Viaggio al termine di Aleppo

Press

di Francesca Borri Da quando si combatte, agosto 2012, da quando è iniziato l’assalto dei ribelli dell’Esercito Libero, una sola cosa non è cambiata, qui. L’unica contraerea è il maltempo. L’unico rifugio la fortuna. Abbiamo raccontato di una città in macerie, in questi mesi. Di grandinate di mortai, strade tempestate di cecchini, missili e cannonate, […]

Aleppo Rewind

stanley greene

Pubblichiamo un reportage da Aleppo di Francesca Borri. (Foto: Stanley Greene, courtesy Francesca Borri.)

di Francesca Borri

“Tranquilla”, mi dice Ahmed, mentre attraversato l’ultimo checkpoint entriamo in città, un colpo di mortaio che subito scrolla l’aria. “Ora che sei ad Aleppo, sei al sicuro”. E abbassa la testa per schivare un cecchino.

La mia prima volta qui, poco più di un anno fa, sotto l’elmetto non avevo neppure il velo. Poi, dopo il velo, un giorno mi hanno chiesto una maglia lunga. Dopo la maglia lunga, un abito fino alle caviglie. E adesso anche una fede al dito: “perché devi sempre camminare vicino un uomo: l’uomo a cui appartieni”. E perché ora che dominano gli islamisti, e la priorità, per molti, non è Assad ma la shari’a, ora che ai crimini del regime si sommano i crimini dei ribelli, ai giornalisti è vietato l’accesso – di 18 di noi, al momento, non si hanno tracce. E quindi il mio elmetto, oggi, è un velo. Il mio antiproiettile un nijab. Perché l’unica, per infilarsi ad Aleppo, è passare per siriana. Clandestina. Niente domande, per strada, neppure un taccuino, una penna. “Ma non è questione di velo”, mi dice una donna che mi riconosce immediata dalla pelle, dalle mani: “per sembrare siriana, oggi devi essere sudicia, smunta e disperata”.