Le colpe di Orfeo

orpheus

Finalista al Premio Calvino, Cacciatori di frodo (Miraggi edizioni) è un romanzo infernale. Sin dall’inizio si sprofonda nel furore della storia. Chi narra, confessando i dolori abnormi che gli hanno stravolto la vita, marcia ogni giorno per dodici chilometri su un binario morto, alla ricerca di un’esistenza perduta. Insegue tutti i giorni la moglie che a ogni alba si alza e percorre quei dodici chilometri lungo il binario morto, fino a sdraiarsi ed esporre il proprio corpo, perché un treno le faccia rotolare la testa giù dall’argine e in fondo al Piave. È la catabasi di un uomo che attraversa, dannandosi, i sensi di colpa. A volte crede di essere Orfeo. Nel mito greco Orfeo sprofondò nell’Ade pur di salvare Euridice, commosse Proserpina grazie alla musica e alla poesia e ottenne di riportare l’amata con sé alla vita, a patto che non avesse mai voltato le spalle durante il ritorno. Ma alla fine l’angoscia, la colpa primordiale, l’amore, l’incertezza del proprio passato, la paura di essere solo (e chissà quanti altri infiniti moventi) lo tentarono fino a farlo girare, causando così la perdita eterna della propria consorte.