Fantasmi a Capri

GIORGIO BASSANI - IL GIARDINO DEI LIBRI

Questo pezzo è uscito su Succede oggi.

Ci sono romanzi che è piacevole abitare, dai quali non si vorrebbe essere sfrattati, altri dai quali non vediamo l’ora di fuggire: la loro verità oltrepassa tutte le estetiche, e sono terribili, insopportabili. Alberto Moravia osava scriverli e sembrava andare alla ricerca delle varianti di ogni dolore, ciò che altri rifiuterebbero, avviliti o sdegnati, e delle prede di quelle sue battute di caccia (di frodo) sembrava sfamarsi, aiutato da un coraggio gnoseologico che non era politico e non era sociale: quello di uno che se ne sta da solo, avendo un bel da fare, nell’affrontare le vergogne del proprio immaginario; Mario Soldati preferiva evitare gli abissi, ma si lasciò coinvolgere anche lui da quel certo Zeitgeist post-bellico che venne a crearsi dall’incontro di due civiltà lontane, quella anglosassone e nordica e quella mediterranea, e che di quell’ibridazione faceva un qualcosa da indagare: due narratori veri e propri, come non molti altri, nel nostro Novecento, due romanzieri che quel secolo sono riusciti ad attraversarlo tutto: nati a distanza di un solo anno l’uno dall’altro, giovanissimi esordienti – nel 1929, entrambi – e morti anziani, sorpresi dall’ineluttabile al tavolo da lavoro, scomparsi “in corso d’opera”.

Una specie di guerra (II)

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Questo articolo è uscito su Artribune. Qui la prima parte.


Noi non apparteniamo a una generazione che ha vissuto o che ha memoria della ribellione.

Dobbiamo costruire, ricostruire praticamente da zero l’idea stessa – e la pratica – di questa ribellione.

Al contrario dei nostri genitori e dei nostri fratelli maggiori (ma, stranamente, come i nostri nonni), siamo nel deserto e ci troviamo a dover imparare il modo di attraversarlo. Anche dire “noi” non ha molto senso, a questo punto. Noi chi? Siamo soli, siamo sempre stati soli – e stiamo imparando sulla nostra pelle che cosa vuol dire questo “noi”. Noi chi?

Le lune di Zavattini. Colloquio con Alfredo Gianolio

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a cura di Mario Valentini

Con Alfredo Gianolio ci siamo frequentati spesso nel corso degli anni ’90, quando a Modena facevamo Il Semplice. Di recente ho ripreso contatto con lui per un articolo destinato a OOA, la rivista dell’Osservatorio Outsider Art di Palermo, in cui avevo pensato di parlare delle vite di artisti naif da lui raccolte e trascritte.

Gli ho rivolto diverse domande via mail, incentrate, oltre che sui pittori naif, sulle sue frequentazioni con Cesare Zavattini. Le ha eluse tutte, con la grazia e l’ironia che gli sono proprie da sempre, tirando fuori però un racconto di quei fatti che mi sembra bello.

Il racconto è uscito sul n. 7 di OOA (www.glifo.com) come pezzo autonomo, anticipando l’articolo per il quale sarebbe dovuto essere del semplice materiale di lavoro.

di Alfredo Gianolio

Il mio incontro con Cesare Zavattini fu casuale, dovuto al fatto che, verso il 1950, settimanalmente mi recavo presso la Camera del Lavoro di Luzzara dove si trovava il mio recapito di avvocato. Provenivo da Reggio Emilia, inizialmente con una “Lambretta” e quindi con una vecchia “Wolksvagen”, dal minuscolo lunotto anteriore, forse un residuato bellico, che incuriosiva i bambini, i quali si facevano ai margini delle strade al mio passaggio.

Segretario della Camera del lavoro era Mario Scardova, che, il giorno della Liberazione, fece il suo ingresso in Luzzara sopra un cavallo bianco tra due ali di popolo plaudente.

