Brianna Carafa o della qualità narrativa

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di Anna Toscano

Brianna Carafa è una autrice che negli anni Sessanta inizia a essere conosciuta dopo la pubblicazione delle sue poesie per l’editore Carucci e, subito dopo, per i suoi racconti usciti nella rivista Botteghe Oscure. La sua scrittura non passa inosservata nel gruppo di intellettuali che frequenta in quegli anni a Roma, tra i quali Angelo Maria Ripellino, e nemmeno a Italo Calvino che probabilmente in Einaudi caldeggia i suoi due romanzi che escono nel 1975, La vita involontaria, e postumo, nel 1978, Il ponte nel deserto.

Nei decenni Carafa viene dimenticata, destino comune a molte altre scrittrici di quegli anni, i suoi libri si trovano nelle bancherelle dell’usato a prezzi accessibilissimi, rarissimamente i suoi libri sono rintracciabili nelle biblioteche, come se il velo della polvere dell’oblio avesse reso inaccessibile al mondo la potenza straordinaria della sua scrittura.

Piccolo discorso sul mal contagioso

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Photo by Sharon McCutcheon on Unsplash

Domenica 8 marzo la trasmissione La lingua batte di Rai Radio 3 mi ha chiesto un’intervista partendo da una vecchia ricerca che avevo pubblicato su una rivista di storia contemporanea, Per una cosmografia della peste. Appunti sulla storia di una metafora nel romanzo del secondo Novecento. Ho cercato di sintetizzare in questo modo quella lontana riflessione tornata purtroppo attuale per l’emergenza in corso.

Se si potesse redigere una storia della metafora, un lungo capitolo andrebbe sicuramente dedicato a tutte le epidemie che hanno attraversato la letteratura universale. La peste è senz’altro la più importante, e in ogni tempo ha avuto il suo cronista: Tucidide, Boccaccio, Manzoni. Ma il mal contagioso si riaffacciò prepotentemente negli atlanti letterari anche alla fine della seconda guerra mondiale, per non sparirne più.

È a questo campo semantico e all’antico parallelo tra pestilenza e funzione stessa del narrare (nel Decamerone fa da cornice), che si può ascrivere anche la paura generata dal coronavirus: indagarne analogie, esempi e cause potrebbe aiutarci a capire molte ragioni del suo dilagare.

Verso la luce. Ricordando Albert Camus

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di Rossella Farnese

Il 4 gennaio 1960, sulla strada per Parigi, presso Villeblevin, moriva Albert Camus: un incidente d’auto a bordo di una Favel Vega FV3B guidata dal suo editore Michel Gallimard, morto sul colpo. Nonostante l’incidente venisse imputato alla sola velocità elevata (circa 140km/h) del veicolo, emerse comunque il sospetto di un attentato del KGB: l’auto sarebbe stata manomessa dagli agenti segreti di Mosca per ordine del Ministro degli Esteri Šepilov, pubblicamente attaccato da Camus, che a più riprese aveva denunciato l’invasione sovietica in Ungheria e che si era espresso a favore del conferimento del Nobel al dissidente Boris Pasternak.

Sessant’anni dopo cosa resta? Resta tutto: l’uomo, l’opera, il pensiero. «Je me révoltedonc nous sommes» («Mi rivolto, dunque siamo»): è in questa frase tratta da L’hommerévolté (1951)che si trova la spiegazione.

Daniele Vicari nella battaglia

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“La lettura delle testimonianze mi costringe a una serie di domande impossibili da eludere. Che rapporto c’è tra quel che sto scrivendo e la realtà dei fatti? Tra la ricostruzione, la rappresentazione attraverso il racconto e l’esperienza concreta di chi era presente? E come posso io, narratore di tutto questo, incontrare davvero la vita vissuta?”.

Il narratore di tutto questo è Daniele Vicari, di professione regista, che per la prima volta imbraccia lo strumento della letteratura per provare a dare voce e senso ai fatti.

