Le cose sognate e ora viste. Alberto Prunetti, l’Inghilterra e il lavoro in 108 metri

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Per alcuni gli anni Ottanta iniziano nel 1978, quando Aldo Moro viene rapito e ucciso dagli “uomini delle Brigate Rosse”, per altri nel 1982, con il presidente della Repubblica Sandro Pertini, l’ex partigiano, che esulta ai mondiali di calcio in Spagna. Io condivido la tesi di chi sostiene che gli anni Ottanta inizino, ed è strano per un decennio inteso in senso storiografico, proprio allo scoccare dello zero, nell’ottobre del 1980. Con la marcia dei 40.000.

Il fuoco a mare. Castellammare, la città-cantiere, il punto di vista del lavoro

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Questo pezzo è uscito sul numero 85 di Meridiana. Rivista di storia e scienze sociali (editrice Viella), che ringraziamo.

di Michele Colucci

Lavorare, non lavorare, studiare e lavorare, lavorare sottopagati, formarsi, riqualificarsi, lavorare troppo, lavorare troppo poco, guadagnare troppo, guadagnare troppo poco, essere disoccupati, essere in cassa integrazione, subire un licenziamento: attorno alle molteplici realtà del lavoro e della sua collocazione si addensano e si stratificano opzioni, significati, valori che attanagliano ogni giorno la maggior parte delle persone in età adulta.

A partire da questa molteplicità sono state costruite nel corso del tempo narrazioni, mitologie, racconti che hanno riempito il lavoro e i lavoratori di aspettative e di proiezioni. Pian piano però, proprio quando il mondo del lavoro materialmente si frantumava, queste narrazioni hanno lasciato il campo alla rimozione. Il lavoro ha subìto un processo di rapida e inesorabile dismissione, in tutto e per tutto simile alla dismissione di tanti luoghi dove esso era cresciuto e dove si era radicato. E si è arrivati al paradosso: è diventato difficilissimo difenderne anche la semplice dignità, proprio quando era necessario metterlo al centro del dibattito pubblico.

Divagazioni sul lutto a partire da alcune righe di Judith Butler

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(Immagine: Käthe Kollvitz)

di Alberto Prunetti

Judith Butler, A chi spetta una buona vita?, Roma, Nottetempo, pp. 80, euro 7 (traduzione e cura di Nicola Perugini)

A chi spetta una buona vita? Judith Butler si pone domande estremamente profonde a partire da banalità che paiono di senso comune. Quali vite sono degne d’essere vissute? E, al rovescio, quali morti meritano d’essere piante e compiante, quali morti sono degne di lutto? E ancora: “è possibile vivere una vita buona in una vita cattiva”? Butler commenta alcune righe di una pagina di Adorno, nell’occasione del ricevimento di un premio in omaggio al filosofo tedesco. Sono domande banali perché forse ce le poniamo in tanti: non capita spesso di alzarsi la mattina chiedendosi se questa giornata o questa vita è degna d’essere vissuta?

Letteratura industriale

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Questo pezzo è uscito in forma ridotta su Alias, l’inserto culturale del manifesto.

Oggi l’immagine della fabbrica sembra quasi un ricordo sbiadito, un retaggio obsoleto del secolo scorso da relegare negli archivi degli storici. Eppure, per vari decenni del Novecento, quello della fabbrica rappresentò un motivo quasi obbligatorio per gli scrittori italiani: ne emerse un filone letterario ampio e variegato nel quale si distinsero autori come Ottieri, Bianciardi, Mastronardi, Primo Levi, Volponi, Pagliarani, Parise, Balestrini e Di Ruscio; né si possono dimenticare le incursioni in ambito industriale di Gadda, Calvino, Caproni, Sereni (celeberrima è la sua Visita in fabbrica), Giudici e Fortini. Gli autori nominati figurano ora (insieme a molti altri) nella prima antologia complessiva dedicata alla letteratura italiana di ispirazione industriale: Fabbrica di carta. I libri che raccontano l’Italia industriale (prefazione di Alberto Neomartini, introduzione di Antonio Calabrò, pp. 331 + XV, € 20), frutto della felice collaborazione tra uno storico dell’economia, Giorgio Bigatti, e un italianista, Giuseppe Lupo, che hanno progettato e curato il volume.