Alberto Moravia e l’Europa

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Questo pezzo è uscito su l’Unità.

di Paolo Di Paolo

In vista delle elezioni europee, è un libro da rileggere. Il Diario europeo di Alberto Moravia, legato all’esperienza di parlamentare a Strasburgo negli anni Ottanta, è incredibilmente attuale. Un esempio a caso? Le osservazioni che Moravia fa sul rapporto in Europa fra particolarismi nazionali e universalismo culturale sembrano scritte ieri: l’autore degli Indifferenti paragona l’Europa a una stoffa double-face, su un lato una tessitura multicolore come un patchwork, sull’altro una sola tinta viva e profonda. L’universalismo culturale europeo, sosteneva Moravia, come un temporale improvviso, imbeve di tanto in tanto un territorio disegnato da confini, frontiere, limiti di proprietà. Ma questa pioggia fecondante è tutt’altro che tranquilla, è invece esplosiva e drammatica. Non vi sembra che siamo ancora lì, alle prese con le stesse questioni?

“Maledetta!” Elsa Morante (e tutte le altre) in guerra con la madre

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Pubblichiamo un articolo di Annalena Benini uscito sul Foglio ringraziando la testata e l’autrice.

di Annalena Benini

“Maledetta!”. Quando la madre si ritirò nella sua camera, Elsa Morante le infilò sotto la porta un biglietto con questa parola. E il punto esclamativo. La madre aveva violato il divieto assoluto di telefonare ai suoi amici quando lei, diciottenne, la sera faceva tardi a Roma. Aveva telefonato, qualcuno aveva risposto e le aveva passato Elsa, a casa si erano urlate di tutto, si erano rinfacciate quella vita insieme, troppo stretta, troppo vicine: la madre voleva entrare nel mondo della figlia, voleva sentire i suoi racconti, conoscere i suoi nuovi amici scrittori, voleva un po’ di gratitudine per quella grandiosa fiducia e per l’impegno che aveva messo per incoraggiare, esaltare, fin da quando era piccolissima, il genio di Elsa. Pretendeva anche, forse, un po’ della sua sconfinata giovinezza, un riflesso di quel talento che lei, per sé, non aveva potuto coltivare. Elsa Morante voleva che stesse fuori dalla sua vita. Si innervosiva. Aveva diciott’anni, aveva appena pubblicato un romanzo a puntate sul Corriere dei Piccoli e si vergognava di sua madre, una maestra. “Maledetta!”, le scrisse. Ma poco dopo si pentì e le infilò un nuovo biglietto sotto la porta. Questa volta c’era scritto “Benedetta”.

Disprezzo

disprezzo

Pubblichiamo un estratto dall’articolo di Leonardo Colombati uscito sull’ultimo numero di IL, il magazine del Sole 24 Ore. Ringraziamo l’autore e la testata.

di Leonardo Colombati

Un titolo rosso sangue su sfondo nero: LE MÉPRIS – cubitale – lascia spazio alla luce di un mattino a Cinecittà; Georgia Moll, con la gonna plissé e un golfino giallo, avanza con esasperante lentezza verso lo spettatore, seguita, alla sua destra, dalla macchina da presa che scivola silenziosamente sui binari. I titoli di testa vengono letti dalla voce fuori campo di Godard sull’inquadratura della Moll ripresa in carrellata dall’operatore: «Tratto dal romanzo omonimo di Alberto Moravia. Con Brigitte Bardot e Michel Piccoli, Jack Palance e Georgia Moll. E con Fritz Lang…».

Era il 1963. Cinquant’anni fa. Mezzo secolo dopo, sto guardando Le Mépris per la prima volta, a Capri, invitato dal Festival Malaparte; e sono pieno di pregiudizi: il romanzo di Moravia – Il disprezzo – da cui il film è tratto, lo considero semplicemente un brutto libro (apprenderò poi che lo stesso Godard ne parlava come di un «volgare e grazioso romanzo da stazione, pieno di sentimenti classici e fuori moda»); e alla Nouvelle Vague di Truffaut, Godard e Chabrol, incensata nei Cahiers du Cinéma, ho sempre preferito – che Dio mi perdoni! – la new wave dei Joy Division, dei Cure e dei Simple Minds infiocchettata dal New Musical Express. Be’, cosa posso dire? Il seguito prova che avevo torto, come cantava De André (traducendo da Brassens).

