Matteo Marchesini e i saggi con personaggi

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Non è per niente facile allontanarsi dal nuovo libro di Matteo Marchesini e provare a formulare dei giudizi sull’opera narrativa di una delle figure più presenti e incisive del panorama intellettuale italiano, grazie alle sue collaborazioni con  “Il Foglio”, “Radio Radicale”, la “Domenica del Sole 24 Ore” e “doppiozero”: poeta, narratore, saggista, critico letterario e culturale che utilizza l’analisi dei gusti socialmente più diffusi (ma esclusivi!) per elaborare diagnosi implacabili dei nostri vizi nazionali, insistendo su quelle nostre identità fragili e mai risolte che ci costringono spesso a cedere di fronte alla sirene del Midcult delineato da Dwight Macdonald.

Non è facile per il sottoscritto, in particolare, che si trova a condividere le prese di posizione dell’autore di False coscienze. Tre parabole degli anni zero, avendo alle spalle un percorso formativo simile, dominato dall’ingombrante e quasi autarchica presenza di Alfonso Berardinelli: non concretizzatasi de visu, nel caso di chi scrive, e perciò senza alcuna garanzia di essere riusciti a mettere a rendita gli insegnamenti del critico romano, perché il contesto e le nostre debolezze sono tali che nessuno potrà dirsi al riparo dalle sirene di cui sopra, che invitano al rifornimento di prodotti editoriali in grado di sanare le nostre ansie di accettazione e promozione sociale, di manufatti culturali che promettono troppo a lettori irrimediabilmente spaesati.

Benedetti, l’europeo

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Questo pezzo è uscito in forma leggermente diversa su Succede oggi (fonte immagine).

“Io, ad esempio, non amo particolarmente la letteratura sudamericana. La trovo troppo grassa, floreale, sovrabbondante. A me piace la nettezza della lingua”: così, Francesco De Gregori, che confidava ad Antonio Gnoli i propri gusti letterari, nel recente Passo d’uomo. Per quanto mi riguarda, il mio non potrebbe essere altro che un pre-giudizio, coincidente con le preferenze del cantautore, perché quella letteratura la conosco poco, ma le sensazioni che ne ho tratto, le poche volte in cui mi sono deciso ad avvicinarla, erano simili alle sue: avevo a che fare con un carnevale umano molto colorato, nel quale le figure finivano per essere un po’ appiccicose e tracciate con contorni spessi – io preferivo l’acquerello –, e mi dava fastidio una certa ossessiva ricerca dell’epos.

La curiosità, però, mi rimaneva, mi rimane: il senso dell’avventura, anzi, nel procedere verso la soglia di un intero continente letterario, nell’affacciarmi su quello spazio per me vergine,con l’auspicio di una sua effettiva lontananza da certe iper-teoriche contorsioni europee.

La scrittura come empatia: intervista a Elizabeth Strout

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Questo pezzo è uscito sulla Gazzetta del Mezzogiorno, che ringraziamo (fonte immagine).

“Conosco troppo bene il dolore che noi figli ci stringiamo al petto, so che dura per sempre. E che ci procura nostalgie così immani da levarci perfino il pianto”. E’ un passo di Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout, tradotto nei mesi scorsi da Susanna Basso per Einaudi (pagg. 168, euro 17,50), definito da The New York Times come “un romanzo perfetto, nelle cui attente parole vibrano silenzi”.

In una stanza d’ospedale a Manhattan, per cinque giorni e cinque notti due donne che non s’incontravano da parecchi anni parlano con intensità. Sono una madre e una figlia che “ricordano di amarsi”. La protagonista Lucy Barton rievoca quel dialogo inatteso e serrato molto tempo dopo, quando è ormai diventata una scrittrice famosa. Flashback… Nel suo letto ospedaliero, dove si trova per le complicazioni post-operatorie di un’appendicite, “le basta sentire quel vezzeggiativo antico, ‘Ciao, Bestiolina’, perché ogni tensione le si sciolga in petto”.

Parise, Poeta

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Questo pezzo è uscito sull’ultimo numero di Sofà. Quadrimestrale dei sensi nell’arte: ringraziamo la testata e l’autore.

GOFFREDO PARISE, POETA. Così, tutto in maiuscolo, come farebbe un writer che volesse ingentilire il caseggiato, come fece Parise, che avvertì rovinarsi, nel giro di quel “decennio di ideologismo verbale incontrollato e permanente” che seguì il Sessantotto, quasi una cultura intera, la nostra, e compose i Sillabari, un libro che si assentò dal proprio tempo e che ebbe accesso alla classicità, a quello status invidiato, fin da subito; tutti in maiuscolo,come andrebbero scritti i titoli delle «poesie in prosa» che stanno a sillabare i sentimenti elementari di cui quel libro è l’itinerario, l’avventura misericordiosa.

