Il Cinghiale che uccise Liberty Valance

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È in libreria Il Cinghiale che uccise Liberty Valance, il primo romanzo di Giordano Meacci (minimum fax). Ne pubblichiamo un estratto e vi segnaliamo due appuntamenti: domani, mercoledì 16 marzo, Giordano Meacci è alle 21 al Circolo dei lettori di Torino con Giorgio GianottoAlessandro Borghi; domenica 20 marzo alle 20 l’autore sarà a Libri come all’Auditorium Parco della Musica di Roma con Diego De Silva e Francesca Serafini (Spazio Garage – Officina 3). (Immagine: dettaglio dell’illustrazione di copertina – Riccardo Falcinelli)

17 luglio 1999

Il vento, lo scirocco puntiglioso e affannato

che sbatàcchia le cime dei cipressi come se volesse cercare di tirargli fuori un qualche tuùng di campana a morto, quasi scavando punta per punta per sottrarre ai pennelli il calore verde di un’ottava inferiore – o di una terza maggiore – che invece il poco spessore ritratta: e intanto alleggerisce lo stridore del fruscio verso i toni nylon dello sfregamento, a ogni oscillazione; il vento, una danza a vortici che da sud-sudest spàzzola via gli aghi di pino insieme con i folletti brumosi e storditi dall’afa del primo pomeriggio, sembra spaccare l’argine del Nardile come in un riflesso di Henry Fox Talbot appena fissato dall’ultima luce: il piano verticale sull’orizzonte di sassi della proiezione, ingiallito di spighe di mais, e di farina di granturco, il paesaggio dilavato di castano e di ecru, la terracotta del sole sbiadita nell’esplosione trasparente dell’acido e nei rossi vanificati dal solfito di sodio. E poi sotto, più sotto: la cenere febbricitante dell’argento quando smette di valere per eccesso di quotidianità.

La dieta, un racconto

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di Francesca Serafini

Quando, più o meno un anno fa, i ragazzi del Collettivo Famelico di Andria mi chiesero un racconto per un’antologia sul tema della fame (che sarebbe poi uscita con l’editore Esemble col titolo Racconti famelici e la curatela di Micaela Di Trani) il mio pensiero costante – così come quello di Giordano Meacci e degli altri della Banda Caligari – era sostenere l’impegno di Valerio Mastandrea, almeno nella vicinanza affettiva, nel trovare le risorse per produrre Non essere cattivo. In quei giorni i medici che seguivano Claudio Caligari avevano ridotto a pochi mesi le sue speranze di vita, e questo lo aveva reso ancora più affamato, appunto, nel desiderio di realizzare il suo film. Ogni tanto tra noi si parlava con le battute di Cesare e di Vittorio, lasciando che la vitalità dei due amici ci contagiasse: era così che bisognava combattere la malattia. Quei due ci abitavano, erano sempre con noi in tutte le cose che intanto continuavamo a fare. E allora, quando al dunque si trattò di scrivere questo racconto, non sapevo come muovermi.

Per tutti quelli che ci hanno lavorato, Non essere cattivo stabilisce un prima e un dopo. Qualcosa che segna. E io sapevo che era necessario spostarmi lontanissimo. Alle prese con una specie di nuova alfabetizzazione letteraria in cui dovevo dimostrarmi di poter vivere anche senza Cesare e Vittorio: senza la lingua di quei due fratelli di vita, che poi avrebbero conosciuto tutti nelle immagini del Maestro e la carne e il sangue di Luca Marinelli e di Alessandro Borghi. Sono nati così i personaggi di “La dieta”: per contrasto. E la sua protagonista ellittica. Anche lei – solo lei – in qualche modo della Banda Caligari.

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C’era – nel modo in cui muoveva la testa, nell’ingranaggio delle scapole ad allungare il collo nella camminata – una fierezza che eravamo determinati a spezzare. Bisognava ricordarle da dove veniva. E quel compito spettava a noi: questo ci era apparso chiaro fin dal giorno in cui entrò in classe per la prima volta, anche se ancora non sapevamo come ci saremmo riusciti.

Una bellezza che ha a che fare con la verità. Il cinema di Claudio Caligari

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Questo pezzo, un racconto di Teresa Ciabatti sulla realizzazione di Non essere cattivo, è apparso su La lettura del Corriere della sera. Ringraziamo l’autrice e la testata.

“Caro Martino, Ti scrivo per una ragione semplice. Tu ami profondamente il Cinema…” Così Valerio Mastandrea, in una lettera aperta, si rivolge a Martin Scorsese, chiamandolo Martino. Novembre 2014. A Scorsese Mastandrea chiede aiuto per chiudere il budget di Non essere cattivo, nuovo film di Claudio Caligari.

Non essere cattivo candidato italiano alla cinquina per il miglior film straniero

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Non essere cattivo, l’ultimo lungometraggio di Claudio Caligari uscito nelle sale postumo l’8 settembre scorso, rappresenterà l’Italia agli Oscar nella selezione per il miglior film straniero. Per l’occasione ripubblichiamo l’intervista di Paola Zanuttini a Valerio Mastandrea, apparsa sul Venerdì. 

ROMA. In questa storia c’è tutta l’epica del cinema. Del fare cinema. C’è l’amicizia, la passione, la sfida, la morte. E un’eredità da consegnare al mondo, cioè al pubblico. Naturalmente è un film, questa eredità: Non essere cattivo di Claudio Caligari, regista molto outsider che, poco prima di perdere la sua lunga battaglia contro il cancro e di vincere quella produttiva, quasi altrettanto estenuante, così ricapitolò i fatti: «Muoio come uno stronzo. E ho fatto solo due film». Una battuta che, detta in romano e non con il suo accento da lago Maggiore, poteva stare benissimo in uno di quei due film, epocali: Amore tossico, del 1983 e L’odore della notte, del 1998, dove i protagonisti erano fattoni e delinquenti, non cineasti. Ma la poteva infilare anche nel terzo, perché alla fine ce l’ha fatta, Caligari: Non essere cattivo l’ha girato e montato, quasi definitivamente, e sarà pure a Venezia. Come Evento speciale, però, non in concorso.