Il Palazzo delle larghe intese

Il Palazzo Enciclopedico di Marino Auriti

Questo articolo sulla mostra centrale della 55. Esposizione Internazionale d’Arte organizzata dalla Biennale di Venezia e curata da Massimiliano Gioni, che chiuderà al pubblico il 24 novembre, è uscito sul n. n. 31 di “alfabeta2” luglio-agosto 2013. (Foto: il Palazzo Encicopedico di Marino Auriti.) 

Il Palazzo Enciclopedico proposto da Massimiliano Gioni in questa Biennale entrerà certamente nella storia – quanto meno, nella storia dell’arte contemporanea. La mostra si presenta infatti come la più compiuta realizzazione, almeno finora, di una tendenza fortissima nell’arte e nella cultura degli ultimi anni.

L’enciclopedismo alla base delle due sezioni (Giardini e Arsenale) è di specie relativamente recente. Non si tratta, infatti, dell’enciclopedismo rinascimentale, né tantomeno di quello illuminista, ma piuttosto di quel tipo particolare, strettamente connesso all’industrializzazione e alla massificazione della cultura e del sapere, che Flaubert per primo faceva a fettine in Bouvard e Pécuchet. È un enciclopedismo che viene esplicitato e esibito fin dalle prime mosse – il progetto utopico e irrealizzabile di Marino Auriti, pendant immaginario del Sam Rodia autore delle molto realizzate e concrete torri di Watts a Los Angeles – come disfunzionale, fallimentare. Per questo contemporaneo.

L’idolatria del lunedì

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Questo pezzo è uscito su Orwell.

Parlare di Zerocalcare può apparire già superfluo: sembra ormai noto a tutti e non passa giorno in cui qualcuno non ti consigli di comprare i suoi libri, non importa quante volte ripeti  che già li conservi nella medesima nicchia dei grandi. Che poi, io stesso sono uno scopritore tardivo: quando vidi la sua striscia (per ora il prodotto calcariano meno convincente, ma confido che debba solo prendere le misure al formato) sostituire l’onorata Red Meat su Internazionale, pensai, “embe’?”, salvo poi ritrovarmi qualche settimana più

Tempo fuori sesto. Guy Debord contro la Modernità 1

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Pubblichiamo la prima parte di un testo di Raffaele Alberto Ventura su Guy Debord.

Nell’eredità del situazionismo c’è qualcosa di paradossale. Da una parte, i concetti elaborati tra il 1952 e il 1968 in seno all’Internazionale Lettrista e poi Situazionista sono pervenuti a una posizione egemonica, costituendosi come sovrastruttura ideologica del sistema del consumismo culturale: parte integrante del cosiddetto «nuovo spirito del capitalismo». Ma d’altra parte proprio nel Sessantotto, e proprio con La Società dello Spettacolo, Guy Debord dava corpo a una riflessione tragica sulla modernità che oggi nutre varie forme di pensiero più o meno reazionario – dalla Nouvelle Droite di Alain de Benoist a certe frange dell’anarco-primitivismo. Per semplicità, diremmo che vi sono due modi di «recuperare» il situazionismo, l’integrato e l’apocalittico. Si potrebbe allora credere che le contraddizioni del post-situazionismo rispecchino le contraddizioni del situazionismo, e magari le trasformazioni del pensiero di Guy Debord. In verità, come mostreremo, non c’è alcuna contraddizione, e ben poche trasformazioni. Apocalittico e integrato sono le due facce di una medesima medaglia.