dieci anni dall’inizio dell’intervento militare voluto dagli Stati Uniti, sull’Afghanistan è tempo di tirare le somme. Lo ha fatto la “comunità internazionale”, che a Chicago, nel corso del vertice della Nato del 21-22 maggio scorsi, ha ribadito la volontà di ritirare le truppe entro la fine del 2014. Lo fanno gli afghani, sempre più disillusi e preoccupati, per una situazione che a dispetto delle promesse fatte continua a essere fortemente instabile. E lo fanno anche alcuni italiani, coinvolti a vario titolo nel nuovo “grande gioco” in Asia centrale: da due anni a questa parte l’editoria italiana continua infatti a sfornare libri sull’Afghanistan. A quanto pare, un ciclo si è chiuso, quello della retorica che accompagna ogni operazione militare, e un altro se ne è aperto, quello della riflessione. I proclami lanciati dalle tribune politiche, dalle sedi delle ambasciate o dai quartieri generali delle forze Isaf-Nato evidentemente hanno perso la loro forza persuasiva; la realtà è troppo lontana dagli ideali sbandierati nelle conferenze stampa, troppo evidente il contrasto tra le promesse fatte nel 2001 e i risultati attuali. Su questo scarto si concentrano molti dei libri pubblicati di recente in Italia e dedicati all’Afghanistan, accomunati dalla tendenza a privilegiare l’aspetto diaristico, la memoria personale, l’autobiografismo, per raccontare le contraddizioni di un paese in cui, “nel dopo 11 settembre, si è asserragliata una formidabile legione stranera”.

Afghanistan: quale società civile?

elezioni

Questo testo, uscito sul Manifesto, è una versione ridotta della ricerca La società civile afghana: uno sguardo dall’interno, realizzata nell’ambito di un progetto promosso dal network italiano “Afgana” con il sostegno della Cooperazione allo sviluppo. La ricerca è scaricabile gratuitamente su www.afgana.org.

di Giuliano Battiston

Studiato dagli accademici e invocato dai politici, almeno a partire dalla fine della guerra fredda il concetto di società civile ha acquisito una nuova “ubiquità globale”:

L’industria della solidarietà: Linda Polman e il big business umanitario

di Ernesto Aloia Dopo la lettura del saggio di Linda Polman, L’industria della solidarietà, (Bruno Mondadori, 214 pp, 16 euro), forse faremmo bene ad aggiornare il breve catalogo delle nostre certezze. I Buoni non sono più buoni. O almeno, non sempre. Le organizzazioni umanitarie in zona di guerra saranno pure animate da ottime intenzioni, ma […]