“Ridare la parola all’impossibile per ottenere il possibile”. Conversazione con Alfredo Reichlin

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È morto ieri Alfredo Reichlin, partigiano e dirigente del Pci. Ripubblichiamo una recente intervista di Gabriele Santoro.

Il trenta settembre a Piazza Montecitorio, a pochi passi dal feretro di Pietro Ingrao, la voce di Alfredo Reichlin si è incrinata, rievocando la più grande passione laica, la politica come storia in atto. L’assillo del come non lasciare gli uomini soli davanti alla potenza inaudita del denaro condiviso con “la mente libera, cocciuta e assetata di conoscenza” dell’amico, che ora riposa nella sua Lenola.

La vita del novantunenne Reichlin è stata appassionata e piena. La passione per la vita sta ancora nel cucchiaino di zucchero per il caffè, che mi chiede di riempire per bene, non a metà, e nella pila di libri nuovi da leggere appoggiati sul divano. Qui ci interessa relativamente se è una storia di vinti o vincitori. Nato a Barletta nel 1925, si trasferì bambino a Roma, complice la crisi del ‘29 che aveva travolto la grande fabbrica chimica del nonno. Papà dannunziano, lui si scoprì l’eretico di famiglia. Al liceo divenne comunista. «Farai la fine di Cafiero mi diceva angosciata mia madre alludendo a quel suo parente anarchico, l’amico di Bakunin, di cui non sapeva niente, tranne che era morto pazzo, dopo aver regalato le sue terre ai contadini», ricorda. Non è andata così.

La fatica di scrivere: Antonio Pennacchi e la seconda parte di “Canale Mussolini”

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

Avere a che fare con Antonio Pennacchi è un’impresa. Certe volte, per spiegarmi la sua roboante vitalità, il perenne lamento, la costante prontezza all’ira e la straripante passione tenuta a freno dietro la divisa da operaio scrittore e dietro la classica aria scazzata e diffidente, me lo immagino come uno dei suoi eroi. Iracondo, tenero, presuntuoso, fragile, burbero per scelta.

Uno che si è immolato in difesa della sua storia. Uno che ha dedicato la vita a protezione del suo canale, ossia un concentrato simbolico potentissimo: il canale che rese possibile la bonifica dell’Agro Pontino e dunque tutte le vite che lì lavorarono, nacquero, crebbero, fondando paesi e città; il canale su cui si combatté a difesa di qualcosa che alcuni sapevano e altri no; il canale che si secca, si riempie, pulsa di vita fra filari di eucalipti, dunque il cuore di una storia che Pennacchi difende con i denti e continua a coltivare contro tutto e tutti, pur di salvare se stesso e la sua promessa di figlio di coloni. Me lo immagino così, certe volte, pur di non farmi scalfire da tutti i tentativi che fa per spingermi al litigio. Polemos è padre di tutte le cose – scriveva Eraclito.