L’americana a Roma. Le lettere di Carol Gaiser

GianColombo

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine.)

“La prima volta che sono andata in Italia è stato nell’estate dei primi anni Sessanta. Venivo direttamente dall’America degli anni Cinquanta dove il sesso era ancora un tabù. E ricordo che rimasi inorridita nel vedere questi ragazzi italiani convinti che noi americane fossimo ragazze facili. La verità era che le italiane erano molto più facili di noi”. Parlare con Carol Gaiser è come viaggiare nello spazio e nel tempo. Poetessa e reporter americana, ha un’eleganza nel raccontare luoghi e persone che rimanda alla grande letteratura.

Venezia 70

bernardo-bertolucci

Il 28 agosto (fino al 7 settembre) si aprirà la settantesima edizione della Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. Quest’anno, per il lavoro di selezione, il direttore della Mostra Alberto Barbera si avvale di Giulia D’Agnolo Vallan, Bruno Fornara, Mauro Gervasini, Oscar Iarussi, Marina Sanna, e anche del nostro Nicola Lagioia. minima&moralia dà l’in bocca al lupo al direttore e agli altri selezionatori. Quali saranno i film in concorso nelle varie sezioni sarà noto, come di solito, probabilmente a fine luglio. Ma intanto la Mostra sta cominciando a scoprire le sue carte. Il Leone d’Oro alla carriera andrà per esempio a William Friedkin, il regista de Il braccio violento della legge, Vivere e morire a Los Angeles, L’Esorcista, Killer Joe. “Friedkin”, si legge nel comunicato, “ha contribuito, in maniera rilevante e non sempre riconosciuta nella sua portata rivoluzionaria, a quel profondo rinnovamento del cinema americano, genericamente registrato dalle cronache dell’epoca come la Nuova Hollywood”. Ma la Mostra ha scelto anche il presidente di giuria del concorso. Si tratta di Bernardo Bertolucci.

Mai una diva

mariangela melato

Questo pezzo è uscito su Studio. (Immagine: Mariangela Melato in una scena di Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto di Lina Wertmüller.)

“Signora del teatro” era una definizione che le andava stretta: «Mi fa arrabbiare, sono stupita di quante cose ho fatto nella vita». Aveva ragione, perché Mariangela Melato è stata una delle signore di tutto lo spettacolo italiano, programmaticamente anti-diva, attrice indipendente, sempre in fuga: «È l’ordinazione veloce che fa una signora», le disse una volta l’amica Franca Valeri. È morta a 71 anni all’alba a Roma, avrebbe dovuto essere in piena attività con la tournée de Il dolore di Marguerite Duras che doveva partire a ottobre da Genova, dove era di casa allo Stabile dal 1992, ma era stata cancellata per l’aggravarsi della malattia. «In questi momenti le frasi sembrano di circostanza, ma con lei no, non è così», ha detto il mattatore Gigi Proietti. «La sua morte, per il nostro ambiente, è senza dubbio una delle notizie più tristi che ho ricevuto. Lo dico davvero».

Il tradimento dei chierici e dei chierichetti

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La diffidenza, e incomprensione reciproca, tra intellettuali e tv parte da lontano. E così la tv italiana si condanna alla serie B. Pubblichiamo un articolo di Aldo Grasso apparso sull’ultimo numero di «Link».

di Aldo Grasso

Gli intellettuali vanno volentieri in tv a presentare i loro libri ma fanno poco per la tv, molto poco. Anzi, se possono ne parlano male. Una sera, nel salotto mondano di Daria Bignardi mi è capitato di vedere Giorgio Faletti che insolentiva con una battuta sprezzante Pietro Citati, reo di aver sostenuto che “oggi la lettura tende a diventare una specie di orgia, dove ciò che conta è la volgarità dell’immaginazione, la banalità della trama e la mediocrità dello stile. Credo che sia molto meglio non leggere affatto, piuttosto che leggere Dan Brown, Giorgio Faletti e Paulo Coelho”. Il grande apporto dato alla tv da Faletti è il personaggio di Vito Catozzo o quello di Carlino, ai tempi di Drive in. Alla letteratura non so.