Ritrovare l’oggetto perduto: una conversazione con Fabrizio Gifuni

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di Nicola Lagioia Questa conversazione è uscita su La Repubblica, che ringraziamo. Fabrizio Gifuni è uno degli attori più interessanti in cui è possibile imbattersi oggi andando a teatro. Chi l’ha visto lavorare su Gadda e Pasolini, su Camus e Primo Levi, su Cortázar e Bolaño sa che questo cinquantatreenne romano con ascendenze siciliane e […]

Dalla parte di Meursault. Ricordare “Lo straniero” di Albert Camus oggi

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di Anna Toscano

Rileggere Lo straniero di Albert Camus a settantasette anni dalla sua uscita è una esperienza straniante: la domanda che affiora quasi a ogni pagina è se siamo in Algeria tre quarti di secolo fa, o oggi nelle nostre strade, nelle nostre case, nella nostra città. Il protagonista, Meursault, è un individuo che appare come tutti, un lavoro che gli occupa molto tempo e lo tedia, una casa, una madre in un ospizio, una vita affetta da abitudini che hanno trovato la pace in loro stesse.

Vivere da straniera, il nuovo libro di Claudia Durastanti

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«A cinque anni contrabbandavo mozzarelle, ero cattolica, non pensavo che avrei mai tinto i miei capelli neri, dicevo che non volevo fare figli e ballavo sulle ginocchia di zii acquisiti che si chiamavano sempre Tony e avevano sposato donne con un gusto vistoso in termini di pellicce». Non è l’estratto migliore che potessi scegliere, ma di certo il più somigliante alla battuta d’apertura di una commedia agrodolce di fine ’80 inizio ’90, con voce di ragazza fuoricampo e carrellata su caseggiati americani ingioiellati con vecchie Ford Fairmont. Colonna sonora: Eye in the sky, The Alan Parsons Project.

Sulle tracce dell’Odissea. Riscoprire Nikos Kazantzakis

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Nikos Kazantzakis è stato un genio indiscutibile. Ma è cosa poco nota. In Italia, pochissimi ne conoscono anche solo il nome. E tra quei pochissimi, la maggior parte non ha mai letto una sua opera e prevale semmai il vago ricordo dei titoli di coda di un film stratosferico interpretato da Anthony Quinn, Zorba il greco. All’estero forse qualcosa cambia. Ma il problema è che nella sua stessa terra natale, Kazantzakis è stato osteggiato e continua a esserlo da uno schieramento di forze composite, a partire dalla potentissima chiesa ortodossa, passando per la destra, fino agli stessi intellettuali, giornalisti e scrittori, rosi dal livore dell’invidia nei confronti del genio. E tuttavia i suoi lavori restano per sempre a testimonianza di questa grottesca sorte di cui la storia farà giustizia.

Tracce di Bene

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Dopo essere stato presentato alla Festa del Cinema di Roma, questa sera debutta su Sky Arte il documentario di Giuseppe Sansonna su Carmelo Bene. Questo articolo è uscito su Robinson  – La Repubblica di Nicola Lagioia “Sono un anarchico. Sono fuori da ogni problema politico. Credo negli uomini, i cittadini mi fanno schifo. I ministeri mi fanno […]

Su “La morte di Danton” di Mario Martone

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99, che ringraziamo.

Al culmine del breve, incandescente discorso in cui cerca di ribattere alle accuse che gli vengono mosse dal Tribunale della Rivoluzione, Georges Danton sfiora il nocciolo delle cose. Siamo a Parigi, nell’aprile del 1794. Dopo aver liquidato l’ala sinistra degli hebertisti, Robespierre intende puntellare il proprio potere eliminando proprio Danton, colui che incarna l’altra faccia della Rivoluzione, l’anima più libertaria e pragmatica, tanto da apparigli come il più pericoloso degli avversari.

Nell’aula di tribunale, dopo aver indirizzato contro Robespierre, Saint-Just e «i loro boia» la medesima accusa che loro stessi gli hanno lanciato (tradire, cioè, il processo rivoluzionario), Danton si rivolge a quel pubblico che a lungo lo ha amato come il leader più umano, e passionale, dei moti parigini. Si rivolge alla porzione di popolo assiepata ad assistere a una gogna politica dall’esito già segnato, e conclude il suo discorso con parole che non potevano essere più lucide, più crude, e allo stesso tempo distanti dalla morale dei due «santi» della Rivoluzione che vogliono farlo condannare a morte in quanto «controrivoluzionario»: «Fino a quando le orme delle libertà saranno le tombe? Voi volete pane, e loro vi lanciano teste! Voi avete sete, e loro vi fanno leccare il sangue dai gradini della ghigliottina!»