Un giorno con Raffaele La Capria

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Questo pezzo è uscito sul Foglio, che ringraziamo.

di Salvatore Merlo

“Un tempo era più facile capire, c’era la buona letteratura e c’era la cattiva letteratura. Oggi c’è la falsa buona letteratura. Quasi tutti scrivono bene, qualcuno anche benissimo, ma sono senz’anima. Libri costruiti. Goffredo Parise, il Parise del Sillabario, faceva diventare poetico il senso comune, perché solo la poesia rende un libro animato, vivo”. E quando gli si chiede di fare un esempio di libro artificioso, lui è forse quasi sul punto di citare il suo amico appena scomparso, Umberto Eco (ma non lo fa): “Penso ai libri dei personaggi televisivi, libri che loro si promuovono reciprocamente”.

Il work in progress di Lucia Calamaro e il destino dell’editoria teatrale

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Di cosa parliamo quando parliamo di scrittura per il teatro? Negli ultimi decenni del secolo scorso una certa predominanza del teatro di regia, a cui ha fatto da contraltare una ricerca particolarmente “visionaria”, ha messo in un cono d’ombra la possibilità che ha il teatro di raccontare storie. Almeno in Italia e nell’Europa continentale. Negli U.S.A., invece – dove sono stato di recente per un progetto sulla traduzione di drammaturgie italiane intitolato “Italian Playwright Project” – il re è sempre stato l’autore e continua ad esserlo.

Le fughe (e le lettere) di Alberto Moravia

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Il 28 novembre 1907 nasceva a Roma Alberto Moravia: ricordiamo lo scrittore italiano con un pezzo di Annalena Benini uscito sul Foglio, ringraziando l’autrice e la testata (fonte immagine).

Caro Morra, Sono tornato a Roma e tutto va già in quel modo assurdo che avevo già preveduto (…), poi c’è la T. che è tirannica senza perché, bisognerebbe che stessi tutto il giorno con lei e ancora non sarebbe abbastanza, gelosa della mia vita irrequieta in modo spasmodico – e siccome penso che vederci troppo non serve né a me né a lei credo che finirò per inventare qualche cosa, una occupazione fittizia – e le cose sono appena cominciate, figuriamoci in seguito.
Alberto Moravia, lettera a Umberto Morra

Non si è scoperto chi fosse questa signora o signorina T., a cui Moravia faceva riferimento in un lettera scritta tra il 1929 e il 1934, l’ultima di una raccolta appena pubblicata da Bompiani, Se questa è la giovinezza vorrei che passasse presto. Moravia aveva circa venticinque anni, e lei poteva forse essere una ragazza tedesca conosciuta a Sorrento, Trude.

Lo sgomento metafisico di Elsa Morante

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Oggi, 25 novembre, ricorre il trentesimo anniversario della morte di Elsa Morante. Per ricordare la grande scrittrice e intellettuale italiana pubblichiamo un pezzo di Massimo Onofri uscito su Avvenire, ringraziando l’autore e la testata (fonte immagine).

di Massimo Onofri

È stata ottima l’idea dell’editore Rose Sélavy di celebrare il trentennale della morte di Elsa Morante, che cade il 25 novembre, con un delizioso e delicatissimo racconto di Sandra Petrignani, Elsina e il grande segreto (con belle illustrazioni di Gianni De Conno e introduzione di Franco Lorenzoni): la Morante non per caso autrice precoce di filastrocche e favole e in seguito d’un libro cruciale, intitolato significativamente Il mondo salvato dai ragazzini (1968).

Quali maestri?

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Questo pezzo è uscito sul numero di Linus attualmente in edicola.

La domanda nasce come un gioco davanti a una vecchia pubblicità (apparsa su linus nel maggio 1976): chi può spiegarci, oggi,  “perché siamo diventati come siamo”? Chi potremmo metterci al posto di quei tre (Elio Vittorini, Alberto Moravia, Eugenio Montale)? e conduce fatalmente a interrogarsi sull’endemico senso di inferiorità che attraversa il nostro paesaggio culturale. Osservare quegli illustri scrittori prima ancora che uno sforzo d’intelligenza storica, di critica letteraria o militanza culturale, ha tutta l’aria di un esperimento emotivo. Come ci sentiamo, come vogliamo sentirci rispetto al nostro tempo?

Raffaele La Capria: Il mio poetico litigio con Napoli

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Il mio poetico litigio con Napoli

di Raffaele La Capria

Per uno scrittore nascere a Napoli comporta sempre un pedaggio da pagare. Io, per esempio, ho scritto più d’una dozzina di libri, di questi alcuni – come Ferito a morte o L’armonia perduta – avevano Napoli come tema centrale, ma gli altri erano saggi che parlavano d’altro, parlavano di Letteratura, parlavano del “senso comune” come difesa dal dilagare delle astrazioni, parlavano dei libri e del modo di leggere i libri, parlavano dell’Italia e delle sue anomalie che si riflettono anche nella letteratura. Tutti questi miei libri sono ora raccolti in volumi dei Meridiani – una collezione simile alla Pléiade – e visti tutti insieme fanno capire meglio il senso e il significato del mio percorso di scrittore, e fanno capire meglio che ogni singolo libro, inserito nel contesto degli altri, assume un diverso valore. E anche tutto quello che ho scritto su Napoli, dunque, collocato nell’insieme della mia opera, può essere considerato adesso in una luce diversa.